Prova immersiva a San Gregorio Armeno, Napoli
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Prova immersiva a San Gregorio Armeno, Napoli

Imperversa in simbolici secoli, l’eterna lotta tra chi ci piace ‘o presepio e chi, in un respiro internazionalistico, preferisce l’albero di Natale. 
 

Con tutto questo dire intorno a Masterpiece alla fine lo abbiamo intercettato. Abbiamo preso contatti con il nostro Delfino, Valentino Gramsci aka Lorenzo Vargas. Dopo essere venuti a conoscenza delle sue origini napoletane di Secondigliano, complice l’atmosfera natalizia che ha fatto da sfondo alle nostre ricerche, abbiamo ben pensato di affidargli una vera prova immersiva. Mica come quelle della tv, fatte apposta per le telecamere. Quindi abbiamo chiesto a Vargas di fare una passeggiata per la strada di San Gregorio Armeno nel suo periodo di alta, altissima stagione e di raccontarci quali sono i nuovi trend delle statuette del presepe attraverso cui gli artigiani descrivono l’Italia dello spettacolo e della politica. La prova è stata ampiamente superata.

Nessun napoletano è stato maltrattato nel corso della stesura di questo articolo, né si è fatto uso di stereotipi nocivi per il lettore.

** 

Imperversa in simbolici secoli, l’eterna lotta tra chi ci piace ‘o presepio e chi, in un respiro internazionalistico, preferisce l’albero di Natale. 

Nessuno dei due ha argomenti necessari a sopraffare l’altro, ma quando tocca ai Presepisti (spesso vagamente rassomiglianti alla macchietta partenopea della pubblicità della Vodafone), un inossidabile mantra viene innalzato al cielo, invitto su ogni altro:

SAN GREGORIO ARMENO (d’ora in avanti SGA).

La fama di questa strada la precede, ma magari qualcuno di voi è riuscito a salvarsi da questa inutile faida abbastanza a lungo da rimanere nell’ignoranza. 

Trattasi di una viuzza angusta e affollata a Napoli, quartiere San Lorenzo, dove, in un afflato corporativo, ci si è trovati con un’imbarazzante quantità di scultori che hanno dedicato la propria esistenza ad una sola cosa: le statuette dei presepio. 

A differenza di una convention, dove centinaia e centinaia di persone si riuniscono in un affollato casermone per condividere qualche insano piacere (come l’uncinetto, od il lancio del coniglio d’angora), SGA è una realtà sempre sopita, le braci di un falò di Ferragosto in spiaggia, coperto 350 giorni l’anno perché passa la pula e avvampanti una Gehenna insopportabile quei 15 giorni in cui le gazzelle sono lontane. 

Normalmente, un banale 5 Febbraio, passereste per la via mediamente frequentata, angusta, circondata di palazzi alti e grondanti biancheria ad asciugare. Ai lati, una densità di banchetti e bancarelle proibita dalle leggi della fisica, carichi di statuette del presepio di ogni forma e dimensione, anacronistiche o meno, accessibili alle tasche dei turisti od eccessive per lo Sceicco dell’Oman. Uno spettacolo folkloristico, sì. 

Particolare, ma niente di più.

Tuttavia il concetto di SGA trascende la notazione topografica.
SGA è ben collocata nello spazio, ma anche nel tempo. 

SGA è un luogo dell’anima.

Ora, fatemi la cortesia di richiamare l’immagine mentale di qualche riga fa, la stradina, le statuette, l’entusiasmo partenopeo, a volte difficilmente confondibile da una pièce teatrale e di chiudere il tutto in una piccola bustina di lino metaforica.

Legatevi una sottile cordicella di cotone, dopodiché, discostatevi dal comune iter di preparazione del tè. 

Non è nell’acqua che dovete infondere l’altrimenti innocente stradina del quartiere San Lorenzo.

Quello che vi serve è un puro distillato di acidi lisergici, speed e metanfetamine, possibilmente ben caldo. Lasciate infondere tutto, poi buttate via bustina di lino e coordinate geografiche. 

Né le stradine, né la ragione sociale dei negozietti contribuisce a connotare l’evento.
Guardate nel vostro metaforico tazzone di tisana e lì troverete ciò che veramente è SGA.

Siete in via dei Tribunali. 

Paese del Sole o no è dicembre e nel vicino Duomo di San Gennaro non si riesce a sciogliere nemmeno il sangue del santo senza l’uso del forno a microonde. 

Eppure avete l’impressione di essere nei pressi di una fucina nanica, di quelle meravigliosamente dipinte nella trilogia del Signore degli Anelli. 

Un calore incurante delle disgrazie degli uomini vi chiama con voce asciutta di scirocco e vi chiedete, data l’entità della cosa, come abbiate fatto a non accorgervi di un palazzo che va a fuoco. 

Ed è allora che vi voltate e vedete l’imbocco di SGA. Sembra che qualcuno si sia seduto su un tubetto di dentifricio pieno di bancarelle. I primi punti vendita traboccano dalla svolta della traversa e la gente pare sifonata da un interesse smodato per quelli che sembrano soldatini di plastica. 

Come ho presagito siete vissuti lontani dagli inutili servizi natalizi di Studio Aperto e non sapete ancora cosa accada in quella mistica stradella stipata di turisti. 

 Vi inoltrate e per una ragione a voi oscura torna in mente tutta una filmografia horror di serie B che  trova la sua ragion d’essere in sinistri, scricchiolanti sottoscala e prodi imbecilli, che sentono l’irrefrenabile bisogno di controllare.

Sarà un caso.

Sbattete contro la folla e non vi interessa, la curiosità ormai è spalmabile come la margarina e tutto sommato è meglio stare un po’ stipati, benché al caldo, piuttosto che surgelarsi altrove in cambio di un po’ di spazio vitale in più. 

Ed è dopo il tappo di visitatori, quando la visione si rischiara un po’, che ve ne accorgete: la luce è gialla ed eccessivamente calda e tra gli esseri umani, vivi e semoventi, vedete una miriade di lillipuziani immobili, fermi in un ultimo impulso di eccessiva espressività. 

Vengono sfornati centinaia di pastorelli, pecorelle, astanti e membri della sacra famiglia, pronti ad essere esposti nelle case di ognuno nel presepe. Ovviamente sono disponibili anche i vari paraphernalia necessari per la riproduzione del più famoso filmino di parto di sempre, ma il punto focale di SGA è lo spaccio su vastissima scala di pastorelli per il presepe, una macchina di distribuzione perfetta e ben oleata che ha da tempo abbandonato la necessità di migliorare principi di qualità e quantità. 

Lì si è già raggiunto l’apice, pare. 

Una volta superato lo stupore per la grande quantità di variegate statuette (e la sensazione feroce di essere osservati da una miriade di occhi in gesso, plastica, terracotta) ci si accorge del vago sfasamento temporale. 

Normalmente, in leggeri strascichi di catechismo, uno si ricorda che la nascita di Gesù Cristo (quello che succede nel presepio, nda) sia avvenuta più o meno intorno all’anno zero, in Galilea, una regione in sé piuttosto secca. Desertica.

 Leggenda (o dottrina, come preferite) vuole che quei due poveri cristi per finire a partorire in una grotta schifosa, in condizioni igieniche che nemmeno nei peggiori bar di Caracas, si sarebbero già dovuti passare tutti gli hotel della zona nel pieno dell’alta stagione e senza prenotazione. 

Condizioni severe in un punto periferico dell’impero Romano.

A guardare invece le statuette del presepio, più che un episodio biblico, pare assistere a una puntata di Doctor Who.

Si comincia con un punto fisso, un nocciolo duro rappresentato dalla Sacra Famiglia che si dà al camping sotto una qualche variante di grotta (perché diciamocelo, quella non è la scena di un parto). 

Di lì in poi, salvi alcuni elementi ricorrenti, si parte col più lisergico fantasismo. 

Perché limitarsi ai pastorelli? 

 Perché costringere la provvidenza a miseri re magi quando si può rendere una realtà il sogno di avere dei PESCATORI  nell’hinterland di Betlemme?

Dove come acqua non c’è nemmeno lo sputo dei passanti.

Dove i picchi di umidità si riscontrano sotto le ascelle.

Dove le bevande si tagliano con la sabbia per una questione di coerenza.

Ma i pescatori non sono la vetta dell’assurdità, perché su Etsy qualche statuina eccentrica per il vostro presepio la trovate anche a un prezzo accettabile. Perchè i Gormiti di vostro figlio li potete riciclare per una versione futuristica dell’antica tradizione. 

Perchè il normale anacronismo, per l’ipertrofico senso dell’umorismo partenopeo non è abbastanza.

 Tra le tradizioni che costellano SGA, infatti, ce n’è una che brilla per il suo essere l’archetipo assoluto del concetto di beffa.

Delle numerose statuette particolari e variopinte, una serie cambia nel tempo e si basa sul semplice principio per il quale pare essere decisamente una buona idea inserire famose personalità pubbliche odierne in una scena di natalità risalente a duemila anni fa. 

Quest’anno possiamo osservare nel campionario il vincitore delle primarie PD Matteo Renzi, con tanto di capoccione da yes-dog e mappa di punti neri da fare invidia a Bruno Vespa e nel passato non erano da meno, con simulacri di Silvio Berlusconi (onnipotente, onnipresente, nel presepio in effetti ce lo potevamo aspettare), l’immancabile Maradona, calciatori di grido di varie epoche e personaggi più o meno pittoreschi, da popolari Totò e Sofia Loren fino a più sofisticati Julian Assange. 

E dopo anni che assisto a questo spettacolo io me lo immagino l’originale di un presepio del genere, non più la natività di Betlemme, ma quella avvenuta in una Napoli atemporale dove personaggi vari ed eventuali non sanno nemmeno come siano arrivati lì e come sia riuscita una signora a partorire con addosso un vestito azzurro e bianco panna senza minimamente macchiarlo e rimanendo perfettamente bona, fotomodella e serafica.

La statuetta della Magnani, la cui presenza nessuno si spiega, insinua che la Madonna è raccomandata, ci vuole un miracolo a partorire così. Quella di Berlusconi intanto infastidisce Giuseppe d’Arimatea, facendogli i complimenti per la minorenne gnocca che è riuscito a procurarsi.
“Un condom la prossima volta, magari”. Giuseppe è confuso.

Totò, insieme alla Loren e Fò, che si scocciano, dopo un po’, di guardare la cometa e gli angioletti trombettieri sulla grotta, hanno sentito che la statuetta di Troisi (periodo del trio) si è portato le carte per giocare a scopa. 

Un pescatore in un angolo grida al miracolo di avere del pesce fresco nel mezzo della Galilea e una statuetta sperimentale di un Gesù già trentatreenne gli chiede se può avere due orate in prestito per fare pratica con le moltiplicazioni.

Se Natale è già passato, Matteo Renzi lo troverete sotto il soffitto della grotta a convincere il bambinello (ancora ignaro e un po’ confuso) che quel posto nella mangiatoia spetta a lui, in quanto eletto democraticamente.

In disparte, una statuetta di Papa Francesco (fatta riciclando vecchi modelli di Vianello con aggiunta di una tunica bianca) si fa grasse risate e prende appunti su un piccolo taccuino di ceramica, mentre nel cielo, illuminato a giorno da stelle di led, un dio lontano non osserva i suoi figli, ma sembra molto impegnato a decantarne le doti a strani e lontani passanti.

E se aguzzeranno la vista i personaggi di questo peculiare presepe potranno vedere migliaia di altre versioni del loro presente e altrettanti dèi lontani che ne decantano le doti, qualcuno intento ad adagiarsi sulla lingua un francobollo di LSD per trovare qualche idea per l’anno dopo.

Alcune di queste ipotetiche statuette, ferme nel tempo e lontane nello spazio, forse aguzzeranno lo sguardo al cielo, oltre gli angeli trombettieri, oltre la cometa e le colorate stelle di plastica e se saranno fortunate scorgeranno, confusa, una targa: SAN GREGORIO ARMENO, qrt San Lorenzo.

 

Lorenzo Vargas
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