Fino a qualche tempo fa confondevo costantemente Marco Polo con Magellano. «Ah sì, Marco Polo, quello che ha circumnavigato il globo» «no, quello è Magellano» «ah sì, Magellano, quello de Il Milione» «No, quello è Marco Polo». Stanco di fare figuracce decisi di studiare come si deve la loro vita e le loro imprese. Adesso, non solo non incappo più in tragici errori, ma posso anche affermare che Marco Polo era solo un mercante sopravvalutato che non ha scoperto niente e che al massimo se ne andava in Cina lungo la via della seta (e allora? Ho un sacco di amici che sono andati in erasmus in Cina, ma non li vedo sui libri), mentre Magellano era un pazzo scatenato, una specie di rock star del XVI secolo.
Era impopolare e antipatico, con la faccia segnata dalla vita estrema che conduceva, a metà tra un pirata e un capitano di bordo ufficiale, sedava gli ammutinamenti (causati dal continuo dimezzamento delle razioni di cibo al proprio equipaggio) con la forza. Addirittura nel pieno del viaggio più importante, che lo portò a circumnavigare per la prima volta nella storia il globo terrestre, interruppe la rotta per inseguire tre navi che si erano date alla fuga, le raggiunse catturando tutti i ribelli, i quali furono giustiziati o abbandonati a terra in mezzo al nulla più totale (immaginate un posto a caso dove non prende il 3G e moltiplicatelo per cento milioni). Era il marzo del 1520, nei pressi di Baia di San Julian, in Patagonia.
Ed è qui che Magellano ha incontrato i giganti.

Ma prima un passo indietro, per tutti quegli ignoranti che confondono Marco Polo con Magellano.
Fernão de Magalhães (che incomprensibilmente è stato italianizzato in Ferdinando Magellano e non in Ferdinando Magalli) è nato nel Portogallo della piena espansione marittima e dell’Estado da India, e già da giovanissimo aveva partecipato alle imprese nei mari dei suoi grandi predecessori Almeida e Albuquerque su tutti. Mezzo mondo, negli anni a cavallo tra XV e XVI secolo, stava tentando di raggiungere l’India passando attraverso l’oceano Atlantico, con la speranza di trovare una via più rapida di quella attorno all’Africa tracciata da Diaz. Poco dopo i trent’anni, Magellano intuì che si sarebbe potuto trovare un passaggio spingendosi ancora più a Sud del continente Americano (vedete? Anche cinquecento anni fa ci si realizzava professionalmente dopo i trent’anni).
Incassato il rifiuto dalla Corona portoghese, che non volle finanziare la spedizione giudicandola assurda, Magellano si rivolse agli spagnoli, che non vedevano l’ora di superare i dirimpettai lusitani nella corsa alle spezie.
E così ebbe inizio l’impresa, con tanto di ammutinamento, come già detto. E poi il passaggio per la Terra del Fuoco, in quello stretto che ora prende il nome del nostro eroe, fino a sfociare nell’Oceano Pacifico, così denominato per via delle acque calme e limpide, una passeggiata di salute dopo le burrasche sudamericane. Non so se è chiaro: l’Oceano Pacifico ha questo nome perché l’ha deciso Magellano. Perciò quando fate le classifiche su Facebook con i dieci libri che vi hanno cambiato la vita con tutta quella narrativa beat neanche foste dei quattordicenni, oppure quando programmate il viaggio in California perché lì è tutta un’altra storia e stanno troppo avanti neanche foste dei quattordicenni, dovete pensare a Ferdinando la rock star dei sette mari.

Talmente rock star spericolata, che una volta giunto nelle Filippine, per il semplice fatto di aver trovato simpatico il sovrano indigeno che lo aveva accolto (e anche perché era un bellicoso amante del pericolo), decise di immolarsi e di combattere con il suo equipaggio la tribù nemica del sultano di Cebu. Rimanendo nella metafora musicale: questo è il flop discografico del Magellano, un vero e proprio suicidio tipo l’ultima trovata commerciale degli U2 (non che tutti gli altri dischi abbiano qualche recondito valore, sia chiaro).
Probabilmente sottovalutando l’abilità bellica dei suoi avversari, si trovò nel bel mezzo di una carneficina inaspettata: morì sotto le lance e le frecce nemiche e il suo corpo non fu mai più recuperato. Una piccola parte del suo equipaggio riuscì a salvarsi, per poi fuggire verso le Molucche e lentamente rientrare in patria.
Tutto quello che sappiamo di questo viaggio, è merito di Antonio Pigafetta, fedele braccio destro di Magellano durante la spedizione, di cui scrisse il diario di bordo.
E allora si diceva di giganti in Patagonia. Pigafetta scrive in un simpatico veneto rinascimentale:
«Essendo l’inverno le navi intrarono in uno bon porto per invernarse. Quivi stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna. Un dì a l’improvviso vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. […] Questo era tanto grande che li davamo alla cintura e ben disposto: aveva la faccia grande e dipinta intorno de rosso e intorno li occhi de giallo, con due cuori dipinti in mezzo delle galte».
Le leggende attorno alla presenza di uomini enormi nascosti in capo al mondo si moltiplicarono e durarono per secoli, alimentando una fitta produzione letteraria e artistica, oltre alla curiosità dei futuri esploratori che raggiunsero quella zona.
In realtà l’induzione è semplice, direte voi. Erano in Patagonia, Magellano e i suoi si saranno strafatti di yage o di peyote, sfido a non vedere i giganti che ballano nudi.
E invece no. I giganti che ballano nudi esistono per davvero e sono conosciuti come Tehuelche, una tribù di nativi americani la cui altezza media si assesta attorno ai due metri, una popolazione di giocatori di basket che effettivamente agli occhi di Magellano, piuttosto basso, ingobbito e accorciato da una gamba di legno, dovevano sembrare dei veri e propri giganti. Naturalmente noi occidentali, giganti o no che siano, non abbiamo impiegato molto tempo a decimarli.
Oggi circa 5000 Tehuelche sparsi in piccole comunità o nelle riserve, sopravvivono con i loro riti, con i loro sciamani, con la loro legislazione e la loro bandiera. Una bandiera gigante.