Attualità: Quello che resta dopo una fine
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Quello che resta dopo una fine

Negli ultimi tempi sto pensando spesso alla fine. Non alla mia fine intesa come morte, né alla fine di qualcosa in particolare. Semplicemente al concetto di fine inteso come termine, compimento, interruzione di qualcosa che è andato avanti per un determinato periodo di tempo e poi stop. Di solito penso alla fine con nostalgia. In […]

21 Feb
2019
Attualità

Negli ultimi tempi sto pensando spesso alla fine. Non alla mia fine intesa come morte, né alla fine di qualcosa in particolare. Semplicemente al concetto di fine inteso come termine, compimento, interruzione di qualcosa che è andato avanti per un determinato periodo di tempo e poi stop.

Di solito penso alla fine con nostalgia. In sintesi: qualcosa ieri c’era e oggi non c’è più, e questo mi rende triste. Spesso tendiamo a ricordare il passato con malinconia e questo capita anche a me: quando ero all’università e ripensavo al liceo, lo idealizzavo come il periodo più felice della mia vita. Oggi mi succede la stessa cosa con l’università: il ricordo è ancora piuttosto fresco, e alcune volte quel pezzo di vita mi manca in maniera incredibile.

Nel tentativo di dare una spiegazione a tutto ciò, ho provato a vivisezionare quella sensazione che mi assale quando sono in metro e fisso il vuoto, quando sto lavorando e lo schermo del pc diventa bianco e io torno sui banchi del liceo, quando ripenso a una discussione del 2012 che avrei potuto affrontare meglio, quando mi viene in mente il sorriso di una persona che non vedo da anni e sorrido anch’io, idiota.

Ho diviso tutto nei quattro momenti fondamentali che, a mio avviso, dividono meglio questo tipo di flashback malinconico/onirici che mi colgono spesso alla sprovvista. Di solito basta anche un odore, oppure un momento più brutto del solito, e la macchina si mette in moto.

 

Il racconto

Quando finisce una storia, un qualsiasi tipo di storia, mi costruisco una mia verità. Me la racconto, come si dice in gergo, probabilmente focalizzandomi soltanto sugli aspetti che voglio ricordare, di solito tralasciando i miei errori. Qualche tempo fa una persona mi ha fatto ricordare un momento particolare del nostro rapporto che io avevo completamente rimosso. Non mi ero comportato bene in un’occasione e la mia memoria aveva di fatto tagliato quella versione della storia: nella mia mente le rose non avevano più spine, e allora ho capito che quando un ricordo è troppo bello per essere vero è semplicemente perché state tagliando via qualcosa.

Ho tante storie passate immagazzinate dentro di me (come tutti) e allora mi chiedo quali particolari mi siano sfuggiti, quali aspetti rilevanti il mio ego abbia tagliato via, negli anni. Per capirlo dovrei parlare con tante persone di troppe cose che al momento neanche mi vengono in mente, tanto è anarchico il pensiero della fine. Da una parte sono contento di conservare ricordi un po’ edulcorati, in modo tale da non colpevolizzarmi troppo (tendo a farlo, spesso), dall’altra però mi dispiace di non poter chiedere scusa. Vorrei pagare il conto dei miei ricordi sbagliati ma non è possibile, quindi probabilmente continuerò a raccontarmela un po’ come mi pare.

 

L’assenza

Se la fine è il succo, l’assenza è la polpa. È strano come si possa avvertire anche fisicamente, come quando sei in macchina e ti giri istintivamente verso l’altro sedile e quella persona semplicemente non c’è. Quel posto vuoto ha un suo senso, non è semplicemente inoccupato, è invece occupato dal tuo ricordo di lei/lui precisamente lì, mentre guarda fuori dal finestrino o mentre ti racconta una cosa buffa che gli è capitata.

La voce! La voce è un’altra cosa che resta dopo una fine, anche il suono della risata, o le battute che facevano divertire quella persona. Alcune cose di chi ho perso (in un modo o nell’altro) non le ricordo bene, ma le voci le ricordo tutte.

Con i luoghi invece è diverso, alcuni angoli del mio liceo per esempio li ricordo bene, ma non riuscirei a dirvi con precisione com’era fatta la mia classe del quarto ginnasio. Vorrei tenere a mente anche quelli ma non ci riesco, quindi se qualcuno sa come fare a ricordare il banco al quale era seduto a 14 anni si faccia avanti, grazie.

Infine, i gesti. Io mi ritrovo alcune volte a fare dei gesti che altre persone mi hanno lasciato insieme al certificato della loro assenza. Un modo particolare di ridere, un detto ricorrente, la maniera in cui inclino la testa o arriccio la bocca quando qualcosa non va. Sono piccole eredità che mi sono state lasciate inconsapevolmente e che custodisco con gelosia perché ora sono parte di me, qualunque sia stata la fine.

 

La sfumatura

Un altro aspetto fondamentale della fine è la scia, il non detto, quello che nel racconto non emerge. Quando parlo della mia prima fidanzata probabilmente mi dimentico anche di come sia finita la nostra storia, ma ricordo esattamente un momento preciso in cui mi ha guardato negli occhi: era uno sguardo pieno, di quelli che restano, e infatti è rimasto.

Alcune sfumature sono tanto particolari da trascendere anche il generale per restare attaccate nella memoria, tipo una fotografia su un muro. Non ricordo il viaggio d’andata della mia prima gita, non ho neanche un ricordo generale ma c’è una sensazione di candore ovattato che mi circonda ogni volta che ripenso a quella settimana lì. È tutto molto illuminato, c’è parecchia luce e io sono abbagliato da tutte quelle possibilità, da tutta quella vita, come qualsiasi quattordicenne.

Le fotografie sicuramente aiutano, ma quello che fotografa la mente non puoi vederlo finché qualcosa non te lo fa ricordare davvero. A quel punto la sfumatura entra nell’album e tu la conservi, solo tu, nonostante la fine. È una sorta di peso, di fardello, quel particolare non è neanche più roba “vostra”, è solo tua come solo tuo è il compito di conservarla, per far sì che non vada persa per sempre. La sfumatura, in definitiva, è responsabilità.

 

Lo stupore

L’ultima cosa che mi resta dopo una fine è lo stupore. Può sembrare paradossale, e probabilmente lo è: come può un ricordo destare stupore? È un qualcosa che hai già vissuto, non dovrebbe sorprenderti poi così tanto.

Invece — forse per un cortocircuito del sistema citato in precedenza (quello che rimuove le cose brutte), forse perché semplicemente i gigabyte a nostra disposizione non sono infiniti — alcuni ricordi tornano a galla in maniera inaspettata e mi fanno esclamare oddio, io questa cosa l’avevo rimossa. È un momento incredibile: la luce illumina di nuovo un angolo che era rimasto nascosto, la meraviglia dello stupore di un ricordo è una delle cose più assurde e belle che si possano provare, almeno per me. Ammesso che sia un ricordo piacevole, s’intende: con un brutto ricordo si corre il rischio dello sconforto impolverato. Cupo, contorto, e impossibile da spolverare.

Lo stupore della fine, però, ha anche un’altra faccia. E, nonostante io ami quel riemergere improvviso di cose dimenticate, è questa seconda faccia a farmi più effetto tra le due. Sono una persona piuttosto razionale, da un certo momento in poi tendo semplicemente ad accettare le cose, a non portare più rancore, a certificare un’assenza e ad archiviarla. In alcuni casi, però — no, meglio: in momenti casuali di giornate qualunque, però, mi stupisco ancora di alcune fini. Ed è uno stupore reale e presente, tangibile e lucido, come se quella cosa fosse finita due minuti prima.

Quelle giornate felici del liceo sembravano durare per sempre, e allora come mai non ci sono più? I martedì all’università erano lunghi come i caffè della macchinetta, e allora come hanno fatto a sparire così? Quella persona per me era come un fratello, e allora perché oggi non ci parliamo quasi più? Quello sembrava veramente l’amore della mia vita, e allora perché è finito?

Come è potuto succedere tutto questo?

Resto così per un po’, lucido e pazzo allo stesso tempo. Fisso quella fine, la rievoco, scuoto la testa, qualche volta sorrido come sorridono i matti, ma il più delle volte rimango razionalmente attonito e pongo a me stesso domande che probabilmente un tempo hanno avuto anche una risposta, ma che oggi semplicemente non hanno più motivo di essere poste.

Poi arriva la vita, che è un fiume in piena, e mi trascina via verso un’altra storia, verso un’altra fine.

 

In copertina:
Italian Landscape with Umbrella Pines, Hendrik Voogd, 1807 olio su tela, h 101.5cm × w 138.5cm. Fonte: Rijks museum

Dall’alto al basso: 
Self-portrait, Rembrandt van Rijn, c. 1628 — Fonte

Blue Macaw, Meissener Porzellan Manufaktur, 1731 — Fonte
Floral Still Life, Hans Bollongier, 1639 — Fonte

Still Life with a gilded Beer Tankard, Willem Claesz. Heda, 1634 — Fonte

 

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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