La scrittrice Michela Murgia ha commentato la morte di Sara Di Pietrantonio con un articolo uscito su “Donna Moderna” lo scorso 31 maggio. Ci sono però alcuni punti che rendono l’articolo della scrittrice sarda irricevibile in un’ottica antisessista.
Commentando l’omicidio di Sara Di Pietrantonio commesso lo scorso 30 maggio a Roma, la Murgia scrive:
«Non occorre cercare tanto: lo sappiamo da anni che le cause sono culturali. Vincenzo Paduan non è un folle, ma è il frutto del processo sociale, di una cultura, che costruisce e alimenta in tutti e in tutte noi l’idea che una donna sia una cosa (“sei mia/sono sua”) o una funzione (“la moglie/fidanzata/figlia/sorella/madre”), ma mai una persona dotata di autonomia.»
“Sono la sua ragazza” si usa tanto quanto “sono il suo ragazzo” e a “è la mia ragazza” corrisponde ovviamente “è il mio ragazzo”: il “sei mia/sono sua” esiste declinato al maschile “sei mio/sono suo”. Vale lo stesso per la funzione “moglie/fidanzata/sorella/madre” a cui corrisponde biunivocamente “marito/fidanzato/fratello/padre”. Le funzioni e i rapporti di possesso citati non sono maschilismo, ma sessismo e la differenza non è di forma ma di sostanza: non si tratta di imposizioni dei maschi sulle femmine, ricostruzione semplicistica e autoassolutoria, ma di rapporti umani che si definiscono all’interno di una struttura sociale di cui tutti fanno parte.
Poco dopo, aggiunge:
«I risultati di questa cultura sessista sono visibili persino nel modo in cui è stata data dai giornali la notizia della morte di Sara di Pietrantonio, continuamente definita “fidanzata” o “ex fidanzata”, cioè proprio la funzione relazionale a cui si era sottratta. Se fosse chiaro che quella ragazza è morta perché non voleva più essere la fidanzata di Vincenzo Paduan, perché continuare a definirla quel che lei stessa non voleva più essere?»
Questo è semplicemente pretestuoso. La definizione di “ex fidanzata” corrisponde al vero ed è essenziale ai fini della comprensione della notizia. Non specificando l’esistenza del rapporto di coppia tra l’assassino e la vittima non se ne sarebbero comprese le motivazioni profonde, quelle del possesso e della gelosia. La stessa cosa sarebbe successa nel caso in cui l’omicidio fosse stato compiuto da una donna e la vittima fosse stata il suo ex partner.
In altri casi in cui la violenza relazionale è stata perpetrata su un uomo da parte di una donna, la vittima è stata spesso definita ex marito o marito senza suscitare particolare scalpore. Ad esempio nel gennaio 2015 questa notizia riportava di una doppia evirazione compiuta da una donna cinese sul marito. In Italia la notizia è stata riportata addirittura definendo l’uomo “marito fedifrago”. Non è forse la stessa cosa? Definire immediatamente il rapporto di coppia concede uno schema interpretativo al lettore della notizia. È pura funzionalità del sistema dell’informazione piuttosto che sessismo. In un caso recente come quello della “coppia dell’acido”, le vittime di Martina Levato, tutte di sesso maschile, sono state spesso descritte come “i suoi ex”. Il motivo è per caso che siamo abituati a immaginare i partner maschili come delle «cose […] mai dotate di autonomia»?
Ancora, scrive Murgia:
«Accanto alla notizia dell’omicidio di Sara, ieri su un quotidiano on line c’era un boxino con la foto di una concorrente di Miss Italia misurata col metro da un compiaciuto uomo-giudice.»
Il compiaciuto uomo-giudice (non un giudice qualunque) e il suo metro a definire la donna. Ma come la definiremmo se usassimo come metro il settimanale Donna Moderna? Andando sulla home, ci sentiamo sollevati quando veniamo accolti da un header rosa fluo: ma allora siamo nel posto giusto, è proprio un posto per donne!

Screenshot dell’ header del sito di Donna Moderna. I primi temi parendo da in alto a sinistra sono “Abbronzatura perfetta”, “Donne vere” e “Capelli”.
E quindi, a cosa si interessa la donna moderna? Secondo le rubriche Bellezza, Moda e Sfilate, è bene che curi il suo aspetto e che — suggeriscono Cucina e Ricette — sia anche una brava cuoca. Parliamo di donne, quindi come possiamo non parlare di Mamme e della capacità di muoversi in Casa e districarsi con il Fai da te. Infine, si sa, sono un po’ pettegole, adorano il Gossip. Riassunta dai titoli degli articoli e illustrata dalle foto, raccogliamo l’immagine di una donna ossessionata dal suo peso e dal suo aspetto fisico, incapace di interessarsi a ciò che non compete alle categorie elencate da Michela Murgia: è una mamma, una cuoca, una casalinga e, in generale, un bell’oggetto da guardare.


Screenshot dal sito di “Donna Moderna”, si noti dalle immagini il modello di salute e bellezza proposto. l’immagine che corrisponde al titolo “Esercizi per i glutei: lato B perfetto in poco tempo” presenta due donne estremamente magre.
Il metro in mano al giudice (uomo-giudice!) è solo il passo finale di un percorso di condizionamento che passa attraverso i mezzi di comunicazione. «Quel metro può assumere tutte le forme che vuole», anche la forma della donna-direttore del settimanale. Non si può denunciare la resistenza all’educazione contro gli stereotipi di genere dalle stesse pagine dai quali vengono perpetuati. Le “radici precise” che lei pretende di spiegare passano prima da qui.
E per Donna Moderna la scrittrice non ha avuto una collaborazione occasionale, né si trova per circostanza costretta a far gavetta, ma ha una rubrica tutta sua, Visto da Michela.
In chiusura, un’ultima questione:
«Allo stesso modo mettere la foto dell’assassino e della vittima insieme abbracciati realizza i sogni dell’omicida: ricomporre nella morte la storia d’amore che non c’era più.»
Qui ha ragione. A mettere la foto dell’assassino e della vittima insieme dopo la morte si realizza il disegno violento e prevaricatore dell’omicida, ma viene anche in mente che la formula «finché morte non vi separi» deriva dalla ritualità del matrimonio cristiano e non è messa lì a caso. Una formula del genere significa proprio che l’unica cosa che può separare una coppia è la morte. Si potrebbero citare anche l’inscindibilità del matrimonio e il nono comandamento, che nel sancire «non desiderare la donna d’altri», sottolinea implicitamente l’appartenenza della donna all’uomo. Nell’articolo, che si intitola Violenza contro le donne, una cultura con radici precise, manca questo punto, quello della tradizione religiosa che impone attraverso le sue istituzioni non solo il conservatorismo e un’idea di coppia esclusiva, possessiva e granitica, ma anche la sudditanza femminile rispetto al sesso maschile.
Pur sapendo che molte delle posizioni della Murgia si pongono al di fuori della dottrina della Chiesa, ci chiediamo se il motivo per il quale, lasciando il posto a non-spiegazioni fallaci, non viene menzionata la religione, che è parte importante delle “radici ben precise” del maschilismo di cui parla, sia dovuto alla sua storia personale: viene in mente, ad esempio, il fatto che ha aiutato Mario Adinolfi, oggi capo del fondamentalismo religioso nella politica italiana, nella sua ascesa nel PD, come anche aver insegnato religione nelle scuole e militato in Azione Cattolica.
Verrebbe da pensare che, per coerenza, non sia sufficiente essere dei cattolici pro educazione sessuale e aborto, ma sia necessario essere dei cattolici capaci di sottolineare le responsabilità della cultura religiosa rispetto al sessismo nel nostro paese, una cultura che, anche in tempi recenti, ha cercato di resistere all’avanzamento del discorso politico in tema di diritti civili. Verrebbe da pensare che non sia sufficiente dirsi femministe e lamentarsi del maschilismo, ma evitare di collaborare con testate che il sessismo lo tengono vivo ogni giorno.