
Stasera il cielo è viola, morbido, aggraziato, dolce, sinuoso. Un viola velluto. Un viola pacifico che non minaccia pioggia ma solo sera. È anche rosa salmone e blu cobalto. E dietro i colori ci sono quei fasci di luce brillante che partono da chissà dove là dietro e si diramano coatti per tutto l’orizzonte. Sono importanti perché danno una direzione al cielo e, insieme, situano te: ti dicono che tu pensi che la vita si riduca a questo lento sgocciolare della domenica, questa Roma appesantita dai sughi domenicali e dalle paste con troppa panna, tu pensi che si riduca tutto a questa storia vecchia e ordinaria, e invece no, affatto. Questi raggi mettono in prospettiva il punto in cui sei: sei qui, tra i sughi e le paste, ma c’è un altrove, c’è un diverso, devi solo fare un doppio carpiato mortale con dolore addominale.
Un cielo variopinto e movimentato, un cielo allegrotto e un po’ disordinato che dice dell’altrove.
Il cielo è la nostra cornice, lo sfondo sul quale ci muoviamo. Ci abbraccia e dà una tonalità ai nostri giorni, al nostro umore, al nostro tempo su questa terra.
Il cielo è la tela sulla quale ognuno prende il suo pennello spelato e sbilenco e traccia le sue linee approssimative e storte.
Dobbiamo guardarlo, interrogarlo, chiedergli sogni e luce, buio non troppo presto e poi un po’ di apertura grazie, l’apertura che ispiri quel doppio carpiato mortale con dolore addominale.
Il cielo è quello che guardiamo quando vogliamo qualcosa, quando ci chiediamo che ora è, dove siamo, quanto manca.
Io lo guardo sempre, e lui mi risponde sempre un botto di cose.