Attualità: Sbandati
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Sbandati

«Signora, sono liti tra clochard, sbandati», il tono è pacato, non presume un giudizio, assume dolente un fatto.

Nel pomeriggio del 7 maggio il cadavere di un uomo (38 anni, senza fissa dimora) è stato ritrovato sulla banchina di lungotevere dei Tebaldi, poco distante da ponte Sisto. «Sul corpo e sul viso sono stati trovate delle ferite di arma da taglio» (fonte). 

 

Era un tardo pomeriggio di maggio e il sole scendendo bagnava Roma della sua luce piena e senza violenza. Roma aveva appena riaperto i suoi cancelli e noi avevamo imboccato i gradini che scendono da Castel Sant’Angelo alla banchina del Tevere, attraversando i lembi sdruciti del nastro giallo. L’odore di piscio, il solito. I clochard — il francesismo elegante addolcisce l’odore più acre — avevano regnato da soli, in sette, sulla silenziosa capitale del mondo per 59 giorni, ma ora, in tanti, ordinati, tornavamo a circolare sulla sinuosa riva del fiume trasformata in palestra a cielo aperto, senza attrezzi. Muscoli e ruote ricominciavano a girare. In quei due mesi avevo visto, da lontano e di nascosto, l’aria e l’acqua perdere smog e acquistare trasparenza, ora quell’effetto antisettico stava cominciando a svanire, ma era solo l’inizio di un lento, lentissimo ritorno alla normalità.

Era un giovedì ma il flusso di camminatori e ciclisti ricordava un sabato di “prima”, c’era il sole, l’ho detto, ma i romani non sarebbero rimasti in città, prima, di sabato, con un sole così. I giorni della settimana, in verità, si erano andati confondendo, ancora scanditi per alcuni dal lavoro — per pochi in presenza e per molti da remoto, agile e smart anche per gli invalidi da casa — giorni scanditi ma sfumati, senza i riti da weekend dello shopping, delle serate, delle messe e delle gite fuori porta. 

Andiamo, camminiamo a passo svelto senza mascherina, a sinistra della frequentata ciclabile, zigzagando quel poco che serve — la banchina è ampia — ad evitare di dare e ricevere il droplet. Andiamo verso l’isola tiberina. Niente assembramenti, distanze mantenute, l’atmosfera sembra rassicurante più che virale. Passo veloce ma non troppo, ci piace parlare un poco, ci piace goderci l’aria tiepida e umida che riempie i polmoni. Il clima di quasi normale socialità cura — come fossimo alle terme — cuore e cervello.

Passiamo Ponte Mazzini, tanta gente è ferma a guardare verso l’altra sponda, ruote e muscoli bloccati, a distanza di sicurezza gli uni dalle altre. Ci fermiamo anche noi. Vedo un barcone bianco e, alla base di un palo scuro, un cane chiaro. Cosa ha di speciale quel cane? Perché tutti lo osservano? Perché sento apprensione nei vicini-distanziati? Non credo di avere pensato ad un cane malmenato. Non credo di avere pensato, solo guardato, meglio, oltre, spostando piano il focus, un mucchio, un borsone scuro a terra, no, un uomo a terra, immobile. Il cane è il suo? Lo lecca? Vuole rianimarlo? Richiama l’attenzione di altri? 

Un altro c’è, viene da Ponte Sisto, vestito di scuro. È suo il cane? O no? Lo sta prendendo a calci? No, piuttosto calcia l’ammucchio, che però non è un ammucchio, è un uomo, e sanguina. Il cane segue l’uomo vestito di scuro. Se ne vanno verso Ponte Sisto. Da qui alcuni gridano, gli urlano «tanto te prendono»… Ma c’è un uomo a terra sanguinante! Sono uscita, come quasi mai, senza cellulare. «Amore, chiama il 112, subito!» Nessun altro lo fa, che io veda, che io senta. Dove siamo? Che altezza del Tevere? Come si chiama il ponte? Chiedo ad alcuni ciclisti: Ponte Sisto. Ponte Sisto? Ponte Sisto. Mauro parla al telefono e dà la localizzazione. Specifica, troppo, per me. «Di’ il fatto, è urgente!» «Cazzo!». Ancora localizzazione. Nessuno ha urgenza, che io veda. 

Molti rimangono a guardare. Rimangono a guardare. A guardare. Guardare. 

Sull’altro lato del fiume un ciclista si avvicina e si ferma. Un altro ciclista scende e avvicina le sue mani al collo dell’uomo a terra. Sente il battito? Da questo lato gli urlano: è vivo? Sembra di sì. Non c’è segno del contrario, nessun gesto di rianimazione. Telefonata finita: «Vengono i soccorsi.» Amore, andiamo, attraversiamo, andiamo. Saliamo, percorriamo Ponte Sisto verso Via Giulia, Lungotevere indietro verso Ponte Mazzini. «Meglio scendere al barcone», l’ingegnere misura e progetta, meglio indicare quella discesa e non la precedente ai soccorritori, la strada più diretta, quindi si attarda ad aspettarli senza dirmelo. Non lo sento più al mio fianco, ma io devo andare, ho indossato guanti e mascherina. Scendo le scale, ci sono i due giovani ciclisti vicini al ferito. Ha sangue vicino all’orecchio. Non mi avvicino. A che fare? Non so far nulla. Avranno fatto loro. Nessuno è piegato sul ferito.

Buon segno. Nessun massaggio, nessun bocca a bocca (di ‘sti tempi…?!) Uno è infermiere, sento. Sanno, sapranno, sanno. È vivo? Molti secondi. Prego. Prego? Chiedo. È vivo? Non può che essere vivo. Molti secondi. Pochissimi minuti. Arriva il 118. Scendono. È andato in arresto cardiaco. Mi distanzio ancora un po’. Massaggio cardiaco. Prego. Lacrime. Defibrillatore. Chiedono il ventilatore. Scendono col ventilatore. Minuti. Lavorano, in tanti, provano. Nel frattempo arriva la polizia. Non c’è confusione. Tutti rispettano tutti. Tutti fanno il loro dovere, precisamente, alacremente. Lunghi minuti. 

Fluidamente, senza che cresca la tensione o salgano le voci, cominciano a staccare gli elettrodi. Il corpo viene girato, prendono un portafogli, cercano documenti, arriva il sacco in alluminio dorato, lucente, come la carta da regalo. Il corpo e il volto spariscono, rimangono solo un paio di scarpe.

Mauro dà il documento, «ho chiamato io i soccorsi», forse è nervoso, forse, certo, non avrebbe voluto essere qui. E chi vorrebbe? Decine e decine di spettatori, decine di minuti di spettacolo per l’altra sponda del Tevere ma qui ora ci siamo noi e i due ciclisti di questa sponda, che io possa vedere. Ancora poliziotti. Fanno andar via i pochi che si avvicinano solo ora. Noi quattro rimaniamo. Ci fanno aspettare, dicono a  Mauro che dovrà andare in Commissariato. Io non ho documento, vado a casa, Mauro mi dà le chiavi, «Prendi un taxi».

Io ci sono e non ci sono. Guardo. Tutti lavorano, semplicemente, ordinatamente, coscientemente, lentamente, ora davvero non c’è fretta. Chiedono anche a me di andare in Commissariato. Andiamo. «Come si chiama?», chiedo, non lo sanno. «Perchè?», chiedo in macchina al poliziotto gentile, quasi accudente. «Signora, sono liti tra clochard, sbandati», il tono è pacato, non presume un giudizio, assume dolente un fatto.  Sbandati. Oppure siamo noi gli sbandati, sull’altra banchina del fiume, anche se immobili e distanziati? 

Magari avessi sbandato per correre come  il samaritano verso l’uomo ferito per tenergli la mano, dargli una carezza ed un bacio e dirgli «andrà tutto bene». 

Evelina Piscione
Evelina Piscione
Evelina Piscione è nata ed ha vissuto quasi sempre a Roma dove insegna filosofia e storia. Ha scritto e pubblicato poesie, racconti di viaggio, interviste impossibili e saggi di filosofia. Ama suo marito, la famiglia, gli amici, la scuola, la poesia che si fa politica e la politica che si fa poesia, il Mistero.
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