Sport: Baseball for dummies
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Baseball for dummies

Breve guida per godersi le World Series.

Ma è coinvolgente!

Ci sono due cose difficili – anzi, PARECCHIO difficili – se uno volesse spiegare ad un nostro connazionale a digiuno di conoscenze perché valga la pena di seguire le World Series della MLB che sono ormai alle porte.  La prima è fargli capire le regole del baseball, perché è uno sport di non semplicissima comprensione, soprattutto se il massimo della nostra capacità di approfondimento in termini di regole sportive è il dannatissimo fuorigioco passivo.  La seconda è che il baseball, quello della MLB in particolar modo, è uno sport che regala momenti di altissima spettacolarità.  Si prenda ad esempio il “Triple play”:  l’attacco ha un uomo in prima base e uno in seconda base.  Il battitore colpisce una valida, in direzione della terza base, ma tutto sommato facile da intercettare.  La difesa reagisce in un nanosecondo:  tre eliminati in pochi istanti, fine dell’inning, se ne riparla al prossimo.

TriplePlay

Questo è un esempio. L’home run, o fuoricampo, ne è un altro. Le stolen bases o basi rubate un altro ancora. Ma più in generale, il baseball è uno sport che ha ovviamente una caratteristica “statica” (finché la pallina non lascia la mano del lanciatore, tecnicamente l’azione non è in corso), ma che al tempo stesso vive di “lampi”, di azioni fulminee che ne costituiscono l’essenza.

 

Ma è pop!

Quello che forse in molti non sanno è che il baseball, il National pastime per antonomasia negli Stati Uniti (ma non solo), ha anche un’elevatissima penetrazione nella cultura popolare.  Numerosissime vignette dei Peanuts si svolgono durante una partita di baseball, con Charlie Brown nel monte di lancio, al punto che anche baseball-reference.com, che di questo sport è un po’ la Sacra Bibbia, ha dedicato una pagina alla squadra de i personaggi di Charles M. Schulz. Una delle storie più famose dell’Uomo Ragno – anzi, per quelli più giovani di me, di Spider-Man – è ambientata all’interno dello Shea Stadium.

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Il Re del Terrore, Stephen King, fa continui riferimenti al baseball nei suoi libri, in alcuni casi persino dal titolo (“La bambina che amava Tom Gordon”, che per chi non lo sapesse era un lanciatore in forza ai Kansas City Royals e ai Boston Red Sox, al tempo in cui il romanzo veniva scritto).

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Ma anche in uno dei suoi racconti più famosi, “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”, che probabilmente conoscete nella sua trasposizione filmica dal titolo “Le ali della libertà”, King racconta come l’umore cupo di uno dei detenuti, Andy, “cessò al tempo della World Series nel 1967.  Fu quell’anno di sogno, l’anno in cui i Red Sox vinsero il pennant della National League invece di piazzarsi noni, come gli allibratori di Las Vegas avevano predetto. […] C’era una specie di sciocca sensazione che se i Morti Sox fossero tornati in vita, allora forse chiunque avrebbe potuto farlo.  Ora non so spiegarla quell’atmosfera, non più, immagino, di quanto un ex fanatico dei Beatles sappia spiegare quella mania.  Ma era reale.  Ogni radio era sintonizzata sulle partite quando i Red Sox scendevano in campo.”
Il capitolo dei film, poi, non lo apriamo proprio, direttamente, altrimenti finiamo di scrivere dopo le World Series. Del 2020.

Ci sono anche altre ragioni per cui il baseball è – giustamente – famoso.  Alcune sono legate a personaggi che, almeno di sfuggita, avrete sentito nominare.  Jackie Robinson, primo giocatore afroamericano a militare nella Major League of Baseball nel 1947. Joe DiMaggio, marito di Marilyn Monroe nonché immortalato nella celeberrima canzone di Simon & Garfunkel “Mrs. Robinson”.  Lou Gehrig, quello a cui è andata peggio di tutti, uno che era forte, ma forte per davvero, ma che in molti conoscono solo perché l’altro nome della SLA è, per l’appunto, Morbo di Gehrig.

E ancora non siamo all’aspetto sportivo dell’intera faccenda. Aspetto che ovviamente non può passare in secondo piano. Non del tutto, almeno.

 

Una storia che va avanti da 140 anni…

La Major League of Baseball esiste, nella forma attuale (divisa cioè tra American League e National League), dal 1903, anche se a onor del vero la National League esisteva già dal 1876.  Queste due “Leghe” assegnano un titolo, chiamato Pennant in inglese e spesso tradotto un po’ impropriamente come “scudetto”.  Sono due Leghe che si differenziano l’una dall’altra per un aspetto, marginale ma non troppo, che è la presenza del “battitore designato”.  In pratica, dal 1972, nell’American League i lanciatori non si presentano in battuta (come fanno invece quelli della National League) ma vengono sostituiti dal battitore designato, indicato come DH (Designed Hitter) nelle formazioni.

Ma poniamo che voi stiate leggendo questo articolo e vi manchino perfino le basi per leggere le sovraimpressioni di una partita trasmessa in TV. Noioso ma d’obbligo un rapidissimo glossario delle medesime.

 

Back to basics

SCOREBOARD, o come si legge il punteggio. Di solito, i punteggi di una partita di baseball sono costituiti da una fila di 12 numeri (o di più, se ci sono stati degli extra inning). I primi nove sono i punteggi dei singoli inning; il decimo rappresenta la somma dei primi nove; l’undicesimo è il numero delle battute valide, ovvero di quante volte il battitore è riuscito a colpire la palla e ad arrivare almeno in prima base; l’ultimo sono gli errori. Cito testualmente chi ha saputo definire meglio di me la questione: “nel baseball, un errore è un atto di un giocatore che, a giudizio del classificatore, sbaglia a giocare una palla in maniera da concedere ad un battitore o ad un corridore di raggiungere una o più basi, laddove una giocata normale, eseguita con sforzo ordinario, avrebbe impedito una tale realizzazione.”

score

LINEUP, o formazione. A baseball si gioca in nove, e attacco e difesa si scambiano i ruoli ogni tre eliminazioni. I giocatori vanno tutti in battuta a turno quando sono in attacco (con l’eccezione del lanciatore, se stiamo parlando di una partita di American League), e i ruoli con cui sono contrassegnati sono quelli che occupano quando sono in difesa. In breve: lanciatore, o pitcher (P); ricevitore, o catcher (C), prima base (1B), seconda base (2B), interbase, o shortstop (SS) terza base (3B), esterno destro (RF), esterno centrale (CF), esterno sinistro (LF). Il battitore designato è contrassegnato con la sigla DH.

LANCIATORE vs. BATTITORE. Il baseball, essenzialmente, è una sfida tra lanciatore e battitore, che si conclude dopo nove riprese da tre eliminazioni ciascuna. In questo confronto diretto risiede lo spirito stesso del gioco. Il lanciatore la spunta dopo tre strike (lanci effettuati in zona “battibile”), e in tal caso si parla di strike-out, o K; il battitore dopo quattro ball (lanci fuori da questa zona, cioè troppo alti, o troppo bassi, o troppo interni o troppo esterni). Questo conteggio è solitamente indicato come counte nelle sovraimpressioni si trova sotto il punteggio della partita. La prima cifra è quella dei ball, la seconda quella degli strike, poi ce n’è una con accanto una “O” che indica quanti giocatori sono stati eliminati nel corso dell’inning.

 

Pazzi per le statistiche!

Nel nostro italico mondo calcistico, siamo abituati a ragionare in termini di punti in classifica, gol fatti e subiti, capocannonieri, cartellini gialli e rossi rimediati, da qualche anno a questa parte vengono tenuti in modo un po’ bislacco anche conteggi sugli assist, sulle palle recuperate, sui km percorsi in campo, ma più o meno finisce lì. Un po’ più scientifico il discorso del basket, dove per ogni giocatore vengono computati punti, rimbalzi, assist, palle recuperate e perse, falli fatti e subiti, tiri segnati da due e da tre punti, tiri liberi, percentuali di tiro, plus/minus e varie altre amenità. Ma è forse proprio il baseball, il paradiso degli amanti delle statistiche sportive. Solo per citare le statistiche più celebri, abbiamo quelle sul lanciatore (strike-out totali, partite vinte e perse, partite giocate per intero, partite con gli avversari lasciati a zero punti, partite con gli avversari lasciati a zero battute valide, media di punti subiti ogni nove inning, media di fuoricampo subiti…), quelle sul battitore (media di battute valide espressa in millesimi, fuoricampo realizzati in una stagione, battute valide realizzate in una stagione, punti segnati, basi rubate…), quelle sulle squadre (media di punti subiti in ogni singolo inning, serie di partite vincenti e perdenti…) Credeteci: per ogni singolo aspetto di questo sport, esiste una statistica che viene conteggiata da qualche parte. E in un campionato in cui si giocano 162 partite in sei mesi (più i playoff) non poteva, probabilmente, essere altrimenti.

 

Questo sì che è uno stadio degno di tale nome!

Impianti fatiscenti, dove la partita si vede bene solo se il biglietto costa un occhio della testa, dove si sta scomodi, dove spesso anche le più elementari norme in materia di barriere architettoniche sono aggirate o ignorate. Avete presenti gli stadi di calcio italiani? Ok, scordateveli. Gli stadi della Major League sono praticamente tutti dei gioiellini dal punto di vista architettonico, comodi, con una visuale buona quando non è ottima, con una capienza che va dai 30.000 ai 50.000 posti, quasi sempre pieni anche nei turni infrasettimanali, in alcuni casi addirittura dotati di tetto apribile neanche stessimo parlando di una macchina. Sarà un caso se – nonostante in ogni campionato si giochino 81 partite in casa – la media spettatori di una qualsiasi squadra di MLB è superiore a quella della nostra serie A? Probabilmente no. Ah, per la cronaca, il nostro preferito è il Busch Stadium di St: Louis, Missouri, casa dei Cardinals, la seconda squadra più titolata della Lega dopo gli inarrivabili New York Yankees. 43.795 posti, inaugurato nel 2006 per una città di poco più di 300.000 abitanti (quindi grosso modo come Catania): media spettatori delle 81 partite del campionato appena conclusosi? 43.467.

Busch_Stadium

 

Ok, ma fuori dagli USA, chi se lo fila?

Una domanda che capita spesso di sentirsi rivolgere, quando si parla di baseball e di popolarità di uno sport. Tralasciando per un attimo il Canada (dove fino a pochi anni fa c’erano due squadre in MLB e dove tuttora ce n’è una, i Toronto Blue Jays che si sono portati a casa le World Series nel 1991 e nel 1992), il baseball è seguitissimo in tutto il centro-sud america, con campionati di alto livello a Cuba (25 ori mondiali fino all’apertura ai giocatori professionisti), nella Repubblica Dominicana (che non a caso è campione del mondo in carica), a Porto Rico, in Venezuela, in Nicaragua e in Colombia. E fuori dal continente americano? Il campionato più seguito è sicuramente quello giapponese, ma sono campionati di alto livello anche quelli della Corea del Sud e di Taiwan. In Europa, invece, le due nazioni con la maggior tradizione sportiva del “diamante” sono l’Olanda e l’Italia, con gli azzurri per ben 10 volte sul trono d’Europa, oltre a sedici medaglie d’argento e tre di bronzo nella rassegna continentale. Non sarà uno sport “globale” come il calcio e in parte il basket, ma non è neanche quella “riserva indiana” che in molti pensano, insomma.

 

E quest’anno che sta succedendo?

In finale sono arrivati i Kansas City Royals per l’American League (95 vittorie e 67 sconfitte, miglior record della Lega) e i New York Mets (90 vinte e 72 perse, quinto record della NL), rovinando un po’ quello che era il sogno di tutti gli appassionati della trilogia “Ritorno al futuro”, dove veniva indicato proprio nel 2015 l’anno del ritorno alla vittoria nelle World Series per i Chicago Cubs, la più antica squadra dello sport professionistico a stelle e strisce, ma il cui ultimo titolo risale addirittura al 1908. Dopo aver eliminato per 3-1 i St. Louis Cardinals (unica squadra ad aver raggiunto la soglia delle 100 vittorie quest’anno), i Cubs partivano nettamente favoriti contro i Mets, ma si sono beccati un 4-0 che non lasciava spazio a recriminazioni di alcun genere. Apparizione numero cinque – con due titoli all’attivo – alle World Series per la “seconda squadra” di New York, fondata nel 1962 per convogliare le simpatie sportive delle zone del Queens (dove si trova lo stadio di casa dei Mets) e di Brooklyn, rimaste orfane sia dei New York Giants che dei Brooklyn Dodgers, dei quali non a caso hanno ripreso il font del logo, i colori arancio (dai primi) e blu (dai secondi), squadre tuttora esistenti ma trasferitesi entrambe in California. L’ultimo viaggio dei Mets alle World Series fu quello – memorabile – del 2000, in cui le finali furono un derby della Grande Mela, che vide gli Yankees prevalere per 4 partite a 1. Per la cronaca, si trattava della quattordicesima volta in cui a giocarsi il titolo erano due squadre di New York, un evento noto come “Subway Series”. Per Kansas City invece si tratta della quarta presenza all’atto finale della MLB, con il solo titolo del 1985 all’attivo, finora. Per i Royals, però, si tratta di una conferma ai massimi livelli del baseball USA, visto che lo scorso campionato si era concluso con la sconfitta per 3-2 nella decisiva gara-7 delle World Series, perse contro i San Francisco Giants.

Tra le mille curiosità di questa World Series che non hanno una vera favorita, il fatto che Royals e Mets hanno vinto il loro ultimo titolo nello stesso periodo, una dopo l’altra. Qualche nome da annotarsi? Per i Mets, indubbiamente Daniel Murphy, miglior media battuta della squadra in stagione regolare a .281 (a proposito, significa che nel 28,1% dei casi in cui si è presentato al piatto, ha battuto una valida, cioè una palla giocabile), già 7 fuoricampo per lui in questi playoff (in 9 partite), e Jacob DeGrom sul monte di lancio, 3 vittorie su 3 partite di playoff per lui e una media di 2,54 punti concessi ogni 9 inning. Sul lato Royals, invece, occhio a Lorenzo Cain, fin qui bene ma non benissimo nei playoff, ma indubbiamente temibile quando sono al piatto; stesso discorso per Edinson Volquez e Yordano Ventura sul monte di lancio. Preparate la birra e i popcorn alla maniera del miglior Homer Simpson (ricordate quando dicevamo che il baseball è pop?),

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aprite la mente e godetevi lo spettacolo. Non riuscirete più a fare senza.

 

Questo è post è comparso per la prima volta su Crampi Sportivi  Roberto Gennari.

Crampi Sportivi
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È una rivista online di approfondimento sportivo fondata nel maggio 2013. Ripudia la retorica, il buonismo, l’ingiustizia, la discriminazione razziale e la difesa a tre. Ripudia gli scarpini troppo colorati, i nostalgici dei bei tempi andati, i centrocampisti che non tirano mai e i tennisti che non scendono a rete. Ama uno sport raccontato dal divano, ma anche analizzato dalla scrivania. Il tentativo è quello di portare Zinedine Zidane e Dennis Rodman a cena dal professor Heidegger. www.crampisportivi.com
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