Cosa ci aspettiamo da una telecronaca?
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cosa ci aspettiamo da una telecronaca?

A cosa serve la seconda voce nel calcio? Se lo è chiesto Aldo Grasso sul Corriere qualche giorno fa. Lo ha fatto con un corsivo che attacca frontalmente l’ex calciatore – e oggi voce Sky – Massimo Mauro. In realtà ci sono commentatori ben più banali di Mauro: lui sa essere anche originale… Se non che le […]

A cosa serve la seconda voce nel calcio? Se lo è chiesto Aldo Grasso sul Corriere qualche giorno fa. Lo ha fatto con un corsivo che attacca frontalmente l’ex calciatore – e oggi voce Sky – Massimo Mauro. In realtà ci sono commentatori ben più banali di Mauro: lui sa essere anche originale… Se non che le sue osservazioni sono spesso troppo originali, cioè fallaci (vedi quello che dice di una punizione di Pirlo: «Non è facile che la palla si abbassi, la tira sul portiere!» – e palla puntualmente sopra la barriera). Ma è inutile soffermarsi sulla solita, italianissima querelle personale. E allora prendiamo questa vicenda per fare l’unica cosa sensata: «allargare il dibattito» in modo costruttivo. Che cosa deve fare oggi una seconda voce nel commento calcistico? O, ancor più radicalmente: qual è oggi, con centinaia di telecamere che mostrano tutto, il ruolo di chi commenta le partite?

Grasso, nel suo eccesso di livore, propone una nota interessante: è inutile che le “prime voci” continuino a fare i radiocronisti. Amen. Quant’era bello il commento alla Bruno Pizzul? Telecronaca minimalista nelle fasi di gioco a basso ritmo, solo il nome del giocatore che tocca palla. Se può, chi parla infila una storia, riporta una dichiarazione, descrive un personaggio. Poi arriva il gol, o il ritmo si alza, e il telecronista si adegua: accompagna le azioni con le parole, diventa incalzante, addolcisce di aggettivi. Una perla: il gol di Baggio alla Bulgaria e quel memorabile crescendo «Roberto si gira bene, converge, la palla è sul destro… e c’è un grandissimo gol da parte di Roberto Baggio!»

Ci sono molte cose nostalgiche in questo video, la più nostalgica è Roberto Baggio.

 

Il telecronista può appassionare senza essere esagerato, ma commisurato all’evento. Ecco, il primo requisito di un commento è la misura. E invece oggi ogni gol è “pazzesco”, ogni azione “bellissima”, ogni giocata “incredibile”. La ridondanza svaluta la bellezza, l’ossessione diventa ansia. Il calcio è spettacolo e divertimento, ma il giornalismo è obiettività. A furia di gonfiare eventi normali, la preziosità dei gesti tecnici più belli se ne va. E questo vale per prime voci (pronto, Caressa?) e seconde.

Ancora, entrambe le voci non possono mancare di competenza. L’immagine dice già tutto: chi commenta deve svelare ciò che l’occhio, senza guida, non vede. Prendiamo il gol di Götze in Finale mondiale: lo spettatore vede che Schürrle gliel’ha messa precisa, che la coordinazione è perfetta, che il tiro bacia il palo. Perché ripetere il racconto di questi gesti? Forse però dal divano non si nota che Garay dorme, dopo una partita sfiancante di lotta, non segue il taglio della punta; o non si sa che Götze è destrorso, e ciò rende il tiro ancora più difficile. I telecronisti RAI, purtroppo, non evidenziano nulla di tutto questo. L’unica nota tecnica è l’importanza del controllo di palla: «Pagina 1 del manuale del calcio!». Altafini almeno si era inventato un tormentone, vent’anni fa. Ma adesso possiamo dire qualcosa in più?

Il concetto di “ridondanza” in un video.

 

Entrambe le voci devono avere competenza, così che racconto e analisi diventino un dialogo unico. Anche perché, nel mondo dei “Big Data” e dello sport vivisezionato, i dati a disposizione sono infiniti. Solo così può crescere la capacità analitica di chi racconta. Il modello arriva dal basket: Tranquillo e Buffa (nostalgia canaglia!), talmente padroni del gioco e del commento da analizzare senza appesantire, da raccontare senza banalizzare.

E la seconda voce, nello specifico? Oltre a misura e competenza, gli chiediamo tre cose. Primo: il minimo sindacale di capacità espressiva e linguistica. Punto. Secondo: che integri il commento con l’esperienza personale. Da un ex calciatore voglio che racconti la trepidazione dello spogliatoio, il sapore dell’erba prima di una finale, lo sguardo al compagno che tira il rigore decisivo. Terzo, che aiuti a decifrare il valore di una partita: con un approfondimento, una storia, un rimando al contesto. Non lo può fare sempre la prima voce, che già parla assai, deve farlo anche la seconda. E per questo la seconda voce deve studiare, prepararsi, leggere. Parlare è un dono di natura, raccontare è un’arte che si impara. Anche se sei un ex calciatore. 

 

Questo post è stato pubblicato la prima volta su Crampi Sportivi, una rivista online di approfondimento sportivo nata con l’intento di portare Zinedine Zidane e Dennis Rodman al cena dal professor Heidegger.

Gioele Anni
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