Diario di coppia dell’europeo: Italia vs Germania
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Diario di coppia dell’europeo: Italia vs Germania

Cosa vuol dire vedere una partita in coppia? Probabilmente vuol dire troppe cose che ovviamente non andremo ad elencare in questo pezzo. In compenso, noi abbiamo provato a farlo per gli ottavi di finale della Nazionale agli Europei. Il risultato è questo ibrido, a metà tra il commento appassionato e il cazzeggio.

Cosa vuol dire vedere una partita in coppia? Probabilmente vuol dire troppe cose che ovviamente non andremo ad elencare in questo pezzo. In compenso, noi abbiamo provato a farlo per gli ottavi di finale della Nazionale agli Europei. Il risultato è questo ibrido, a metà tra il commento appassionato e il cazzeggio.

 

Pre-partita: Tina

Sono le 20.00 e Bastiano scende le scale con passo incerto ma frettoloso. Si gira verso di me, mi guarda negli occhi e fa una pausa spiazzante, tipo quella di Ronaldo nel rigore contro il Galles, poi mi lancia un “Minchia mi era presa una botta di stanchezza, tipo che sognavo a occhi aperti”. Asserisco seria, trovando l’affermazione piuttosto evocativa.

Ci infiliamo di corsa in doccia, l’appuntamento è da Alessandra e Giuseppe per le 20.30 flessibili. Ovviamente su quel “flessibili” io sto per costruire un’epica del ritardo che annienterà le riserve anti ansiolitiche di Bastiano.

Per farla breve, Bastiano è chiaramente pronto prima di me. Ad ogni minuto di attesa supplementare perde lucidità psico-fisica. Al decimo inizia a smascellare e non capisco se sia per via dell’ansia o della fame. Abbozziamo un litigio sulle cause di questa partenza dilazionata, ma mi smarco con prontezza dalle grevi accuse spiegando che secondo il canone minimo stabilito da una società a cui stasera non ho la forza di ribellarmi, io devo organizzare un numero di azioni nettamente superiore alle sue per essere presentabile.

Non approfondiamo, anche perché nel pomeriggio è andata in scena una faticosa disputa sulla scaramanzia in cui io sono risultata essere la stronza razionalista senza cuore solo perché volevo cambiare posto a una tazza la cui posizione era diventata dirimente per le sorti della Nazionale.

Bastiano esce con una birra in mano, io prendo i viveri, la borsa e chiudo casa. Quando arrivo e apro la portiera sta fotografando la birra, seduta al mio posto. Soprassiedo. Pronti, via: apriti cancello. È a questo punto che salta la corrente.

Mi sforzo di essere la stronza razionalista che sono, di non vacillare perché questi imprevisti non c’entrano in alcun modo con una partita che sta per essere giocata a chilometri di distanza da noi e per la quale, probabilmente, ci sono già 60milioni di tazze-mutande-santini che sperano di fare la differenza. Mentre cerco quindi di non vacillare, Bastiano imposta il navigatore, tira giù un finestrino, lo tira su, apre la portiera, dice “ora di arrivo 20.52 non ci credo”, mi imbruttisce, scende dalla macchina. Per fortuna torna la corrente, pigio sul telecomando, Bastiano rimonta in sella e galoppiamo verso la meta.

Durante il tragitto il guidatore tenta di recuperare serenità. Ovviamente è impossibile.

 

 

Un video pubblicato da tinaerre (@tinaerre) in data:

Il ritratto della serenità.

 

Quando sente Should I Stay or Should I Go decide di sfrecciare in mezzo a due autobus, cantando. Ciao poveri. Arriviamo alle 20.44, con otto minuti di anticipo sulle stime di Maps.

 

Pre-partita: Bastiano

Passo la mattina a cercare di non farmi schiacciare troppo dalla scaramanzia: ripetere gli stessi gesti di lunedì è impossibile. La vera tensione per la partita inizia a salire dopo pranzo. Non guardo più Facebook, che inizia a riempirsi di rievocazioni dei grandi successi contro i tedeschi. Alla fine cedo alla nostalgia e riguardo i gol della semifinale dei Mondiali del 2006. L’esultanza di Grosso mi fa venire la pelle d’oca, così com’è l’assist di Gilardino per Del Piero in occasione del raddoppio.

Mi stendo sul letto verso le 18.30. Sento Tina che prepara la torta salata da portare a casa di Alessandra e Giuseppe. I colpi regolari sul tagliere scandiscono il mio ingresso in un sonno leggerissimo. Entro in una specie di sogno in cui sono cosciente di essere a letto e mi rendo conto che la partita è tra poco e dovrei prepararmi. Il sogno è confuso. C’è un inseguimento atipico: so che sto inseguendo qualcuno ma non so chi sia, so che c’è qualcuno che a sua volta insegue me, ma non so chi sia. Percepisco il mio corpo sdraiato e allo stesso tempo percepisco le sensazioni del sogno, la fatica per l’inseguimento (che comunque non prevede una corsa ma una camminata piuttosto svelta) un’ansia vaga e leggera di non raggiungere l’obiettivo e di essere raggiunto dall’inseguitore. Quando mi sveglio, sento l’odore della torta salata che cuoce in forno e l’orologio segna le 20.00. Biascico qualcosa a Tina mentre scendo le scale, lei mi prende un po’ in giro, poi andiamo in doccia.

I miei tempi di preparazione all’uscita sono veramente da record. Ho conservato la maglia che indossavo Italia-Spagna (una t-shirt grigia con la scritta verde scura di un college americano) evitando anche solo di sfiorarla negli ultimi giorni. È l’unica concessione che faccio alla scaramanzia. Tina invece ci mette tantissimo. Di solito a un certo punto accelera e mi riaggancia, spegnendo così sul nascere le mie lamentele. Oggi invece no. Cambia idea almeno tre volte su cosa indossare. La sento imprecare perché non trova quello che cerca nell’armadio. Sono quasi le 20.30, Google Maps dice che ci metteremo 22 minuti per arrivare a Mirafiori, questo significa che se ci va bene arriviamo proprio al momento degli inni, se ci va male perché litigo con il navigatore, invece, ci perdiamo i primi minuti. Ho chiuso l’inferriata del balcone, ho preso il sacchetto con la Moretti da 66 e ho litigato con la torta salata nel tentativo di avvolgerla in un canovaccio. Tina si sta ancora preparando. Vado in cortile e tiro fuori la macchina (è una bieca manovra per metterle fretta, di solito con risultati scarsissimi).

Valuto una sostituzione di Tina con la Moretti da 66.

 

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Pronti a partire.

 

Tina arriva trafelata, ci siamo quasi, forse ce l’abbiamo fatta. Quando apre lo sportello, partono tutti gli antifurti dei palazzi vicini. Ci scambiamo uno sguardo terrorizzato: è andata via la corrente, come una settimana fa, quando il black out durò più di un’ora. Niente di drammatico, visto che stiamo andando a vedere la partita da un’altra parte. Il problema centrale, però, è che il cancello è automatico e la chiave che ci ha dato l’amministratore per aprirlo in questi casi non è proprio affidabilissima e giace in fondo a un cassetto. Vado a prenderla, ma, quando sto per aprire la porta di casa, il concerto di antifurti si arresta. Tina apre col telecomando, il cancello risponde, ingrano la prima e parto sgommando.

Guido con una disperazione calcolata per sfruttare le tre corsie di Corso Massimo D’Azeglio prima di arrivare nel tratto dopo il sottopasso, quello in cui c’è il limite di 70 km/h e un sacco di autovelox e le macchine procedono tutte trattenute. Alla radio stanno per lanciarsi in un pronostico sulla partita, cambio stazione giusto in tempo e becchiamo Should I Stay or Should I Go dei Clash. Mi gaso un po’ e recuperiamo cinque minuti sull’orario d’arrivo previsto dal navigatore.

“Visto che siamo arrivati in tempo?” mi dice Tina mentre in tv Gigi Buffon canta a squarciagola l’inno.

 

Primo tempo: Tina

1. La casa di Alessandra è bellissima e grandissima. Abbiamo a disposizione due televisori tra cui scegliere: Sky vs Rai. Per qualche secondo valuto la possibilità di trasformare la visione della partita in un happening in cui i partecipanti fluiscono da una stanza all’altra in un turbinio di commenti tecnici che si accavallano per colpa del ritardo. In realtà sono totalmente annichilita dalla possibilità di scegliere. Dopo un minuto, sto rivalutando la bontà dell’istituto del libero arbitrio. Alla fine, mentre mi dirigo dai vecchi zii Bergomi-Caressa, cedo alla scaramanzia e mi chiedo se la tazza di casa sia rimasta nel posto che occupa da ormai venti giorni.

2. Nonostante il ritardo, questa è la seconda partita di cui riesco a vedere l’Inno per intero. Noi siamo tutti in piedi davanti al televisore, i giocatori sono tutti in piedi davanti alla camera, cantano. Ogni tanto si distingue la voce di qualcuno di loro. Quando succede, Chiara dice che le fa uno strano effetto. Anche a me. Mi ricorda che sono persone. Normali. Soprattutto quando stonano.

3. Anna si conquista il mio cuore femminista segnalando che la regia indugia su un gruppetto di bionde germaniche a caso.

4. Triplice tentativo del gatto di Alessandra e Giuseppe di ipnotizzarmi. Sembra incredibile, ma non ci riesce: sono inspiegabilmente concentrata su quello che succede in campo.

 

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Non guardare la partita, guarda me.

 

5. Segue il momento erudizione: Bastiano e Davide si confrontano sul concetto di sliding doors applicato ai fratelli Boateng.

6. Al 13esimo mi rendo conto di non aver ancora sentito parlare Bergomi, mi chiedo se anche lui sia in ritardo, se anche lui sia rimasto intrappolato in casa per via del cancello elettrico, se anche lui abbia pensato che la sua assenza potrebbe in qualche modo influire sugli esiti della partita.

7. Sono sempre più avviluppata in complessi pensieri di natura gnoseologica – la partita per me è diversa dalla partita in sé: sì, ma quanto?!1!?!11 – quando all’improvviso vengo riportata alla realtà dal capello orinato (cit.) di Bastian Schweinsteiger, chiaramente la controfigura gonfia di Terence Hill.

 

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Bastian, soprannominato anche il Don Matteo teutonico.

 

8. Al 15esimo arriva Bergomi. Prende parola e contraddice Caressa. Eccoli qui, i vecchi zii.

9. Caressa mi informa che “Chiellini si è aperto e riceve”. Lo immagino in fila davanti all’altare che aspetta che il prete gli infili in bocca il corpo di Cristo.

10. Il mojito inizia a farsi sentire. Alessandra ci ha preparato dei cocktail magnifici e io ho tracannato il mio nel giro di cinque minuti. Non so se dare la colpa alla tensione o all’alcolismo.

11. Bergomi racconta: “Gli altri sono un bel collettivo, ma i forti sono solo tre”. Ed è subito Die Brücke.

 

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I pittori della Brücke, 1925. Olio su tela, 125 x 167 cm.

 

Da sinistra: Müller, Neuer, Schweinsteiger, wedes.

12. La svolta: inizio a digitare un appunto su Giaccherini e mi rendo conto che le scelte rapide della tastiera mi propongono correttamente l’intero nome. Ebbra di gioia completo l’appunto, una chiosa anatomica di Giuseppe: “Giaccherini è strano: è alto un metro e sessanta e ha un metro di gamba”.

 

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Siamo un animale strano.

 

13. Verso la fine del primo tempo rileggo gli appunti che ho preso e mi rendo conto che sono più tristi, più spenti, più tesi del solito. Mi butto sul cibo per recuperare stabilità e affogare il dolore.

 

Primo tempo: Bastiano

La tv della cucina è sintonizzata su Rai Uno, quella del salotto su Sky. Abbandoniamo Rimedio-Zenga e torniamo alla coppia Caressa-Bergomi. Sono curioso di sapere in che stato sia la loro relazione. Sono fiducioso, perché è in momenti come questi che un rapporto di coppia si rinsalda e si appianano le divergenze. Su, fatemi sognare.

 

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True Love Waits.

 

Löw indossa una maglia nera piuttosto bruttina. Ha l’espressione concentrata. Spero che non si ravani per la tensione.

 

Per non dimenticare.

 

I primi minuti sono strani. Ho troppa paura per concentrarmi e seguire il gioco. Mi dedico al cibo.

Mario Gomez azzarda uno scatto e ha il passo lungo di chi sta correndo sulla sabbia che scotta.

Ogni volta che sento Hector, il mio cervello galoppa verso una landa desolata in cui c’è Cuper che, appena gli passo vicino, mi batte la mano sul cuore.

 

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El hombre non proprio vertical.

 

Khedira si fa male, entra Schweinsteiger. Caressa inizia un’agiografia del vecchio Bastian, ma viene interrotto da Bergomi, che è piuttosto contento per l’uscita di Khedira. Prima scaramuccia di coppia: “Non ti interessava molto la storia di Schweinsteiger, vero?” sbotta Fabio.

Giaccherini è in versione diavolo della Tasmania ed entra in tackle pure su Löw.

 

E poi parte il trenino.

 

Éder perde sangue dal naso e a me viene in mente una canzone dei Ministri, ma mi vergogno un po’ e non lo dico.

 

E quando avrò sangue dal naso, tu lasciami fare (gol).

 

Al replay vediamo che si è beccato un colpo in faccia da Boateng. Tina urla “cazzo che tiga!” e a me viene in mente Tiga. Anche questo pensiero me lo tengo per me.

Mi rendo conto di chi sia il mio calciatore preferito di questa nazionale solo quando Parolo fa una chiusura pazzesca e sospiro come un adolescente innamorato. Al replay è ancora più bella: la scelta di tempo è perfetta, l’intervento è pulito e preciso. Rimarrei ore a guardare questa scivolata. Mi ridesta dal sogno un Beppe Bergomi aziendalista che ci ricorda che queste immagini sono frutto della camera esclusiva Sky. Il mio cervello corre ormai libero da qualsiasi vincolo con la realtà e mi viene in mente la copertina di Camera con vista di E. M. Forster nell’edizione “La Biblioteca di Repubblica”. Dovrebbe essere a Catania a casa dei miei. Copertina rigida, sovraccoperta beige austera e semplice, con una foto seppia proprio in mezzo, sotto il nome dell’autore e il titolo. Pulito, essenziale. Come il tackle di Parolo. Forse l’amore mi sta facendo esagerare.

“Dobbiamo sfruttare queste situazioni dove ci lasciano” dice Bergomi commentando la prima palla gol nata da una bella azione di Giaccherini. Mi sembra un discorso più ampio sulla fine delle relazioni.

Ogni volta che sento Kimmich spero con tutto il cuore che nessun quotidiano sportivo o simpaticissima pagina Facebook si spari la battuta “Fame Kimmich” con una foto di Buffon urlante e gaudente.

De Sciglio si sta giocando con Parolo un posto nel mio cuore.

 

 

Secondo tempo: Tina

1. Mi sento in una situazione di stallo, anche perché continuo a prendere appunti come: “Parata di Florenzi, aiuto”, “Giaccherini la gira”, “Scenografico fallo dato a Parolo”.

2. Mi rendo conto che l’allenatore della Germania ha un che di Norville “Shaggy” Rogers, l’amico stupido di Scooby Doo: non so se per via del taglio o dello sguardo sveglio. Ovviamente spero che le similitudini coinvolgano anche sfere più alte dell’essere.

 

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Schürrle Doo, dove sei tu?

 

3. La Germania fa gol. Sento distintamente una fitta al cuore. Ipotizzo sia un infarto, ma la sua persistenza, silenziosa come una carezza, rende evidente che si tratta del mio cuore spezzato. È un’infatuazione. Non mi capacito di come sia potuto succedere. Mi sembrava di essere stata attenta. Primo: sfrutta l’ironia, non prenderti mai sul serio. Secondo: l’essere usciti insieme qualche volta non significa niente. Terzo: metti velocemente a fuoco i difetti. Quarto, e che cazzo: li riconosco i segni dell’antica fiamma. Che delusione.

 

Il fotogramma esatto in cui mi si spezza il cuore.

 

4. “Adesso siamo sotto, dobbiamo cercare di recuperare con orgoglio”: Caressa motivational.

5. Bergomi la tocca molto più piano. Adesso che “abbiamo perso un po’ di tranquillità”, è importante “leggere i momenti della gara”. Mi inquieta parecchio il fatto che usi una supercazzola di questo tipo. “Leggere i momenti” è uno dei miei cavalli di battaglia di quando devo scrivere una mail e non ho la minima idea di quali siano i reali confini della faccenda di cui sto scrivendo. Forse anche Bergomi, come me, è oppresso dalla pipì ma non vuole alzarsi.

6. Bastiano cerca di lenire il mio dolore con uno dei suoi pronostici sussurrati: “Guarda che adesso segna Bonucci”. E infatti poco dopo la Germania è tutta un “butta in aria le mani” e ci danno il rigore. Bastiano sceglie di assistervi rannicchiato a terra su un fianco, la schiena verso la tv e la testa tra le mani. Io sono in piedi, pronta a esultare con bresciana brutalità.

7. Facciamo gol e mi tiro uno schiaffone sulla coscia. Non mi capacito delle mie reazioni. Si tratta di sincera partecipazione, anzi passione.

8. Davide si rilassa e abbozza un “Quando c’è lo scampato pericolo inizi a guardare le cose di contorno”. Mi vergogno a dirgli che in genere io faccio l’esatto contrario: guardo le cose di contorno per tutto il tempo della partita e mi concentro solo in corrispondenza del pericolo.

9. Noto che Höwedes è il figlio illegittimo di Christopher Eccleston, che per me ovviamente non è altri che il prete di The Leftfovers. Mi aspetto di vederlo perdere il senno da un momento all’altro e arrampicarsi tutto scosciato sulle spalle di Neuer, in attesa di essere ferito per espiare i nostri peccati. Niente.

 

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Padre e figlio.

 

10. Inizio a pensare a quando scriverò questo diario. Metto a fuoco che a quel punto la partita sarà terminata e che questa angosciante attesa di sapere se l’Italia sarà dentro o fuori dagli Europei sarà terminata. Inizio a pensare a come si dovesse sentire il micione di Schrödinger chiuso nella scatola senza sapere se fare il vivo o il morto.

10. Cerchiamo di non fare danni prima dei supplementari. Un ilare Buffon fa gli scherzetti agli avversari per perdere tempo.

11. Triplete di Bergomi: “Adesso ci facciamo sentire”, “Le altre ci temono e ci copiano”, “Sembra una partita di baseball” (dopo il calcio in aria di Neuer). Non me la sento di commentare, non mi viene niente di intelligente o divertente: come si fa alla fine di un amore, prendo nota delle cose che succedono cercando di non interpretarle.

 

Secondo tempo: Bastiano

Pellè protegge la palla in modo sublime.

 

Prendere posizione + metterla giù + far salire la squadra

 

“Özil e Schweinsteiger sono mezz’ali”, precisa Caressa. Tina si volta e mi chiede se ha detto renziani.

Florenzi fa un salvataggio in stile Higuita. Ce la siamo vista discretamente brutta.

 

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La foresta dei Florenzi volanti.

 

Dallo scampato pericolo nasce una piccola scaramuccia tra Bergomi (“forse la palla finiva fuori”) e Caressa (“e che fai, non la prendi allora?”). Poco dopo Fabio ammette che il tiro tedesco sarebbe finito nettamente fuori. Il silenzio di Bergomi dopo questa affermazione è pesantissimo. Beppe è quello che dopo le scuse del partner sta ancora sulle sue.

Per Beppe “nel match vanno letti i momenti”. Bevo un bicchiere di birra. Non riesco a leggerli, Beppe. Non ci sto comodo in questa partita. Cerco di ripescare nella memoria le sensazioni delle altre partite contro la Germania che ho visto in vita mia. Nel 2006 sentivo un entusiasmo incosciente e totalmente adolescenziale. Nel 2012 avevo una fiducia incondizionata in Balotelli (un’altra cosa di cui forse mi vergogno un po’). Trattengo un rutto tragico, questa partita mi sta consumando i nervi.

Segna Özil e parte un popopopopopo a sfregio. Va bene il gol, ma questo è un colpo bassissimo.

Per la prima volta in questo Europeo provo un odio sincero per gli avversari.

La ricetta di Bergomi per raddrizzare la partita consiste nel “leggere i momenti della gara, non lasciare il contropiede ai tedeschi”. Leggere un momento di una gara mi pare una roba da aruspici: mi vedo Conte che squarta la partita e ne studia le viscere.

“Mostruoso, mostruoso, mostruoso, mostruoso”: Caressa perde il controllo dopo la parata di Buffon sul tacco di Gomez (la super camera esclusiva Sky ci mostra che il pallone in realtà l’ha calciato Chiellini con la punta).

Fabio ormai è senza freni: “Ricordiamoci del Galles ieri sera”. Io me lo ricordo di sicuro, visto che ho fatto una scommessina del cazzo (3 euro) sulla sua vittoria contro il Belgio e, caso rarissimo, l’ho azzeccata (portando a casa 15 euro, cifra esorbitante che probabilmente spenderò in yogurt greco del discount).

 

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Somme di denaro di un certo peso.

 

Si fa male qualcuno della Germania e il medico che entra in campo sembra uno sciamano indiano. Anzi, sembra Ohanzee Dent della seconda stagione di Fargo.

 

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Se stai malissimo, il dottore non ti farà soffrire.

 

C’è un calcio d’angolo per noi. “Tina, adesso segna Bonucci, ma non dirlo a nessuno”. Questa frase nasce dalla disperazione. Poi Boateng va a saltare come la Nike di Samotracia: fallo di mano e rigore.

 

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Quanta bellezza, quanta classicità.

 

Collasso dal cuscino su cui Tina e io siamo seduti e mi accuccio sul pavimento in posizione fetale, dando le spalle alla tv.

Sul dischetto va Bonucci.

Parte di nuovo il popopopopopo. Adesso niente sfregio.

In un modo un po’ bizzarro ho indovinato di nuovo il marcatore.

Il replay ci mostra un Conte che osserva il rigore a mani giunte e sembra uscito da una pala d’altare.

 

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In basso a destra Antonio che prega.

 

Capisco che ormai Tina si sente parte della partita e dell’Europeo quando mi sussurra: “Mi scappa la pipì ma non mi voglio alzare”.

Florenzi sta percorrendo i consueti dieci chilometri. Corre in ripiegamento difensivo come uno che ha appena fatto uno scippo.

Entra Darmian con la barba a chiazze dei ragazzini di sedici anni.

“Tra la partita e il secondo mojito sto malissimo” mi dice Tina, ormai irrimediabilmente persa nella sofferenza calcistica.

“Le altre ci temono e ci copiano” dice un Beppe Bergomi difensore del made in Italy.

Conte sembra un mimo con le braccia spalancate e lo sguardo a meta tra incredulità e tristezza.

Inizio a intrattenere un dialogo interiore con me stesso. Mi chiedo quanto manca, nonostante la grafica che dice che siamo al secondo dei tre minuti di recupero sia proprio davanti ai miei occhi. 

 

Tempi supplementari: Tina

1. Bastiano mi illustra le difficoltà tecniche della nostra formazione: ci manca una punta in avanti, un attaccante, un libero o qualcosa del genere – dice. Poi aggiunge “Hanno il falso nueve” e sinceramente non ricordo se fosse riferito a loro o a noi, perché la mia mente in quel momento decide di non impegnarsi a processare l’informazione e si concentra sulla produzione di un surreale balletto di parole come “vinagre”, uno dei falsos amigos spagnoli. Sono mortificata.

2. Quando Éder esce, Bergomi recupera l’epica religiosa che gli ho sentito sfoggiare durante la prima partita “Ha fatto una partita di sacrificio”.

 

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Sacrifizio umano.

 

3. Improvvisamente l’audio cede: gli zii si sono trasferiti al bar per la telecronaca. Me li immagino con il calicino di bianco, due olive e le carte di briscola. Ogni tanto fanno un commento, ogni tanto sputano il nocciolo di un oliva.

 

Tempi supplementari: Bastiano

Chiellini non mi è mai sembrato così bello come quando anticipa Müller.

Forse in mezzo a questa sofferenza una nota positiva c’è. Caressa e Bergomi sembrano aver ritrovato l’armonia: entrambi concordano sul fatto che Özil si sia buttato e Parolo non abbia fatto fallo. Scherzano, stretti stretti sugli spalti dello stadio di Bordeaux. Ritrovano la complicità in un momento difficile: con l’incombente spettro dei rigori c’è da stare uniti, c’è da abbracciarsi forte forte e non lasciarsi andare.

Continuo un dialogo interiore con me stesso. Mi faccio domande sceme sui movimenti della difesa tedesca, vedo un triangolo formato ai cui vertici ci sono Höwedes, Boateng e Hummels, vedo quel triangolo stringersi attorno a Pellè fino a soffocarlo, invoco una seconda punta, qualcuno che si alzi di più e vada a salvare Graziano, Éder o Giaccherini o Insigne variabile impazzita contro quei tre Ramsay Bolton che stanno torturando Pellè.

 

120 minuti di lotta e botte.

 

Alessandra si affaccia in salotto e ci offre del caffè. Accettarlo, forse, non è una buona idea. Mi sporgo per poggiare la tazzina sul tavolino e Tina mi redarguisce: “Sei bello ma sei davanti alla tv”. La metamorfosi è ormai completa. M’immagino uno scenario in cui un lunedì sera propongo a Tina di andare al cinema e lei invece vuole guardare Swansea-Crystal Palace.

Finisce il primo tempo supplementare e parte a palla Aerodynamic dei Daft Punk.

Si ricomincia e Parolo si riconferma King of the Tackle.

Caressa commenta così l’ingresso di Insigne: “Va a mettersi lì davanti con Pellè nel più classico degli attacchi a il: uno grande e uno piccolo”.

Sturaro azzoppa un avversario e mi scappa una risatina isterica.

 

Falletti divertenti.

 

Caressa cerca di comunicare telepaticamente con calciatori in campo: “Stiamo attenti Giorgio, stiamo attenti”.

Noi siamo quelli giusti, penso, gli sfigati che sfidano i colossi, non possiamo perdere.

La qualità dell’audio della telecronaca è pessimo, Caressa e Bergomi si sono trasferiti nei cessi dello stadio.

Il secondo tempo supplementare sta per finire e Conte dà in escandescenze e tira schiaffoni sulla schiena a un tizio dello staff tecnico perché vuole entri Zaza in vista dei rigori.

 

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Caravaggeschi.

 

Rigori: Tina

1. Gli zii tornano dal bar. Io sto malissimo, ma non mi pare che loro se la passino meglio. Attraversano diversi stati emotivi. Orgoglio fatalista del pre-verifica alle superiori: “Con lo spirito giusto andiamo a battere il rigore, perché il nostro l’abbiamo fatto”. Smarrimento e ricerca del padre: “E adesso a chi ci aggrappiamo? Ci aggrappiamo a Gigione nostro”. Doppio smarrimento e ricerca di un senso ultimo: “E poi? E poi ci sono i guantoni di Gigione Buffon”.

2. Conte ha finito anche le bestemmie. Se escludiamo la sua performance votiva prima del rigore di Bonucci e qualche piccolo exploit, è rimasto piuttosto quieto per tutta la durata dell’incontro. Sottotono.

3. A ogni rigore mi sento come Gabriel di The Americans: spia di lungo corso, in un momento di sincerità ci confida il dubbio che a ogni risveglio lo tormenta: “È questo il giorno in cui morirò? Oggi tocca a me?”. Gabriel però non accompagna questo terrore con del dolore fisico, io sì. Continuo a percuotermi la coscia: lo faccio, sento che fa male, ne derivo che sono stupida a farlo, provo vergogna per averlo fatto, al rigore successivo lo rifaccio. A questo punto mi sento una tifosa violenta: e il Daspo?

 

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Lui è uno dei (tantissimi) motivi per cui guardare “The Americans”.

 

4. Momento di raccoglimento per gli zii, che si lasciano andare alla confessione mista reprimenda: “Ci sono rimasto male per il rigore di Pellè, te lo dico sinceramente”. Per fortuna c’è Caressa fine psicologo che spegne la lamentela sul nascere: “Ci abbiamo anche un’età Beppe”.

5. Finisce come finisce. Mi sento un po’ male pensando a quanto soffriranno Pellè e Zaza per aver sbagliato. Non mi arrabbio, credo perché non ho più un grammo di forza in corpo.

6. Un Caressa ferito cerca di scaricare il suo dolore su Bergomi: “Ti vedo emozionato Beppe”. La risposta di Beppe è una versione meno enfatica del “perché Dio mi hai abbandonato?”, l’ennesima lezione sulla mancanza di senso: “Meritavano un pezzo di fortuna in più per quello che abbiamo fatto. Dobbiamo essere orgogliosi. Questa è una squadra che ha saputo leggere le sue debolezze, i suoi limiti…” smetto di prendere appunti. Sono sinceramente triste. Sentirsi parte di qualcosa è pericoloso.

 

Rigori: Bastiano

Caressa ripete come un mantra “i guantoni di Gigione Buffon”, li evoca come una reliquia miracolosa, un amuleto contro la sconfitta. Basta nominarli per farli diventare così grandi da coprire l’intero specchio della porta.

Le squadre si raccolgono attorno ai rispettivi allenatori. La Germania mi ricorda un video meraviglioso che ho visto qualche giorno fa.

 

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Oh my Gosh.

 

Schweinsteiger vince il sorteggio e sceglie di tirarli nella porta sotto la curva dei nostri tifosi. “Eh, ma lui è Bastian contrario”, dice Caressa. E cala il gelo.

Sul dischetto va Kroos. “Forte e centrale”, dice con sicurezza Caressa. Chiaramente Toni la piazza all’angolino.

Zaza prende una rincorsa assurda, tipo lo skip che ci faceva fare il prof di educazione fisica al liceo, una corsettina spigolosa che sfocia in un fallimento.

 

He’s a maniac, maniac on the dischetto.

 

Adesso tocca a Özil. “Ne ha già sbagliati”, dice Bergomi. Tocco ferro spudoratamente. “Palo”, dice Giuseppe. Magia.

Neuer sembra un gigante, fa paura. Ha gli occhi di un androide, non sembra umano.

La camera stringe su Pellè, che guarda Neuer e mima il cucchiaio con la mano.

 

A un bivio: o eroe o calciatore più odiato d’Italia.

 

Oh cazzo, penso.

Oh cazzo, dico. E aggiungo altre imprecazioni.

“Sono rimasto male per il rigore di Pellè, te lo dico Beppe” e m’immagino una carezzina di Bergomi sulla spalla di Caressa, un tocco lieve ma carico di affetto, di un sentimento consolidato da anni insieme, un tocco che racchiude la magia di Berlino 2006, dei rigori contro la Francia, di un amore in tutta la sua pienezza.

Sbagliano anche loro.

Passiamo in vantaggio. “C’abbiamo anche un’età, Beppe”: gli sguardi si incrociano e le labbra sottilissime di Bergomi si increspano leggermente, malinconiche.

Sbagliamo di nuovo. Si va a oltranza. Terrore puro.

Darmian calcia in fretta, come per volersi togliere subito di dosso questo peso incredibile. E sbaglia. Siamo fuori.

 

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The end.

 

“Ti vedo emozionato, Beppe” e le mani di Caressa stringono quelle di Bergomi, le posso immaginare, le stringono forte e gli occhi diventano lucidi.

 

Post-partita: Tina

Cerco di darmi un tono perché in tutto questo circo io recitavo la parte della stronza razionalista neofita. Mi sembra di non avere il diritto a un minimo di sconforto, cerco di usare il gelato per mandare giù una tristezza di cui non mi sento titolare. Manco lo volevo scrivere il diario, penso. Cerco anche di dare la colpa a Bastiano, ma poi apro il telefono e leggo la chat che abbiamo con Luisa: “Questo tifoso vuol vederci bene (cit)”. Probabilmente è una perla di Zenga che ora non so ovviamente collocare, Luisa ce l’ha mandata alle 21.42, in un tempo in cui il gatto nella scatola era ancora vivo e vegeto e noi ci sentivamo chiù leonesse assai.

 

Cchiù selvagg dal dischetto.

 

Esploro con sincera ingenuità l’evenienza che i calciatori tedeschi risultino tutti positivi a un subitaneo test antidoping e che l’Italia passi al posto loro. Ovviamente me ne vergogno e non dico niente a nessuno, manco a Bastiano.

Una volta a casa tiriamo tardi, abbiamo tempo sia per sentirci in colpa – perché giustamente a Dhaka è successa una tragedia e qui no – sia per chiederci quanto cazzo velocemente nascano i meme. In quel momento non ho ancora sentito Barzagli dire che non resterà niente di quello che hanno fatto. Meglio, perché altrimenti avrei trovato una chiusa a questo diario che invece resta così, incompiuto. Come un sacco di altre cose.

 

Post-partita: Bastiano

Mangiamo il gelato. Parliamo di lavoro, di ferie, di gatti. La tv è su Rai Uno, senza audio. Con la coda dell’occhio vedo Barzagli sullo schermo. Guarda un punto lontano alla sua sinistra. Muove la bocca e non sento niente. Si volta per la prima volta verso il giornalista, cerca di trattenersi e poi sussulta e si passa le dita sotto gli occhi. Continua a parlare e a piangere, si passa un asciugamano sugli occhi, dice qualcosa. È un’immagine straziante, viene da piangere anche a me.

 

Con l’audio è ancora più straziante.

 

Per farmi del male do un’occhiata a Facebook. È già partita la caccia al capro espiatorio. Per ora è un testa a testa tra Zaza e Pellè. Arriva anche lo stronzo di turno con il vecchio adagio “eh, ma c’è chi sta peggio” e attacca un pippone sull’attentato di Dhaka.

Arrivati a casa, non parliamo. Prendo un bicchiere d’acqua e mangio in piedi un pezzo di torta salata che ci ha dato Alessandra. Tina arriva e si appoggia alla cucina. Scambiamo qualche parola sulla partita. Non è colpa di Pellè, non è colpa di Zaza. Se avessero fatto gol, sarebbero diventati degli eroi e staremmo qui a farci i video in cui imitiamo la corsettina di Zaza, il gesto di Pellè diventerebbe il tormentone dell’estate e Studio Aperto ci farebbe almeno quattro servizi dai lidi della riviera romagnola con i ragazzini che giocano a calcio sulla spiaggia con le gambe secche secche e fingono di calciare un rigore per le telecamere generose di Italia Uno e prima di prendere la rincorsa guardano in camera, sorridono malandrini e fanno così con la mano, plop, palombella cucchiaio scavetto, tanti nomi per dire una cosa sola e il portiere si farebbe fare gol, si atterrebbe alla sceneggiatura e andrebbe giù, destra o sinistra non importa, l’importante e tuffarsi e lasciare che la palla segua la traettoria mimata dalla mano, plop, palombella cucchiaio scavetto, tanti nomi per dire una cosa sola. E invece siamo in cucina, alle due di notte, a raccontarci di nuovo la partita come se potessimo cambiarne il risultato. Ripetiamo la sequenza dei rigori cercando di capire dov’è che si è inceppata la storia. Se troviamo quel momento forse possiamo aggiustarlo e fare in modo che Barzagli non pianga. E fare in modo che il diario continui. E invece.

Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto
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