Cosa vuol dire vedere una partita in coppia? Probabilmente vuol dire troppe cose che ovviamente non andremo ad elencare in questo pezzo. In compenso, noi abbiamo provato a farlo per la seconda partita della Nazionale agli Europei. Il risultato è questo ibrido, a metà tra il commento appassionato e il cazzeggio.
Pre-partita: Tina
Galvanizzata dal successo interplanetario della prima puntata, decido che voglio provare ad essere all’altezza del compito e dedico la mia pausa pranzo alla ricerca delle dichiarazioni dei protagonisti. Va detto che le dichiarazioni, pre o post partita che siano, rappresentano il mio unico momento di intima connessione con il calcio. È un’ammissione che diverte sempre tutti ma sinceramente non capisco perché.
Per esempio, la dichiarazione di Conte è spettacolare. Non parla né di una squadra (la sua) né a una squadra (la Svezia) ma a una sola persona, la cui identità mi è all’inizio – ovviamente – del tutto oscura: c’è solo questo tono di rispettosa sfida nei confronti di una specie di Achille postmoderno, un übermensch che ho immaginato gigante e temibile (probabilmente anche un po’ figo). «Sappiamo che lui è un giocatore grandissimo, ha tutta la mia stima, più invecchia più diventa bravo».
Comunque questo succedeva dentro ai miei auricolari alle 13. Più tardi, quando attraverso in volata la città per raggiungere Sebastiano e un maxi-schermo, sono le 14.55 e per le vie non c’è quasi un cazzo di nessuno. Mi sale un po’ di ansietta perché per le prossime due ore non sarò al computer. Pedalo più forte verso la meta mentre penso alla possibilità che anche Fassino abbia paura di Ibrahimović.
Pre-partita: Bastiano
Sento un vago senso di ansia. La seconda partita è come il secondo libro o il secondo film: puoi confermare quanto hai fatto vedere all’esordio oppure scivolare inesorabilmente tra le pippe. Io questo vago senso di ansia lo sento per l’Italia, chiaramente, e pure per questo diario.
Tra la partita contro il Belgio e questa contro la Svezia c’è stato un buco nero: non ho letto giornali e magazine online, nessun articolo. Ho solo intravisto una prima pagina de La Gazzetta dello Sport e ho capito che forse ho fatto bene a isolarmi di nuovo dopo la partita contro il Belgio.

Tarantino perdonali.
Durante la settimana ho resistito alla tentazione di correre al Lidl per comprare la maglia (tarocca) dell’Italia. Un po’ me ne pento.
La Svezia mi evoca un ricordo bruttissimo: Euro 2004, il biscottone tutto scandinavo tra svedesi e danesi (tipo i pepparkaka che vendono da IKEA), le lacrime di Cassano.

Madeleine un cazzo.
Solo adesso mi rendo conto di avere già abbastanza passato alle spalle per essere continuamente richiamato indietro dai ricordi. Ogni partita è stata già giocata e non sono più il bambino di 5 anni che guarda Usa ’94 e scopre un mondo sconosciuto.
Durante la pausa pranzo, ricevo un messaggio di Tina su WhatsApp. Ha scoperto la mia grande paura.
«Vabbè, potevi dirlo che nella Svezia gioca Ibra!».
Un dettaglio che avevo preferito tacere.
Si fa strada dentro di me una vocina che dice: «è venerdì 17!». Non credo di essere scaramantico, anche se ammetto di aver fatto inversione a u perché un gatto nero aveva attraversato la strada, anni fa. Il calcio, comunque, è un’altra cosa. Forse, più che scaramanzia dura e pura, è la speranza che basti un rituale a propiziare la vittoria. L’orario infame non ci aiuta a ripetere gli stessi gesti, a sederci negli stessi posti, a mangiare le stesse cose di lunedì sera. Il vago senso di ansia cresce. Questa partita non sarà una faccenda intima: in ufficio abbiamo allestito l’angolo dello streaming. Tina arriva tra poco: è l’unico baluardo a cui aggrapparmi per ricreare l’atmosfera di Belgio-Italia.
Primo tempo: Tina
1. Ci metto un po’ a capire che è iniziata. Attribuisco la colpa al fatto che la stiamo guardando tutti insieme, ma so benissimo che è per quel problemino spazio-temporale e perché sono una schiappa.
2. Del primo quarto d’ora comunque ricordo solo di aver visto una pregevole interpretazione di Ibra del Compianto sul Cristo morto, di Fra Bartolomeo. Ibra interpreta la Madonna, Cristo non c’è.

Ibra su tavola.
3. Player escorts. È un adv che compare a bordo campo e che mi perseguita dalla prima partita: ovviamente mi guardo bene dal capire di cosa si tratta, mi piace immaginare che sia un’offerta sacrificale visto che la regia della Rai continua a propormi inquadrature di belle ragazze svedesi.
4. A 16 minuti e 34 secondi capisco che è il mio momento: a bordo campo compare un sobrio incitamento Make your debut. Provo a concentrarmi sul gioco.
5. Mi convinco che anche i cronisti abbiano letto il cartellone di bordo campo perché iniziano a dire che «l’Italia si deve scuotere». (Rimpiango tremendamente i silenzi di Caressa sui commenti di Bergomi).
6. Conte ci regala una meravigliosa interpretazione di Gigi Sabani che interpreta Adriano Celentano.
7. L’arbitro sta parlando con un giocatore svedese che non conosco, decifro però chiaramente le parole «ma era solo per litigare».

Arbitro indie.
8. Il commento di Rimedio e Zenga (ho chiesto due volte i nomi a Bastiano perché la prima volta avevo capito RimedioZenga e mi pareva il nome di un farmaco omeopatico contro le emorroidi) è tutto improntato alla svalutazione: «Siamo bassi siamo pigri siamo lenti». Penso alla voce paterna di Bergomi.
9. Comunque è vero che la partita mi sta un po’ annoiando. La cosa più interessante è l’effetto del maxischermo sui colori del prato: strisce cerulee alternate ad altre fosforescenti. Per me i giocatori esistono solo quando attraversano le seconde. Immagino che, per movimentare la partita, l’arbitro decreti che da quel momento in avanti si giocherà solo con lunghi balzi da una striscia fosforescente all’altra.
10. Sono molto delusa che la mia regola psichedelica non venga applicata.
11. Momento ellenico: apriamo con un’inquadratura del coro (gruppo a caso di belle ragazze svedesi, mi chiedo se il tifo scandinavo sia esclusivamente femminile), cui segue un primo piano di Achille (Ibra dalla chioma brillante, mi chiedo che shampoo usi) e un controcampo su Ettore (il povero Chiellini dal capello sfuggente e dal naso largo non assomiglia per niente al buon Eric Bana). Per scrupolo filologico, mi accerto con Bastiano che Giorgio giochi realmente in difesa.

Due gocce d’acqua.
12. Mi chiedo cosa si provi a essere Ibrahimović. Quando gli altri giocatori vengono inquadrati, i loro volti sono sempre concentrati sul campo, sul gioco, sul bestemmiare contro qualcuno. Ibra invece è sempre concentrato sulle sue scarpe o presumibilmente su se stesso. Di lui so solo che è una specie di super stronzo talentuosissimo (stimato da Conte) e mi chiedo se per quelli della sua razza la possibilità di vivere con mille occhi puntati addosso sia più una pena o più una speranza.

Tutta la Svezia sulle sue spalle.
13. Quando finisce il primo tempo concludo che comunque se io fossi Ibra farei sempre il vago. Ma me la tirerei un sacco.
Primo tempo: Bastiano
Èder sembra ingrassato, ma corre tantissimo. Questo mi turba, perché all’Inter non l’ha mai fatto.

A quanto pare ha anche imparato a volare.
Guardiamo la partita su rai.tv e mi tornano in mente i Mondiali del 2014 e la partita contro l’Inghilterra, vista in un bar con una connessione 56k: praticamente in differita. La coppia Rimedio-Zenga non mi convince, non c’è feeling tra loro, sono freddi e usano una lingua piattissima. Mi mancano Caressa e Bergomi. Penso a loro, stretti stretti a Tolosa, che cercano di tenere insieme il loro amore, mentre Rimedio e Zenga creano un campo magnetico di noia e sonnolenza. Il buon Walter ha le visioni e vede sei attaccanti azzurri.
Bonucci prova di nuovo il colpo e lancia lungo. Ma il trucco non gli riesce.
Poco dopo è Ibra a lanciare e io sospiro come un adolescente innamorato.
Florenzi riesce nella magia di far rivivere il mio personaggio preferito di Gomorra, e per questo gli sono grato.

Gli effetti di Gomorra sugli Europei, seconda puntata.
Sento un vago senso di colpa perché stiamo guardando la partita in orario di lavoro. Mi guardo intorno e vedo i miei colleghi. Per i primi dieci minuti sono impegnato a scrivere un post per raccontare come si vive la partita in azienda. Il senso di colpa si attenua perché, in fondo, sto lavorando.
Con cadenza regolare, la Rai inquadra belle ragazze svedesi (come da copione: bionde con occhi cerulei), come a volerci ricordare che giochiamo contro la S V E Z I A. Visto che sguazziamo negli stereotipi, vorrei pure un lungo primo piano di un mobile random IKEA: il massimo sarebbe una libreria Billy piena di volumi Iperborea.
Guidetti è una mina vagante, lo vedo dappertutto e temo non un suo gol, ma le conseguenze, visto che esulta sempre in modo pacato. È vagamente tamarro come un ventenne che va a fare le vacanze a Rimini.
Io e Tina ci guardiamo un paio di volte smarriti: cosa starà dicendo Bergomi di quest’Italia? E Caressa lo starà ignorando o si uniranno in un abbraccio nella noia?
Ibra ha una bellezza quasi neoclassica. Si muove con la sicurezza di un imperatore romano. Quando si abbassa per ricevere palla a centrocampo, De Rossi si sente a suo agio come me durante le interrogazioni di fisica.
Mi pare una delle prime partite della Master League di Pro Evolution, quelle in cui devi accontentarti di Castolo, Minanda e compagnia bella: manovra farraginosa, difesa disperata e sparute sortite offensive che, quando succedono, ti sembrano miracoli di San Gennaro.
Finisce il primo tempo e nessuno ci invita a prendere un tè caldo.
Secondo tempo: Tina
1. Iniziamo con un dieci minuti di entusiasmo da parte del nostro RimedioZenga che ripesca addirittura locuzioni dal sapore renziano: “Facciamo le cose”.
2. «Vedremo Zaza in campo solo quando lo vedremo in campo» è chiaramente la versione calcistica di «una rosa è una rosa» di Gertrude Stein: virtuosismo. Infatti la dichiarazione arriva non so da chi, ma non dai cronisti. La voce è diversa.
3. Conte si lancia in un appassionante «Butta in aria le mani, e poi falle vibraar» ma nessuno lo segue.

Agghiacciande.
4. Il duo omeopatico della cronaca sportiva è di nuovo insofferente. «Una partita normale, piatta», affermano, e io sono certa che stiano descrivendo la maggior parte delle mie giornate perché in quel momento la regia inquadra anche un gruppo di belle ragazze svedesi (un altro, nuovo).
5. Quando mancano dieci minuti alla fine e mi sto chiedendo se Bastiano stia dormendo (la domanda è lecita: Bastiano è riuscito ad addormentarsi anche a cena, masticando insalata) lui mi sorprende con un guizzo di energia e mi pronostica all’orecchio: negli ultimi minuti segna Éder. Risposta: «Seba me lo dici sempre anche con l’Inter e non succede mai».
6. Dopo due minuti Éder fa gol. L’esultanza di Bastiano mi dimostra che i sogni esistono ancora, ogni tanto.

Quando tutti ti odiano e tu fai il gol decisivo.
7. RimedioZenga inizia ad affermare che «Quest’Italia sa soffrire!». Ripenso all’epica della sofferenza di cui Bergomi ha intessuto la scorsa partita e capisco che il diritto d’autore è sopravvalutato.
8. Buffon si produce in uno strepitoso assolo con bestemmia.
9. «Non abbiamo disputato una gran partita però: possiamo dire che è un campionato europeo e quindi chi se ne frega!?»: le ultime parole del duo omeopatico sono di livello. Li perdono un po’. Forse non era tutta colpa loro, forse l’Italia era davvero noiosa.
Secondo tempo: Bastiano
La ricetta di Zenga per vincere è fare più di tre cambi. Da eroi dopo la partita contro il Belgio siamo diventati di colpo pippe clamorose: lenti, impacciati e altri aggettivi negativi a caso.
Conte ha il completo scuro come Simeone.

Black is the new black.
La regia Rai ci regala un Marco Borriello sugli spalti con tanto di maglia dell’Italia (non tarocca).
Parte la variazione azzurra sulle note di Seven Nation Army, tormentone lanciato nel lontano 2006 ai Mondiali ed è subito fomento misto nostalgia.
Un controllo impreciso di Ibra mi ricorda che anche lui è umano.
Thiago Motta entra già sudato, così non potranno dirgli che ha passeggiato. La cosa più rilevante che fa è un blocco su Zlatan.
Ogni volta che prende palla Lindelöf a me viene in mente Damon Lindelof, il creatore di The Leftovers: il giocatore svedese più forte sbaglia un gol a porta vuota e di colpo scompaiono una manciata di suoi compagni.

HBO se ci sei batti un colpo.
La visione collettiva della partita amplifica tutto: alla traversa di Parolo, proviamo un dolore senza rimedio, come se quella fosse l’unica occasione della vita; quando Ibra sbaglia il più facile dei gol, sentiamo un sollievo enorme, come se fossimo scampati a un frontale contro un tir o come se fossimo i superstiti alla furia di un serial killer in un film horror (anche se, di solito, ne sopravvive solo uno, al massimo due).
Il primo piano su Parolo successivo alla sua traversa mi fa notare una certa somiglianza con Apparat.

E poi con i Modeselektor diventa Moderolo.
Ogni volta che dicono Forsberg io sento Fosbury e mi aspetto di vederlo saltare un’asticella immaginaria. A Rimedio, comunque, lui ricorda Bonaventura. Roba che se fossi Forsberg lo denuncerei.
Bonucci prova a lanciare con una specie di ostinazione infantile. Mi immagino la sua frustrazione ogni volta che calcia pensa «guarda che ora pesco qualcuno lì davanti e facciamo di nuovo gol sul mio assist» e poi la palla o la beccano gli svedesi (alti alti e grossi grossi) o finisce lunga.
Fuori s’è fatto buio. Si sente un tuono lugubre in lontananza. Mi pare di svegliarmi da uno stato di trance e mi rendo conto che è già l’ottantesimo.
Una parte di me è convinta che finirà 0 a 0.
Un’altra parte di me, invece, ha una specie di premonizione.
«Tina, segna Éder, te lo dico»
Mi becco il più scettico degli sguardi e un ammonimento: «lo dici sempre quando guardiamo l’Inter e, puntualmente, non succede niente». Mi sento incompreso come Maurizio Mosca e in effetti Tina ha ragione, in ventisette anni non ne ho mai azzeccata una. Altro che pendolino. Tra l’altro non ho nessun motivo, adesso, per dire che Éder potrebbe segnare: ha passato tutto il secondo tempo a rincorrere chiunque indossasse una maglia gialla, sarà stanco e poi è ingrassato di almeno tre chili negli ultimi tre giorni.
E poi succede una cosa strana. La sponda di Zaza per Éder produce una specie di strappo nel tessuto spazio-temporale della partita. Éder accelera e questo mi pare già un miracolo, la difesa svedese è messa malino, Éder corre come un bambino, ti prego non sbagliare ti prego non sbagliare, adesso non puoi sbagliare, hai fatto tutto benissimo e non puoi fallire, fammi felice come non hai mai fatto con la maglia dell’Inter.
Mentre Éder continua a correre come un bimbo dopo il primo gol con i pulcini, l’unica cosa che riesco a dire è «hai visto ha segnato Éder» in loop come una specie di mantra. Solo dopo penso a Conte e chiedo Tina «e Antonio come sta, cosa si è spaccato questa volta?».
Guardo il replay e un brivido mi scende lungo la schiena giù giù giù fin nel luogo più oscuro. Mi accorgo che il gol di Éder pare la fotocopia del quello di Roberto Baggio contro la Bulgaria a Usa ’94.
Tentiamo di perdere tempo andando a giocare appollaiati sulla bandierina del corner. Buffon batte un calcio di punizione con calma olimpica e si becca un giallo: il momento giusto per sfoderare l’immancabile bestemmiona.

Cattivello
Ultima grande paura per un mischione in area. Il triplice fischio di Kassai (che mi ha fatto sempre pensare a Cassano) è una benedizione.
Post-partita: Tina
Tra un’inquadratura e l’altra di Conte che stringe mani a tutti, la regia nasconde un cortometraggio sul significato del tempo per il genere umano, soprattutto quello femminile.
Inquadratura di belle ragazze svedesi. Segue inquadratura della figlia di Conte. Segue inquadratura di uomini e donne svedesi normodotate. Cerco un messaggio a bordo campo per decifrare questo manifesto artistico ma non trovo nulla. Ci sono perle che non ti spieghi proprio da dove siano arrivate.
Post-partita: Bastiano
Prima di tornare a casa, ci fermiamo in una gelateria. Sul bancone c’è Il libro delle risposte. Lo stringo tra le mani, socchiudo gli occhi e faccio la fatidica domanda. Apro il libro con speranza e timore. Sulla pagina bianca, proprio in mezzo, c’è scritto in un corsivo lezioso: Prenditene cura. Di cosa dovrei prendermi cura?