È solo una finale
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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È solo una finale

La Spagna non subisce goal perché non subisce tiri; e non subisce tiri perché, semplicemente, ha quasi sempre la palla. Quando non ce l’ha, allora interviene Casillas. Fare goal alla Spagna significa compiere una piccola impresa; significa fare una gran fatica per strappargli il pallone ed essere ancora lucidi abbastanza da puntare la porta e centrarla. Vi ricordate di Balotelli e della sua corsa nella partita inaugurale?

Spagna e Italia si sono già affrontate, lo sappiamo tutti, nella prima partita dell’Europeo. Finì 1-1, Di Natale e poi Fabregas.
Quella partita è stata fortemente condizionata dalle scelte tattiche dei due allenatori. La Spagna ha mantenuto fede al suo stile di gioco ormai proverbiale: grandissimo possesso palla, centrocampo folto e la ricerca costante del passaggio breve tra giocatori vicini. Pochi lanci lunghi e pochi cambi di gioco. Per rendere ancora più efficace la sua tattica, poi, lo spagnolo Del Bosque aveva schierato una formazione priva di un vero centravanti: Negredo, Fernando Torres e Llorente erano partiti dalla panchina e l’unico riferimento avanzato per gran parte del match è stato Cesc Fabregas, nel ruolo di finto nove reso celebre da Lionel Messi nel Barcellona. Dall’altra parte però, Prandelli ha decisamente vinto la sfida tattica, abbassando la squadra con l’inserimento di un terzo difensore centrale, Daniele De Rossi, ed erigendo un muro su cui i fraseggi brevi dei piccoli spagnoli si sono quasi costantemente infranti. L’uso di De Rossi ha inoltre permesso alla nazionale italiana di uscire dalla fase difensiva attraverso il palleggio e di impostare così quelle ripartenze veloci che hanno creato non pochi problemi alla difesa campione in carica.

Tattica e tatticismi

La vittoria tattica dell’Italia è stata favorita da più fattori: da una parte la totale abnegazione dei due uomini di fascia, Giaccherini e Maggio, che per gran parte della partita hanno compiuto con buona resa sia la fase difensiva che quella offensiva. Certo, molto più quella difensiva, lasciando pochissime opportunità di penetrazione ai terzini spagnoli. In secondo luogo, poi, ha funzionato il pressing azzurro, portato con sorprendente efficacia sin dalla metà del campo iberica da Marchisio e Thiago Motta in particolare, ma anche dalle due punte Cassano e Balotelli.
L’ottima strategia di pressing mirato però, non avrebbe potuto funzionare senza i grossi limiti offensivi degli spagnoli: non sono affatto bravi a giocare con il finto nueve, Fabregas non è Messi e non sembrano avere alternative migliori.
Nelle partite successive questo stile di gioco senza attaccanti è stato alternato a uno più tradizionale, con un riferimento offensivo: Torres contro l’Irlanda e la Croazia; Negredo contro il Portogallo, il ritmo de gioco però non è mai cresciuto, così come lo spettacolo e il numero delle occasioni da gol: pochissime.
Contro l’Italia, stasera, giocherà probabilmente la stessa Spagna della prima partita. Davanti ai due centrocampisti centrali, Busquets e Xabi Alonso, si passeranno la palla quattro tra i più talentuosi giocatori di calcio del decennio: Xavi, Iniesta, David Silva e Cesc Fabregas. Se avranno trovato la forma e l’intesa giusta saranno dolori perché la nostra difesa non avrà più i tre centrali e perché sono in grado, loro, di far passare palla e corpo dove spazio non c’è.
Chiellini e l’altro terzino, sia Abate o Balzaretti, dovranno rimanere stretti al limite dell’area, dentro se serve, e costituire un muro umano che costringa gli spagnoli a tornare indietro con i loro passaggetti. Se riusciranno in questo, la battaglia si sposterà sulle fasce e sarà una battaglia atipica.
Da un lato Jordi Alba, dall’altro Arbeloa, uno veloce, giovane e offensivo e l’altro più esperto e cauto. Il primo attaccherà e costituirà una delle armi più importanti nella tattica spagnola, soprattutto se troveranno, come speriamo, il centro intasato. Costrigerà Abate al contenimento, a stare basso, e Marchisio a raddoppiare costantemente la marcatura. Jordi Alba, in sostanza, è l’uomo deputato ad allargare la nostra densità a centrocampo; va contenuto perché nelle fasi di difficoltà dl centrocampo spagnolo è da lui che viene la maggior parte dei pericoli per la porta avversaria. Suo l’assist per Xabi Alonso contro la Francia, sua la serpentina che ha permesso a Iniesta, contro il Portogallo, di avere la più limpida opportunità della partita. Dalla parte opposta, invece, Arbeloa attaccherà di meno e sarà decisamente meno al centro della manovra. Fateci caso: non gliela passano mai; Chiellini avrà quindi la possibilità di rimanere più stretto e dare una mano ai suoi colleghi di reparto. Almeno fino a quando l’allenatore spagnolo non deciderà di inserire un uomo di fascia come il bel Jesus Navas. Contemporaneamente dovremo mettere in pratica una strategia già sperimentata in questo europeo: Balotelli e Cassano dovranno inibire e innervosire le discese dei laterali spagnoli. Come con la Germania, Cassano si andrà a posizionare proprio dalla parte di Arbeloa, sfidandolo nel dribbling e costringendo Busquets a raddoppiare, mentre Balotelli dovrà sfruttare gli spazi che si apriranno alle spalle del giovane terzino sinistro. Meglio, possibilmente, che nella prima partita.
Nonostante l’Italia sia cresciuta nel possesso, la palla la terranno gli spagnoli. Proveranno a risalire il campo con il tiqui taca e noi dovremo esser bravi a rompere il loro ritmo sin dall’inizio. Balotelli, Montolivo e Marchisio, fin quando ne avranno, alterneranno contenimento a folate di pressing nella metà campo avversaria, non permettendo passaggi, facendoli tornare indietro, dando qualche calcetto se necessario e soprattutto riconquistando qualche pallone il più vicino possibile alla loro area di rigore. Dalla parte opposta Fabregas proverà a disturbare Pirlo, non facendogli arrivare palloni giocabili e spesso toccherà a De Rossi l’onere dell’impostazione. Ma gli spagnoli non sanno marcare a uomo, neanche lo vogliono probabilmente, e più la partita andrà avanti più si apriranno spazi per il nostro giocatore più in forma, che potrà ancora fare la differenza e verticalizzare come sa, sfruttando la nostra supremazia numerica nel centro del campo.
I problemi, però, potrebbero non essere finiti.
La realtà è che la squadra campione d’europa e del mondo in carica è, infatti, una squadra fondata sulla difesa. Nelle quattro partite conclusive del mondiale 2010, dagli ottavi alla finale, la Spagna ha subìto zero goal, lo stesso vale per le ultime due partite giocate in questa edizione. Al contrario, nonostante il gioco spumeggiante e votato apparentemente all’attacco, gli spagnoli non segnano poi molto. Nel 2010, tutti i turni ad eliminazione diretta, finale compresa, si sono conclusi 1-0; tre di questi quattro goal furono realizzati da David Villa senza il quale i campioni, probabilmente, sarebbero stati costretti ai tiri dal dischetto anche dal Paraguay. Ora, senza Villa e con un Torres decisamente meno dinamico di qualche anno fa, la Spagna sta facendo una discreta fatica sia a trovare gol che a creare occasioni mentre rimane quasi imperforabile a livello difensivo (un solo goal subìto, quello di Di Natale).
Nonostante due terzini per nulla fenomenali la difesa spagnola è di gran lunga la migliore del mondo. Non dipende strettamente dagli uomini, nonostante Piqué e Ramos siano eccezionali; la realtà è che il possesso palla degli spagnoli è innanzitutto una strategia difensiva. La Spagna non subisce goal perché non subisce tiri; e non subisce tiri perché, semplicemente, ha quasi sempre la palla. Quando non ce l’ha, allora interviene Casillas. Fare goal alla Spagna significa compiere una piccola impresa; significa fare una gran fatica per strappargli il pallone ed essere ancora lucidi abbastanza da puntare la porta e centrarla. Vi ricordate di Balotelli e della sua corsa nella partita inaugurale?
Molte squadre, noi per primi, hanno capito come metterli in difficoltà, ma nessuno ha ancora capito come sconfiggerli. L’Italia, oggi, è la squadra perfetta per riuscirci, perché sa soffrire dietro come nessun altro anche se ha cambiato il modulo impiegato nella partita inaugurale; perché ha Pirlo, e perché ha l’entusiasmo e la carica di chi è in trans agonistica da dieci giorni consecutivi. Italia e Spagna sono due squadre simili, fondate sui due reparti di centrocampo migliori del mondo, e su due difese all’altezza. Entrambe, poi, sono arrivate alla semifinale con discreti problemi offensivi, la differenza è che l’Italia li ha risolti grazie a quella doppietta. Dovranno fare una grande partita per batterci, dovranno giocare meglio di come hanno fatto fin qui. E non è detto che ci riescano.
E poi ci sono le motivazioni.
Storie.

Nel 1934, nei quarti di finale del Mondiale giocato a casa nostra, Italia e Spagna si incontrarono per la prima volta in una competizione ufficiale. Il protagonista assoluto della partita fu il leggendario portiere catalano Ricardo Zamora, che parò tutto il parabile, anche di più, e si arrese soltanto a un goal di Ferrari viziato da una evidente carica sull’estremo difensore. Dopo 120 minuti di gioco molto duro la partita terminò 1-1 e, in assenza dei tiri dal dischetto, si dovette ripetere il giorno successivo. Quando, ventiquattro ore dopo, le squadre ridiscesero in campo Ricardo Zamora non c’era, al suo posto il mediocre Nogues. Cos’era successo? Si dice che Benito Mussolini in persona, nella notte, avesse gentilmente richiesto il suo allontanamento al governo spagnolo. L’Italia vinse 1-0 grazie a un errore del nuovo portiere e all’evidente favoritismo dell’arbitro svizzero Mercet, che al termine del mondiale fu sospeso dalla propria federazione.
Nel 1994, sempre nei quarti di finale, sempre in un mondiale, Italia e Spagna si affrontano a Boston. L’Italia è reduce da un ottavo di finale con la Nigeria, un match in cui l’arbitro messicano le ha provate tutte per buttarci fuori, arrendendosi alla classe di Roberto Baggio solo alla fine dei tempi supplementari.
Quella con gli spagnoli è invece una bella partita, equilibrata, Dino Baggio porta in vantaggio gli azzurri con un tiro da trenta metri, l’iberico Caminero pareggia nel secondo tempo e alla fine tocca al divin codino segnare il goal che significa semifinale dribblando Zubizzareta. Dopo, però, un salvataggio sulla linea di Billy Costacurta. Quando mancano ormai pochi minuti al termine della partita, in piena area di rigore italica, Mauro Tassotti rifila una gomitata che infame è dire poco a l’homo vertical Luis Enrique. Sangue e lacrime che neanche una finanziaria tecnica, ma l’arbitro sembra non vedere: niente rigore, niente espulsione e Italia che passa il turno.
Conclusioni.

Questo per dire che qualcosa, ancora, la dobbiamo alla nazionale spagnola. E invece: tutti a paventare biscotti, a tirare in ballo la sportività. Non dimentichiamoci come siamo arrivati fin qui, non dimentichiamoci del fatto che a questi non gli costava nulla subire quel goal contro la Croazia e mandarci a rimuginare, per una estate intera, sulla malattia del nostro calcio corrotto e scommettitore. E non facciamo i coatti, non ci dimentichiamo che la rossa rimane la squadra dal più bel calcio del mondo, quella in cui gioca Iniesta. Che una formazione capace di vincere due finali di seguito, e che si va a giocare la terza per entrare nella storia, non ha affatto meno fame di noi. Tre finali consecutive sono una cosa fantascientifica, quindi rispettiamoli e temiamoli altrimenti ci asfaltano.
E segnamo un goal in più di loro. È solo una finale, giochiamola lasciando agli spagnoli il peso delle loro vittorie perché hanno molto da perdere. Rubiamogli la palla e poi nascondiamola, ché non sono abituati a non averla tra i piedi. Buttiamoci negli spazi come se non ci fosse un domani e facciamolo prima che arrivino i rigori: Casillas para anche quelli.
Luca Dammicco
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