Ha chiuso Grantland. Tutti i motivi per cui vale la pena far scendere una lacrima
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Ha chiuso Grantland. Tutti i motivi per cui vale la pena far scendere una lacrima

Ma che cos’era Grantland?

È stato un brutto colpo, un po’ come quando un grande amore si conclude con un sms. Grantland ha chiuso i battenti un po’ a sorpresa, dopo aver dedicato l’ultimo articolo agli allenatori ad interim della Nfl, non l’addio che ci saremmo aspettati. Ora la home page del sito si apre con un malinconico: «è stata una bella corsa, grazie», l’equivalente di quel «sono stata bene con te ma ora è finita, buona vita» che a tutti è capitato di sentirsi dire almeno una volta. Restano lunghi, lunghissimi articoli negli archivi che hanno aperto ad una nuova maniera di fare giornalismo sportivo (e non) sul web. Ma che cos’era Grantland?

grantland-front-door

Volendo dare una definizione telegrafica, di quelle che entrano nelle enciclopedie, potremo dire che Grantland era «un blog/sito sportivo con (giustificate) ambizioni letterarie».

Chiuderla così però non sarebbe giusto, come non sarebbe giusto chiudere un editoriale con meno di 150 parole. Se la penso così, la colpa è anche di Grantland e indirettamente di Bill Simmons. Grande fan degli Spurs e soprattutto di Tim Duncan, Simmons iniziò a far parlare di sé negli anni ‘90, quando non era così normale che un giornalista aprisse un blog sulla allora quotatissima piattaforma Aol per parlare di sport e cultura pop nel modo che voleva e con il linguaggio che voleva. Nel 2001 il successo, incredibile per proporzioni, lo fa chiamare dalla Espn. Da allora, casi come quello di Simmons hanno dato speranza a tanti che, aprendo un loro blog, hanno sognato di venire notati dai grandi dell’editoria. D’altronde, era il periodo in cui aprire un account MySpace sembrava un modo credibile per finire in heavy rotation su Radio Deejay. Tutto sembrava possibile.

Simmons passò in breve da editorialista a produttore di documentari per una serie curata dalla stessa Espn (che dietro ha la Disney, e giova ricordarlo per capire la sua potenza produttiva). Grantland come lo abbiamo conosciuto è nato solo nel 2011. È incredibile come abbia cambiato in pochi anni il panorama di un settore che allora muoveva i primi passi (il giornalismo di qualità sul web) e come sembrasse già da subito un bellissimo arcobaleno destinato a svanire presto. Già l’anno scorso Dario Vismara, uno che alla fonte di Grantland si è abbeverato ed è oggi tra i migliori italiani a scrivere di basket, si era chiesto se il destino di Grantland non fosse quello di bruciarsi in fretta. Nell’ultima lettera di Kurt Cobain, il leader dei Nirvana scriveva che era meglio bruciare in fretta che  spegnersi lentamente. Il discorso si può adattare anche alla storia di Grantland, nonostante ci fossero stati già chiari segnali che questo giocattolo bellissimo si stesse disfacendo.

Il motivo numero uno è abbastanza chiaro: Grantland non generava introiti. Nonostante i premi (3 nomination ai National Magazine Awards solo nel 2014, quando il picco di qualità era già stato superato), aveva infatti rinunciato ad utilizzare la sua credibilità e notorietà per generare profitti, magari cedendo alle lusinghe di quegli  inserzionisti a cui non sarebbe dispiaciuto aggiungere anche solo un banner pubblicitario sulla homepage del sito. Era una scelta, Espn manteneva la creatura di Simmons come un’isola felice dove i nerd del basket, della Nfl, ma pure del calcio potevano crogiolarsi nella lettura (gratuita) di lunghissimi articoli. Questi piccoli saggi di letteratura sportiva erano infarciti di riferimenti a tutta una cultura indie-pop che Grantland stesso ha contribuito a diffondere,  e di un mare di statistiche (sì, se gli Houston Rockets sono ossessionati dai numeri è colpa della ciurma di Grantland, almeno un po’).

Col tempo, oltre ai lunghissimi articoli, nacquero anche numerosi podcast. Grantland diventava una sorta di radio on-demand. Negli anni al microfono si sono succeduti personaggi diversissimi. Jalen Rose è diventato un riferimento e tutte le promesse non mantenute sui campi Nba se le è fatte perdonare raccontando a modo suo il campionato più spettacolare del mondo. Simmons aveva creato una squadra meravigliosa dal nulla, e in breve era diventato una sorta di Greg Popovich del giornalismo: aveva pescato dal nulla Zach Lowe, che scribacchiava qui e là, e lo aveva messo a parlare con Van Gundy. Aveva reinventato Jalen Rose, aveva trovato posto nel calderone pure a suo padre e sua madre ed era arrivato ad avere un organico di 40-50 penne.

Non crediamo che siano stati solo i soldi a far chiudere la baracca. L’anno scorso Simmons aveva salutato e Grantland aveva continuato senza un vero capo. Un colpo duro per il sito che, anche nei momenti di massimo splendore e con la spinta di Espn dietro, non aveva mai superato i sei milioni di visite (il fratellone Espn faceva venti milioni). In più, la voglia di parlare di tutto e di farlo in maniera ironica aveva portato a un gran numero di articoli ma anche ad un abbassamento della qualità in generale, e Grantland pareva aver superato un po’ il suo zenit. Pezzi come quelli in cui Simmons ci raccontava i suoi pomeriggi con Magic Johnson erano sinceri e scritti col cuore in mano, ma nell’ultimo periodo, forse per i troppi impegni, la qualità era scesa. Così apparivano pastrocchi assurdi come “il fanta-reality show”, di cui avremmo fatto volentieri a meno, o articoli pretenziosi dedicati a minuscole nicchie di lettori. Lo stesso Simmons aveva finito per diventare una macchietta: l’alternativo che prova a combattere un sistema in cui è dentro fino al collo senza neanche crederci troppo. Simmons era divenuto l’equivalente dei finti comunisti-anarchici che stanno sotto i portici dell’Università di Bologna a combattere per un mondo alternativo che probabilmente neanche davvero vogliono e in cui comunque non sopravviverebbero.

Ora che Grantland è finito, Simmons tornerà a splendere nella nuova avventura a HBO, dove ritroverà la libertà che forse a Espn aveva perso. Si è già portato dietro una decina dei suoi e le cose gli stanno andando abbastanza bene. Tanti altri nomi della ciurma di Grantland stanno finendo in questi giorni in posti come il New York Time Magazine. Lo spirito del sito poi non muore, sono in tanti ad aver seguito il modello-Grantland. Tim Small e Daniele Manusia hanno costruito quella che è a tutti gli effetti la risposta italiana a Grantland: Ultimo Uomo, la migliore rivista italiana di sport sul web (e non solo perché si auto-definisce tale). Seguendo l’esempio degli americani, “Double U” ha tenuto l’asticella alta, coinvolgendo scrittori di qualità e voci emergenti. In Italia, poi, possiamo anche fregiarci della dissacrante ironia del BuzzerBeaterBlog, vero riferimento per noi malati di palla a spicchi, oltre a Rivista Undici o Crampi Sportivi, solo per citarne alcuni.

Ah, poi ci sono anche io. Se avete letto questo migliaio di parole è pure per merito, o forse colpa, di Bill Simmons e di quella meravigliosa creatura che si chiamava Grantland.

 

La prima versione di questo articolo è comparsa su Basket Italy.

Manuel Santangelo
Nasce il sedici settembre del 1994 a Castel di Sangro. Ha studiato a Bologna e scrive in giro di sport, musica, cinema e altre cose che pensa siano cool. Crede che “Forrest Gump” sia un film sulla sua vita.
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