Internazionali d'Italia: #7 | Cercando gli anni ’80 agli Internazionali d’Italia
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#7 | Cercando gli anni ’80 agli Internazionali d’Italia

Qualche giorno fa ho incontrato una mia amica in giro per il foro e mi ha detto che, secondo lei, Grigor Dimitrov è il tennista più bello di sempre.

La liturgia del servizio

Il servizio è un colpo fondamentale per ogni giocatore, soprattutto oggi con racchette che permettono una risposta pericolosa su quasi ogni palla, un servizio affidabile e veloce ti permette di controllare lo scambio e risparmiare energie nei propri turni di battuta. Nonostante sia un colpo universale ed uguale per tutti, è curioso notare come ogni giocatore definisca una propria liturgia intorno ad esso. Un rito pagano fatto di tic nervosi, scaramanzie e movimenti automatici. Prendiamo Anderson, un onesto giocatore che in questo momento sta affrontando Tsonga. Anderson è il tipo di giocatore per cui il servizio è molto, quasi tutto: alto (l’altezza aiuta il servizio in maniera importante), colpi buoni ma non eccezionali, una mobilità nulla più che onesta. Controllare lo scambio, poterlo chiudere subito, per uno come lui è fondamentale. Allora possiamo riconoscere un approccio quasi zen al movimento del servizio, una piccola seduta dallo psicologo che si ripete ogni 15. C’è un però: Anderson gioca sulla SuperTennis Arena, costruito per l’occasione e che funge da campo più importante dopo il Centrale. Il pubblico è molto vicino al campo, non ci sono quasi divisioni, ed i punti d’accesso sono molteplici. Nei tornei come gli Internazionali, la gente non segue le singole partite, ma gli capita di spostarsi da un campo ad un altro alla ricerca dei momenti migliori e dei giocatori preferiti. Per permettere ciò, nei momenti di pausa (ovvero alla fine dei giochi dispari) è concesso al pubblico di entrare e cercare il proprio posto. L’operazione richiederebbe rapidità e leggerezza come un romanzo di Italo Calvino, ma finisce sempre per essere l’esibizione pachidermica di tifosi imbarazzati. Questo sciamare poco composto va a scontrarsi con il campo visivo dell’Andersonalservizio, un essere a se stante diverso anche da se stesso, creandogli non pochi problemi. Il suo gesto magico è disturbato anche da una singola coppia di tifosi in piedi, risultando ai miei occhi, quindi, più sacro di una semplice messa domenicale. Il sudafricano interrompe il rito, sbuffa, indica, chiede all’arbitro spiegazioni e alla fine ricomincia tutto da capo.

Per farvi capire, vi raccontiamo la ritualità pre-servizio di Flavia Pennetta. Va dal raccattapalle dalla parte in cui deve servire e gli chiede due palline, poi ne deve chiedere una terza al ragazzo dall’altra parte. Passa tre palline tra le mani e probabilmente si mette a recitare qualche formula della Kabbalah. Sceglie le due palline elette per il servizio e ne restituisce una al raccattapalle. Questa formula deve mantenersi rigida: se il ragazzo dalla parte in cui serve non ha palline la Pennetta si incazza e chiede all’altro di passarsele di più tra loro.

 

La bellezza del tennis maschile

Qualche giorno fa ho incontrato una mia amica in giro per il foro e mi ha detto che, secondo lei, Grigor Dimitrov è il tennista più bello di sempre. Non il più bello ora ma il più bello di ogni era. Mi sembra una considerazione piuttosto roboante ma quando vedo che il bulgaro è in tabellone sul grand stand contro Ivo Karlovic – complice anche una curiosità antropologica verso il croato – mi avvio con un bel po’ di aspettative.

Quando i due scendono in campo Dimitrov, a occhio, sembra essere alto 20 cm meno dell’avversario. Ora, controllando su internet, ho avuto la conferma: 190 cm Dimitrov, 208 cm Karlovic (2 cm più di Kevin Durant, 10 più di Kobe Bryant, per capirci). Le partite di Karlovic prendono sempre le forme di una sfida tra l’organico e l’inorganico, il naturale e l’artificiale, l’uomo contro la macchina. Karlovic si muove male, è lento, tira male quasi tutti i colpi. Ma il suo servizio consiste in pietre scagliate dal settimo piano. È come se Karlovic riuscisse a giocare a questi livelli per-forza-di-cose. La partita è rapida, noiosa, così mi concentro sull’outfit di Dimitrov. Pantaloncini e calzettoni neri, sotto a una maglia Nike a righine orizzontali bianche, nere e marroncine. Ammetto che ha un suo perché. Ha un viso non troppo regolare, col naso leggermente schiacciato sulla bocca e complessivamente ricorda la figura letteraria del guappo dei romanzi di Jean Genet. Eppure non rimango assoggettato da quell’invidia di virilità che i maschi eterosessuali provano nei confronti di esseri del loro stesso sesso che emanano quella particolare aura che sembra dire agli altri: «io sono un uomo, guarda come riesco a stare al mondo». Quell’aura di potenza che avevo visto per esempio addosso a Tommy Haas. Dopo Dimitrov, sullo stesso campo, giocherà la Sharapova. I due sono fidanzati e immagino il loro incontro nello spogliatoio, l’epica romantica del tabellone che li ha riuniti, la bellezza superiore che avvolge i loro semplici gesti di pre e post partita. Forse è ora di andare a rimediare un buono pasto.

 

L’Umorismo di Pirandello

In un famoso saggio, Pirandello, per spiegare le differenza tra comico e umoristico usa l’esempio della vecchia imbellettata: «Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere». Come sappiamo tutti, dopo, c’è la riflessione e dal comico si passa all’umoristico. Ieri sera la Ball Room si è popolata di una cricca difficilmente definibile, che scopro essere il minimondo del programma Avanti un altro. Assediano la Live Room coi loro colori sgargianti e le forme strane, posso distinguere distintamente, una mora con delle tette molto grosse di fuori (che mi suggeriscono sembra richiamare la tabaccaia di Fellini); un giovane molto fisicato con una t-shirt col disegno di un uomo molto fisicato, un bionda carina che però non aveva particolari peculiarità (forse faceva la finta bionda stupida); un ballerino che poteva portare le gambe ovunque, e un vecchietto sdentato molto dito gigante che si illuminava (il rimando credo sia E.T.) e i capelli grigi sparati in aria (il rimando credo si dragonball) e tutto glitterato. Dietro in disparte, Paolo Bonolis sorride. «Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico».

 

Paolo Pasquali, Johnny Zampa e il vintage

Nel suo ultimo, drammatico saggio, Simon Reynolds sostiene la tesi secondo cui la produzione Pop contemporanea sarebbe infettata dal morbo della nostalgia, da un ripiegamento verso il passato con poche vie d’uscita. Il vintage, la retromania si manifesterebbe attraverso varie tendenze: dalla produzione musicale a quella audiovisiva, dalla moda che mescola sempre più pan-cronica agli eventi sempre più rievocativi. La Ball Room non poteva rimanere estranea alle tendenze pop contemporanee e questa serata la dedica al vintage.

Arrivano gli anni ’80, la loro atmosfera piena di paillette e brillantina. La Roma di Franco Califano e dei locali fumosi di Via Veneto. Ma soprattutto la Roma di Paolo Pasquali, che in fatto di vintage romano è più che un’istituzione: una sorta di sacerdote mistico. Noi ci abbiamo parlato e ci ha spiegato un sacco di cose, aprendoci a un universo che credevamo sepolto ma che invece sembra aver sconfitto il tempo e la morte.

Paolo si definisce «un portatore sano di artisti vintage» e ha iniziato a calcare le scene suonando la tastiera – una vecchia Yamaha – in un gruppo rock, i Ranks (dopo essersi diplomato in pianoforte dalle suore orsoline). Ma soprattutto frequentava le discoteche romane degli anni ’80: il Veleno in Via Sardegna, l’Executive, il Much More. È lì che ha incontrato tutti i personaggi che di lì a poco avrebbero formato la scena della Italo Disco: i Gazebo, Den Harrow, i Righeira e tante altre meraviglie.

Tutta questa scena riesce a vivere ancora, soprattutto grazie a Paolo che ci spiega: «sono artisti che costano poco ma valgono tanto». Negli ultimi 12 anni ha organizzato circa 85 concerti con gente fica del calibro degli Chic, Shalamar, Imagination, Santa Esmeralda, Sandy Marton, che ha un ristorante a Ibiza ma viene ancora volentieri a suonare People from Ibiza.

Paolo – che è conscio di queste dinamiche ben più di qualsiasi studioso di cultural studies – ci spiega che vent’anni fa tutta questa scena era considerata commerciale ma ora, vent’anni dopo, è invecchiata bene, nobilitandosi.

Confermando un’altra teoria di Simon Reynolds sulla sempre maggiore precocità del vintage, Paolo ci racconta che ultimamente gli capita di organizzare sempre più serate anni ’90, con gente tipo gli Eiffel 65. Sappiamo tutti quanto a Roma negli ultimi anni abbiano funzionato le serate del Borghetta Stile (lo stile ostile) ma quello che fa Paolo è farti fare un salto esperienziale ulteriore. «Quando dico “Vamos a la Playa” ed entrano proprio i Righeira è tutta un’altra cosa». E il pubblico cambia, ci dice Paolo: se lo zoccolo duro è sempre il nostalgico quaranta/cinquantenne, negli ultimi anni sempre più 25enni si presentano alle sue serate (il venerdì alla Room26) che vogliono ascoltare gli Chic. O i The Real Thing, band inglese anni ‘70 che questa sera sarà sul palco della Ball Room a proporre successi come «You to me are Everything» (poi riproposta anni dopo da Marina Rei):

Dopo Paolo Pasquali incontriamo Johnny Zampa, look da tronista, è interessato alle opere d’arte presenti nella Live Room e ci chiede cosa siano. Inizia così un interessante chiacchierata in cui ci dirà essere un fotografo, di aver recentemente esposto in una galleria di Miami un progetto chiamato Miami Bastard Dolls, «un organizzazione mondiale delle sexy killer a pagamento» che consiste nel fotografare modelle in pose molto provocanti, ma in atteggiamenti aggressivi, vicino a macchine, pistole, palazzi. Il richiamo alle locandine dei B-movie anni ’70 è evidente. Sembra molto apprezzato a Miami, anche una playmate ha voluto posare per lui, rinunciando al catche (lo considera il miglior fotografo di Miami)

Lui è qui stasera in quanto agente delle Black vintage angels, delle ballerine che si esibiranno con Paolo Pasquali, ci fa una piccola agiografia di Paolo, ci racconta che le sue serate sono le uniche fatte per divertirsi, serate dove la gente «balla, alza le mani e si diverte».

Lo salutiamo perché lo show sta per iniziare: ed è una cosa incredibile.

Pasquali è il Jimi Hendrix delle serate vintage romane. La prima frase che dice è «ora dirò una cosa di Roma Sud, da dove vengo: Alzate le mano». Meglio di tutti gli articoli di Vice. Interagisce con le sue ballerine, col pubblico, col DJ, nulla sfugge al suo controllo. Le ballerine meritano un capitolo a parte, sono tutte alte, magre e con parrucca anni ‘70, ballano con l’aggressività che mi aspetterei dalle Bastar dolls, ma anche con la grazia innaturale di Nijinsky. In un attimo mi innamoro distintamente di ognuna di loro e per la riccia sono pronto a considerare una vita di sacrifici e sabati pomeriggi a Porte di Roma.

Ad un tratto parte un trenino, «chi non fa il trenino, non tromba tutto giugno» grida Paolo, ha un potere così ipnotico sul pubblico che anche chi non dovrebbe crederci, chi non dovrebbe piegarsi (cioè noi) si piega. Il nostro trenino è magico perché va, portato da Paolo, va dove vogliamo noi, va a concludere simbolicamente questa serata, la settima da quando ha aperto la Ball Room, che porteremo sempre nei nostri cuori.

 

A cura di Emanuele Atturo e Marco D’Ottavi | DUDE Mag

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DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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