L’affaire Sarri-Mancini ha infestato Twitter in cinque minuti, e la stampa, per tutto il giorno successivo, non ha potuto fare a meno di battere notizie a raffica, vista la fortuna del social trend. Scopriamo oggi tutto su Sarri e su Mancini: scopriamo che Sarri è già incorso in precedenza in uscite infelici servendosi del termine “frocio” in senso denigratorio; scopriamo che Mancini, in un’occasione altrettanto drammatica, sminuì la portata di un episodio di insulti razzisti avvenuto fra Mihaijlovic e Vieira; scopriamo (ma solo alla fine) che il Napoli è fuori dalla Coppa Italia e l’Inter è arrivato in semifinale; scopriamo, poche ore dopo, che per l’offesa a Mancini, Maurizio Sarri rischia circa 4 mesi di squalifica.
L’antefatto: Sarri ha apostrofato il suo collega e avversario, Manicini, dandogli del “frocio” e nondimeno del “finocchio”. Offendendolo a morte, pare, considerata la reazione scomposta di Mancini a bordo campo e, soprattutto, davanti ai microfoni a fine partita. La risposta, durissima, è stata infatti un’accusa di razzismo, la cui conclusione richiedeva (un po’ sul serio e un po’ per finta) la radiazione dal mondo del calcio di personaggi così poco preparati. Pena lo stallo culturale del calcio stesso, che rischia di non migliorare mai.
Dal canto suo Maurizio Sarri, uomo di calcio, divenuto allenatore in età già matura, interrompendo il suo stabile impiego in banca, è poco abituato alla sovraesposizione mediatica – si trova in serie A solo dall’anno scorso e solo da questa stagione è alla guida di una big come il Napoli – e molto più abituato a un calcio in cui gli episodi di insulti reciproci si dimenticano a fine partita. Complice, presumibilmente, una certa ignoranza rispetto al dibattito su omofobia, diritti civili, discriminazione degli omosessuali nel mondo dello show-business e in particolare nel mondo televisivo, Sarri commette questa ingenuità – dove, sia chiaro, ingenuità non solleva in nessun modo dalle chiare responsabilità – di dire “frocio” al suo avversario in un litigio sportivo. Una doppia ingenuità, come vedremo subito.
Perché se abbiamo imparato qualcosa sul trasporto emotivo legato al calcio è questa: il calcio parla di tutto tranne che di calcio. La seconda ingenuità di Sarri consiste proprio nell’aver ignorato le possibili (possibili sta per: sicure) ripercussioni mediatiche di un “frocio” buttato lì. Le quali, invece, non sfuggivano a un uomo che frequenta la Serie A da parecchio: Roberto Mancini, fuoriclasse della Samp campione d’Italia, che faceva coppia d’attacco con Gianluca Vialli, in nazionale fra gli ’80 e i ’90, fortunato allenatore fra Inter, Manchester City e Galatasaray. Uno che insomma ha ormai imparato a conoscere i meccanismi della stampa, ha saputo cogliere la delicatezza di un tema su cui si costruisce facilmente retorica, sfruttandolo a proprio vantaggio.
Ecco dunque un piano di interpretazione che pretende di indagare oltre l’insulto omofobo per poter smascherare una forma indiretta (e certamente meno sfacciata) di omofobia nel comportamento di Mancini. Un comportamento strategico, da vero allenatore-scacchista (alla Sarri!), una mossa che potrà rivelarsi fatale proporzionalmente alla squalifica che il giudice sportivo riterrà più consona ai danni del tecnico del Napoli.
Mancini coglie l’attimo con eleganza, ricordando i momenti migliori della sua carriera da calciatore: dopo l’uscita infelice di un Sarri particolarmente nervoso, corre davanti a microfoni e telecamere a gridare allo scandalo: «è un razzista, gente come lui non dovrebbe stare nel calcio. Mi è venuto contro dandomi del frocio e del finocchio».
La stampa e i social network si scatenano con tempi brevissimi accanendosi su Sarri, sfiorando i limiti del linciaggio mediatico. Mentre lo stesso Sarri e qualche fan di Louis CK provano a spegnere il fuoco, le associazioni per i diritti degli omosessuali (giustamente) si uniscono al coro di sdegno. Infine, le carte della faccenda finiscono nelle mani della Giustizia Sportiva. Stabilitosi il gioco delle parti, tutto va secondo il piano. A favore di Mancini giunge, paradossalmente, anche un intervento di Berlusconi in favore di Sarri.
Il capolavoro del Mancio è compiuto, perché la sua mossa ha almeno tre effetti favorevoli:
- Destabilizzazione dell’ambiente di Napoli, che già di suo ha una piazza piuttosto calda. Sarri è impiegato a rispondere ai continui incalzi dei giornalisti e giustificarsi (del resto se l’è cercata lui) per la gaffe. È distratto, per il nervosismo seminato, dallo studio delle prossime partite e dall’organizzazione dei prossimi allenamenti, che normalmente affronta con un puntiglio tale da richiedere una serenità che ora certamente non c’è. Il Napoli è primo in classifica, seguito per pochi punti da Juve e Inter, ma il primato è cosa che la tradizione attribuisce alle squadre a righe.
- Probabile squalifica di Sarri, che insieme con la figuraccia si ritroverà a scontare i danni morali combattendoci da sé. Del resto se l’è cercata lui. Se davvero piombassero i 4 mesi di squalifica, significherebbe seguire il suo Napoli solo dall’esterno per tutto il resto del campionato, e puntare in queste condizioni allo scudetto si fa impresa ardua. Ricorda un caso insolito quanto emozionante: quello del “filosofo” Manlio Scopigno, che conquistò, contro tutto e tutti, lo scudetto con il Cagliari nel 1969-70 – era stato squalificato per 5 mesi a causa di un’invettiva contro un guardalinee. Se invece la clemenza della corte non minaccerà la panchina di Mister Sarri in campionato (il minimo del rischio è due o tre turni nella sola Coppa Italia), la compromissione della carriera è comunque già avvenuta. A proposito dell’eleganza di Mancini.
- Figura nobile per Mancini. Lasciando in pace Sarri (per un attimo, anche se se l’è cercata lui), Mancini ne esce bene, presentandosi al pubblico – non solo interista, non solo appassionato di calcio, non solo “di sinistra” – come allenatore moderno, gay-friendly, persino esterofilo – ha detto infatti che «in Inghilterra uno come Sarri non vedrebbe neppure il campo di allenamento». Un profilo che al cospetto di Sarri risulta decisamente più appetibile per tutte le società che fanno affari con il calcio e tengono molto all’immagine pubblica (la Roma? La Juve? Il Milan? Il Real? Lo United? Il Chelsea? ll Napoli?) nonché compatibile con le tendenze di un intero continente (sarà Mancio il dopo-Conte in nazionale? O il coach di un’altra nazionale?).
Se poi dovesse accadere quella cosa che i tifosi non vogliono dire mai prima del tempo, se cioè il titolo quest’anno si tingesse di nerazzurro, sarebbe il trionfo del bene sul male, dei buoni sui cattivi, nel calcio come nella vita.
Che si tratti o no di dietrologia, non si è forse riflettuto a sufficienza sul ripresentarsi, pure a seguito di un contorto itinerario dialettico, dell’omofobia sul terreno dello show-business. A sua origine e a suo compimento sta l’omofobia nel discorso pubblico, dal bar sotto casa al palazzo del potere. Perché se è vero che è meritevole di sanzione un grido presuntivamente offensivo come quel “frocio” rifilato a Mancini, non risulta (a torto) altrettanto deprecabile l’uso strumentale dell’argomento (così serio, così complesso e così ingiustamente tirato in ballo con troppa facilità) riguardante l’omofobia e il rapporto di questa con il mondo dei media. Trattasi infatti di un argomento che scalda facilmente gli animi, e che chi è suficcientemente furbo sa rivoltare contro un avversario al momento giusto. In nome di niente e di nessuno, è bene ricordare anche questo: difficile credere che improvvisamente a Mancini stiano a cuore i diritti di chissà chi. Quello che Mancio ha (giustamente) a cuore è la sua carriera, e, al più, la sfida al vertice contro il Napoli in questa stagione, che, a dispetto della classifica, in termini di opinione pubblica favorisce l’Inter. Perché, come il novellino Sarri dovrà imparare presto, non si vince solo sul campo, e non basta essere un uomo di calcio. Perlomeno, non nel calcio.