Quest’anno ricorre il quarantennale dalla prima trasmissione di Radio Alice, che inizia a trasmettere il 9 febbraio 1976 sulla frequenza fm 100.6 MHz. Adesso però siamo in maggio e scrivere qualcosa per l’anniversario della radio libera bolognese vorrebbe dire arrivare in ritardo di oltre un paio di mesi.
Allora parlo del Giro d’Italia, che inizia oggi, così da essere addirittura in anticipo. Potrei occuparmi di calcio, formula 1 o tennis, ma il ciclismo è più adatto: sport povero e di fatica.
Almeno, un tempo si diceva così. Un tempo erano in molti a scrivere del Giro.

Nel maggio del 1947 L’Unità pubblica una serie di articoli a firma Alfonso Gatto. Nel maggio del 1947 l’Italia, ancor prima dell’avvento della televisione, vede tutto bianco e nero. Anzi, rosso e nero. Da una parte i comunisti e dall’altra i democristiani. Sempre e comunque. Anche nello sport, anche nel ciclismo. Bartali per esempio è cattolico, lo ha ammesso pubblicamente. Bartali quindi è un democristiano. Coppi invece non ha aperto bocca, si è astenuto da una pubblica professione di fede. Quindi Coppi, a detta di tutti, è laico. Quindi Coppi, nell’Italia del 1947, è un comunista.
Io non lo sapevo. L’ho scoperto leggendo un articolo di Alfonso Gatto comparso su L’Unità del 1947. Coppi comunista… e Bartali democristiano!
Resta da capire per quale motivo la CIA abbia lasciato vincere Coppi senza muovere un dito, senza organizzare un golpe sportivo, senza manomettere la sua Bianchi o fornire a Bartali una bicicletta a reazione.

«Per mesi e mesi dopo la liberazione nella tipografia rossa stampammo L’Unità.
“Rossa”, abbiamo pensato. Perché questo colore? Chi l’ha trovato era un poeta: rosse son le strade, rossa è la polvere, rossi sono i muri delle case di campagna, rosso è il cielo in cui è teso il traguardo d’una giornata di tappa».
Si tratta del giornalismo sportivo di Alfonso Gatto… semplice giornalismo sportivo.
Anche Pratolini, per Il Nuovo Corriere, scrive articoli che sarebbero giornalismo sportivo.
«Siamo entrati nel Veneto cattolicissimo e Gino può darsi si lasci andare a concedere quegli autografi finora costantemente rifiutati. Ora gli applausi scroscianti, che la macchina de L’Unità si pigliava da sola, dovrà dividerli con la Lancia Artena del ‘Popolo democristiano’. Il circo, con il suo passaggio, consente un censimento inconfutabile delle opinioni politiche degli italiani, molto più valido di quello espresso col referendum e le elezioni, perché spontaneo e senza remore di voto.»
Il popolo del Giro assomiglia al pubblico da tribuna elettorale: da una parte i fedeli di Togliatti, dall’altra quelli di De Gasperi. E, se uno ci pensa, la Lancia Artena al seguito di Bartali sembra fatta apposta per essere una macchina democristiana. Anche i motori, in fondo, fanno parte di quella separazione fra buoni e cattivi, comunisti e democristiani, coppiani e bartaliani, che il dopoguerra ha determinato.
Pratolini poi, convinto tifoso di Bartali, ci prende gusto a servire questa contrapposizione in tutte le salse, lui, costretto a vivere un dissidio permanente: interesse sportivo o fede politica? Lancia Artena o, per dire, Fiat Topolino? La contraddizione si risolve in certi suoi articoli ironici e paradossali i cui protagonisti sono, ad esempio, due frati francescani che arrancano per vedere da vicino il grande Bartali oppure tre delegati del PCI di Foggia, garofani rossi alla mano, che vanno alla disperata ricerca del compagno Coppi per portare gli omaggi della sezione.
Anche Buzzati ha vestito i panni del giornalista sportivo. C’è quel suo pezzo, I derelitti del tempo massimo, in cui parla degli ultimi, degli «sconosciuti sempre al pericoloso limite del tempo massimo», di Luigi Malabrocca. Ultimo al giro del 1946 e ultimo anche al giro del 1947. Ultimo sì, ma non sprovveduto.
Malabrocca è un corridore professionista che ha deciso di arrivare ultimo. Vincere una corsa, da un punto di vista economico, frutta poco o nulla (e lui ne ha vinte 15). Fra l’altro vincere una tappa, con Coppi e Bartali a farsi la guerra, è un’impresa disperata. Allora decide di arrivare ultimo, sempre, in modo scientifico. Ultimo nel 1946 a 4.9´34″ da Gino Bartali. Ultimo nel 1947 a 5.52´20″ da Fausto Coppi.
Arrivare ultimo non è facile, ci vuole abilità, ci vuole tenuta fisica e psicologica, ci vuole estro. Bisogna escogitare strategie, improvvisare cadute o fingere forature, nascondersi nei bar o dietro una siepe a fumare una sigaretta e però poi tornare in sella e affrontare il tappone di montagna e scalare il Pordoi e stare attenti a non superare il tempo massimo. Nel dopoguerra arrivare ultimi vuol dire ricevere un premio in denaro.
Nel 1949 Malabrocca vuole ripetere l’impresa, vuole arrivare ultimo. Ma sulla sua strada trova un altro derelitto del tempo massimo: un muratore vicentino di nome Sante Carollo.

Alla tappa conclusiva del giro Carollo ha accumulato quasi 2 ore di (s)vantaggio su Malabrocca che però, mentre quello pedala tranquillo in mezzo al gruppo, fora, entra in un’osteria, si ferma a bere, poi esce e va a casa di un tifoso ad ammirare la sua attrezzatura da pesca, poi riprende la bici e pedala fino al traguardo con 2 ore e 15 minuti di ritardo su Carollo. Peccato che i cronometristi, che avrebbero dovuto registrare e convalidare l’ennesimo capolavoro di Malabrocca, perdono la pazienza e anziché aspettare se ne vanno a casa. Malabrocca viene classificato con lo stesso distacco del gruppo. Carollo trionfa a 9.57´07″ da Coppi.
Benché Malabrocca debba accettare lavori saltuari, anche all’estero, e Sante Carollo faccia il muratore, nessuno se la sente di farne i paladini di questa o quella fede politica. Per la politica ci vogliono i Bartali e i Coppi. Quelli che pedalano sul serio, che vanno veloce, che sono un bell’esempio per un popolo che deve ricostruire l’Italia da capo a piedi. Via! e, come canta Piero Ciampi, «la domenica tutti sul Pordoi a pedalare. Lavorare pedalare lavorare!»

Quando poi negli anni Settanta – dopo che si è ricostruito lavorato e pedalato – ai figli di quelli che hanno ricostruito lavorato e pedalato viene in mente che forse tutto quel ricostruire lavorare e pedalare richiede un prezzo troppo alto, e che la loro non è una generazione fatta per continuare a costruire lavorare e pedalare, nei Settanta dicevo, la maglia nera non esiste più e Malabrocca nessuno se lo ricorda. A parte lo speaker di una radio libera bolognese che a ogni trasmissione regala il prezioso consiglio: «lavorare con lentezza». Senza però citare Malabrocca, vero ideologo del movimento, primo ineguagliato esponente dei derelitti del tempo massimo.