Quando inizieranno i tempi supplementari, dopo una battaglia nervosa e a tratti irritante, povera di conclusioni a rete, malediremo noi stessi per averla desiderata così tanto, ‘sta partita. Desiderata sì, perché TUTTI avrebbero voluto affrontare l’Inghilterra, tutti nessuno escluso hanno tifato perché fossero i leoni e non i galletti i nostri avversari. Non uno avrebbe preferito l’ennesima, stucchevole battaglia tattica, non uno i continui riferimenti a Zidane e Materazzi, non la faccia corsara di Ribery né i loro tocchetti supponenti. E non si tratta di convenienza, non si tratta di chi, tra loro, sia più forte. Il fatto è che i Leoni hanno qualcosa in più. Gli inglesi ci solleticano quel nostalgico desiderio di calcio antico e conservatore; di 4-4-2 che non vorremmo mai per noi, ma che rispettiamo sempre altrove; di maglie completamente bianche, più bianche delle maglie completamente bianche di adesso. Italia-Inghilterra è partita a parte.
È vero, abbiamo passato inverni e primavere a soccombere, nelle coppe, davanti ai club della Regina, ma abbiamo sopportato, anche, menate infinite sul perché il loro calcio sì e il nostro invece no; i vivai da loro sì e da noi invece no; sul perché, infine, gli stadi da loro sempre pieni e felici mentre da noi solo teste rasate e ”libertàppergliultras!”. È giunta l’ora di incontrarla, ‘sta nazionale inglese.
Loro, gli inglesi, arrivano alla partita in condizioni se possibile più pietose delle nostre: con un cuore gigantesco, ma senza qualità, senza fantasia e senza la possibilità di variare il loro povero gioco. Con un portiere dal nome cinematografico, Joe Hart, in gamba, ma che da qualche partita non blocca più un pallone. Con una difesa coriacea che ha al centro, nella strana coppia Terry-Lescott (che di nome fa Joleon, volevo dirlo) il suo punto di forza e che è la parte migliore della squadra. L’ossatura centrale del campo continua poi con i due mediani, con il discreto Parker a fare da spalla al giocatore più completo al mondo: Steven Gerrard. Una squadra con undici Gerrard, si dice, vincerebbe tutto contro chiunque, sa difendere, attaccare, crossare, tirare, probabilmente anche parare. Davanti a loro, in attacco, Welbeck e Wayne Rooney: uno rapido dai piedi buoni, l’altro un fuoriclasse irascibile e votato al sacrificio. Una squadra con undici Rooney non vincerebbe mai contro quella di Gerrard, ma la inseguirebbe per tutto il campo con la bava alla bocca. Per 90 minuti. Nonostante però i suoi migliori campioni stazionino nell’asse centrale, il gioco dell’Inghilterra è tutto votato alle fasce. Cole, Johnson, Young, Milner, il centometrista Walcott o il pupo Chamberlain avranno il compito di sfiancare i poveri e inesperti terzini italiani; di sfidarli, dribblarli, costringerli a giocare bassi e schiacciati, in continua inferiorità numerica per produrre il maggior numero possibile di cross dal fondo. Non sono dei fenomeni, ma hanno i piedi buoni, crossano teso, tirano e corrono come matti. Noi proveremo per tutta la partita a tenere la palla lontana dalle fasce e loro, ogni volta, la riporteranno lì.

Illustrazione di V. Guttuso
Dall’altra parte, ad aspettarli, due terzini con dieci presenze in due, senza piedi buoni, soli, senza nemmeno un’ala ad aiutarli. Quando inizieranno i supplementari, Balzaretti e Abate saranno stremati. Al centro, invece, Barzagli e Bonucci, bravini di testa ma non quanto servirebbe, dovranno respingere il respingibile e, se possibile, sopportare i continui strali di un Rooney antiestetico, nonostante il recente trapianto di capelli e piacevole alla vista quanto uno Shrek sbiancato.
Loro aspetteranno chiusi dietro, è vero, ma sarà lo stesso un continuo di palloni spioventi in area, dalla destra, soprattutto. Che sia dal fondo o dalla trequarti i cross arriveranno a decine e ai due centrali servirà eccome l’aiuto aereo di De Rossi, così come quello di Thiago Motta che subentrerà dalla panchina. Più avanti, al centro, dove sarà da vincere la nostra battaglia, Gerrard si troverà occhi negli occhi col suo alter ego, per gli amici DDR, l’unico in grado di inseguirlo e scivolargli in faccia tutta la propria reattività. Se gli inglesi saranno troppo impeganti a marcare a uomo Pirlo, massima espressione della classe calcistica in campo, toccherà a Marchisio affondare i colpi e mettere in minoranza, con l’aiuto di Montolivo, il centrocampo di sua maestà. Mentre Balzaretti e Abate proveranno a tenere occupati i loro rispettivi avversari di fascia, i nostri migliori fraseggeranno; sbaglieranno passaggi facili; urleranno in faccia ai lentigginosi che il loro catenaccio è una bestemmia rispetto al nostro. E proveranno a bucarli al centro, col rischio di impantanarsi o sbattere la capoccia contro il petto erculeo della loro difesa. Tuttavia, visto il parco attaccanti che depressioni e infortuni vari ci hanno lasciato, diversamente non si può fare. Cassano si allargherà, Balotelli si allargherà, e chi sarà sopravvissuto ai calcioni degli inglesi dovrà infilarsi nei pochi spazi liberi rimasti. Poi sarà una questione di forma, sia fisica che mentale. Quando inizieranno i supplementari Cassano probabilmente avrà già esaurito la sua riserva e Balotelli sarà stato oggetto di continue, sottili e violente provocazioni da parte dell’unico, vero, certo, razzista in campo. Il fedifrago John Terry.
Finché non verrà il giorno, l’ora, l’attimo in cui il Nostro, ansioso di dare il La a infinite pagine di retorica multi-etnica e a commenti sagaci del Collovati Di Turno; l’ora l’attimo in cui il nostro, dicevo, si ricorderà che solo in un modo, solo in un modo si battono gli inglesi: coi piccoli.
Per questo, memore del suo più grande dono, della capacità cioè di regalare assist al prossimo; dimentico del luogo comune infame secondo cui «i negri non passano mai la palla (e non vogliono giocare in difesa)» e ancora di più totalmente all’oscuro del perché, mesi fa, si mise a tirare freccette, dico freccette, contro adolescenti inermi, Marione (ché “Supermario”, diciamolo, c’ha rotto un po’ il cazzo), Marione indicherà al più piccolo di tutti la strada per prendere d’infilata JeyTi, la fronte alta di Lescott e tutta la catenacciara e perfida Albione.
Quando succederà, se succederà, benediremo ‘sta partita per avercelo ricordato, per averci ricordato come si fa. Per averci ricordato quella gelida sera di Febbraio di quindici anni fa, in cui un’altra volta (non la prima, non l’ultima), sempre davanti a questa maglia bianca più bianca delle altre maglie bianche, il più piccolo di tutti prese per mano una squadra intera, segnò a Walker e tramortì Wembley. In quel d’oltremanica l’avrebbero chiamato The Magic Box, abbagliati da cotanta concentrazione di potere calcistico. Per noi era semplicemente Gianfranco Zola.