Quando abbiamo a che fare con l’uomo più temibile di tutto il Novecento, siamo costretti a rappresentarlo a noi stessi come uno psicopatico, uno che ha sofferto da piccolo e per questo è diventato crudele, spietato, duro: un uomo d’acciaio. La storiografia filoamericana ci ha abituato a figurarci Stalin come un rozzo criminale, incline al maltrattamento della sua famiglia e di riflesso votato alla soppressione fisica di chi si azzardasse a porsi fra lui e i suoi loschi obiettivi – per fare invece un contro-esempio: Il Secolo Breve di Eric Hobsbawm, storico inglese, descrive Hitler come uno psicopatico, ma non Stalin, al quale poi non vengono risparmiate le inevitabili critiche sul piano politico e metodologico.
Lo storico americano Stephen Kotkin, autore di una biografia di più di 1000 pagine, fa il possibile per ridimensionare le leggende che contornano la psicologia del personaggio, lasciando emergere il profilo di un uomo lucido e rigoroso. «Stalin, as Kotkin reveals him, was neither a dull bureaucrat nor an outlaw but a man shaped by rigid adherence to a puritanical doctrin». La violenza di cui il regime sovietico si servì da un certo punto in poi non è certamente un effetto del subconscio deviato di Stalin: non si devono dimenticare le circostanze storiche che hanno determinato il forte irrigidimento della dottrina marxista-leninista.
D’altra parte Stephen Kotkin (e se non lui l’Atlantic) non ha l’obiettivo di consegnare al mondo uno Stalin più comprensibile: in America l’uomo d’acciaio è percepito tutt’ora come un pericoloso sterminatore con pretese di conquista del mondo. Il gioco in cui si ricade è piuttosto sottile, perché ci troviamo a dover credere necessariamente che o Stalin è stato un maniaco spregiudicato, oppure, presentandolo come un tipo così razionale e così metodico, si può più liberamente sostenere che è direttamente il comunismo, nella sua struttura concettuale, a prevedere la dispensazione di miseria, terrore e morte.
Ilustrazione: Simon Prades.