Attualità: Sto diventando mio padre
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Sto diventando mio padre

Da adolescente ho fatto a me stesso una promessa: non diventerò come mio padre. Non che non lo ammirassi, tutt’altro. Forse la sua presenza era fin troppo ingombrante, la sua approvazione fin troppo importante. Ingenuo.

19 Nov
2019
Attualità

Non me ne sono accorto da un giorno all’altro. Non è stata un’epifania, non c’è stato un episodio scatenarne. Semplicemente me ne sono reso conto col passare degli anni, e più il tempo va avanti e più questa sensazione, questo sentore viene confermato: sto diventando mio padre.

Non è una constatazione triste e neanche allegra; in quanto constatazione è semplicemente neutra: sta succedendo e basta, io non posso fare altro che guardarmi dentro e vedere giorno dopo giorno i miei cambiamenti. Sono tante piccole strade, percorsi diversi che portano tutti alla stessa figura. Prima i puntini erano sparsi e confusi, poi ho cominciato ad unirli ed è uscita fuori una figura familiare. Anzi: molto familiare. 

 

Quello che non volevo essere 

Non starò qui a parlare del rapporto tra me e padre. Ci sarebbero molte cose da dire, perché come ogni rapporto padre-figlio che si rispetti anche il mio (meglio, il nostro) è lungo, complicato, stratificato. Tra l’altro ho anche un senso di riservatezza che mi frena dal parlare troppo degli affari miei in maniera esplicita. E sì, anche questo senso di riservatezza è un’eredità inconsapevole di mio padre.

Da adolescente ho fatto a me stesso una promessa: non diventerò come mio padre. Non che non lo ammirassi, tutt’altro. Forse la sua presenza era fin troppo ingombrante, la sua approvazione fin troppo importante. Rifiutavo quella figura perché volevo terribilmente il suo sostegno. Mi dissi che semmai avessi avuto un figlio mi sarei comportato diversamente. Mi dissi che crescendo sarei stato diverso. Ingenuo: non avevo ancora capito che qualsiasi percorso interiore mi avrebbe riportato a lui. 

Papà era tutto quello che non volevo essere, l’istituzione alla quale ribellarsi: l’adolescenza è anarchia, e tutto quello che rappresentava un’opposizione mi risultava stretto e odioso. Crescendo, questo senso di protesta è confluito in altri campi, è diventato più lucido: adesso capisco un po’ meglio (o almeno spero) contro chi o cosa rivolgere rabbia e indignazione. Per fortuna i miei genitori non sono tra questi bersagli. 

La somiglianza con mio padre si estrinseca in vari aspetti, nei quali credo possano ritrovarsi altri come me che vedono il proprio genitore sempre più presente nella loro vita di tutti i giorni, anche se paradossalmente si è allontanato. Oggi non vivo più con mio padre, eppure non l’ho mai sentito così vicino. Forse è questo il loro modo di restare sempre con i figli: diventare parte stessa della loro essenza, nel bene o nel male. 

Come accennato, sto diventando mio padre sotto diversi punti di vista, ognuno dei quali influisce in maniera concreta in questa mia trasformazione inconscia. 

 

L’aspetto 

Da piccoli spesso si viene valutati in base alla somiglianza con uno dei due genitori: è tutto suo padre, non è vero, ha gli occhi della madre, guardalo!, ma no, guarda il profilo, è identico a lui. Ben presto cominciamo a fare i conti con i nostri geni: è una legge di natura e non possiamo scappare. Col passare degli anni poi le somiglianze diventano sempre più evidenti. 

Oggi queste analogie le noto anche io. Non c’è un indizio preciso come ti vogliono far credere gli altri: sono tanti, piccoli e impercettibili gli aspetti che compongono l’insieme. Un po’ gli zigomi, il sorriso, i capelli folti e crespi; un po’ il fisico, un po’ le gambe, più o meno la stessa altezza. 

Come se non bastasse, ci si mette anche la tecnologia: tempo fa ha spopolato Face App, l’ho provata anche io e quando ho visto il “me anziano” di sfuggita ho pensato di vedere proprio lui, mio padre. Avevo gli stessi capelli, la stessa fronte, la stessa faccia, lo stesso sguardo. È stato sorprendente e anche un po’ inquietante. Ho disinstallato l’app: anche se dovessi diventare davvero identico a lui, preferisco scoprirlo a tempo debito. 

Ah, i vestiti! Io e mio padre abbiamo la stessa taglia, e oggi mi ritrovo a indossare le sue giacche, i maglioni, le polo. E poi gli occhiali da sole. C’è una foto in cui io ho tre anni, quattro al massimo, e sono in sella a un asino. Era una festa di paese, io sorrido e mi guardo intorno. Vicino a me c’è mio padre. Mi sorveglia da vicino, mi guarda attraverso un paio di occhiali da sole. Una ventina di anni dopo, mentre insieme a lui metto in ordine la cantina, quello stesso paio di occhiali da sole rispunta fuori. Incuriosito, li provo: sono perfetti. Da quel giorno li indosso sempre. 

E sull’aspetto esteriore incide anche la camminata, il modo di occupare uno spazio quando si è in piedi o quando si è seduti, la maniera in cui si accavallano le gambe e anche quella in cui si ascolta, sempre proiettati in avanti verso l’interlocutore. Perché anche il corpo comunica, e il mio dice sempre le stesse sillabe: papà. 

 

Il rapporto con gli altri 

Io sono mio padre, neanche fossimo in Star Wars; io sono mio padre, e me ne accorgo quando parlo con gli altri, quando coinvolgo in un gruppo una persona nuova, quando prendo confidenza in fretta con una battuta.

Sono mio padre perché scherzo come lui, perché sorrido alle persone come sorride lui. Sono mio padre perché il suo modo di stare al mondo è anche il mio: sempre in mezzo alla gente. Addirittura quando litigo sono come mio padre: 

cerco di restare inizialmente calmo, poi però dopo un po’ è capace che esplodo. Io me lo ricordo bene quando esplodeva mio padre, da piccolo mi faceva un sacco paura. Chissà se faccio paura anche io agli altri.

Io però mi ricordo pure come stava papà in mezzo alla gente, così come ci sta adesso. Non è cambiato mai, nella mia memoria: sempre circondato da tante (tantissime) persone che gli vogliono bene. Io se immagino mio padre per strada lo vedo sorridente, con la mano che si agita per salutare più o meno chiunque al paese. Mi chiedo come faccia a farsi amare così tanto, da così tante persone. Me lo chiedo, e spero davvero di essere come mio padre. 

 

Le scelte 

Io sono mio padre al supermercato, quando metto nel carrello il tonno in offerta: lo prendevo in giro da piccolo, oggi mi rendo conto che era semplice normalità. E lo imito, ovviamente. Però per scelte intendo anche quelle grandi, importanti: quando devo prendere una grossa decisione resto lucido come lui, analizzo al volo i pro e i contro, mi faccio i conti e poi parlo.

Sono anche un po’ fatalista come lo è lui, che però è un fatalista anomalo come lo sono anche io: dipende da me, da quello che faccio, da quello che voglio. C’è soprattutto un insegnamento grande che porto dentro e che applico, perché mi rendo conto di essere fatto così: «è troppo facile fare una cazzata e poi chiedere scusa», mi ha detto una volta. Da quel giorno cerco di non farne più, di cazzate.

E ovviamente le faccio, ma tendo sempre ad assumermi tutte le conseguenze. Con un po’ di sana onestà e con tutto l’orgoglio di cui sono capace (qui c’è anche mia madre) perché oh, alla fine è il mio sbaglio, tocca a me gestirlo. Ecco: visto che non c’è più lui che decide per me, oggi sono mio padre nelle responsabilità che mi assumo. 

 

Il quotidiano 

C’è però anche qualcosa di inspiegabile e intangibile che mi lega a lui, che mi fa essere come lui. Piccoli scorci di papà nei miei atteggiamenti, che forse non sono mai tanto miei. Un esempio di qualcosa che mi è successo di recente: c’era un mio amico che mi aspettava sotto casa, io sono arrivato e l’ho salutato in un modo che era esattamente il modo che avrebbe usato papà per dire quelle cose. Me ne sono reso conto mentre lo facevo, nel momento esatto in cui ho esordito con un semplice «oh», tanto asciutto quanto confidenziale. 

Sono papà quando allargo le braccia e sorrido, sono papà quando saluto una persona. Sono papà quando scherzo, sono papà quando faccio silenzio, un silenzio buono e rispettoso. Sono papà quando non disturbo chi sta parlando o chi sta lavorando, sono papà quando sul treno prendo solo il mio spazio e non vado oltre. Educare è questo: dire a tuo figlio come state tra la gente, come comportarsi tutti i giorni. E io, cascasse il mondo, tutti i giorni mi comporto esattamente come si comporterebbe mio padre. 

Non è stata una mia scelta consapevole, non l’ho deciso io di essere come lui. Lo sono e basta, e sinceramente mi sta bene: oggi non ho più tutta quella voglia di anarchia. Mi va bene così, lo accetto e vado avanti con le mie gambe, che sono anche un po’ le sue. 

Adesso, quando torno a casa dei miei genitori, io e mio padre ci rivolgiamo l’un l’altro con il medesimo atteggiamento. Le solite domande, un paio di battute, poi ognuno per la sua strada. Tanto è la stessa. 

 

Copertina di David Clode.

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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