Storia di Rachel Dolezal, l’attivista americana che si è finta afroamericana per fare carriera (e l’ha fatta)
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Storia di Rachel Dolezal, l’attivista americana che si è finta afroamericana per fare carriera (e l’ha fatta)

Commentando la storia di Rachel Dolezal, Andrew Wallenstein di Variety si è interrogato sul modo in cui questa verrà consegnata ai posteri: quale sarà l’immagine finale dell’attivista americana?

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Commentando la storia di Rachel Dolezal, Andrew Wallenstein di Variety si è interrogato sul modo in cui questa verrà consegnata ai posteri: quale sarà l’immagine finale dell’attivista americana? Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto fare un piccolo passo indietro, andando alla ricerca di una giustificazione plausibile per quando fatto dalla Dolezal, finita sotto i riflettori per aver mentito sulle proprie origini etniche mentre presiedeva il gruppo NAACP, la più importante organizzazione per i diritti civili degli afroamericani, della sua città, Spokane.

Nei giorni successivi allo scoppio della polemica qualcuno si è schierato a favore della donna, sottolineando come questa, nonostante l’enorme bugia di fondo, abbia comunque fatto più di tanti altri. Particolarmente significativo è il tweet della cantante afroamericana Keri Hilson, che dal suo profilo Twitter da quattro milioni di follower ha scritto: «Dobbiamo ringraziare tutti #RachelDolezal. Tolti i problemi d’identità, patologici e familiari, sta facendo molto di più di quanto fatto da ognuno di noi», continuando poi a portare avanti la sua tesi con frasi come «Nessuno di noi conosce i suoi motivi. Solo DIO.» Questioni religiose a parte, ciò che più ci interessa è il primo tweet della Hilson, vero ago della bilancia nella questione sollevata da Variety. Leggendo l’articolo di Mashable, Who is Rachel Dolezal, the local NAACP leader accused of lying about her race? emerge un ritratto assurdo, quello di una donna che avendo iniziato a mentire agli altri è finita per mentire anche a se stessa. Il personaggio costruitosi nel corso del tempo con minuziosa dovizia di particolari non sembra l’opera di un’attivista per i diritti civili, ma quella di uno psicotico serial-killer, di quelli capaci di costruirsi un passato fasullo, fatto di genitori inventati e fratelli che diventano figli nei racconti fatti alla polizia. Perché, al di là del pesante trucco (che la madre di Rachel ha commentato dicendo «She is very good at using her artistic skills to transform herself,») e delle treccine afro, ci sono racconti di denunce per minacce di morte ritenute false dalla polizia locale e le richieste d’aiuto al fratello Ezra, al quale la Dolezal avrebbe detto «Da ora in poi verrò considerata nera, con un padre nero. Non far saltare la mia copertura».

papàfasullo

Il “padre nero” risponde al nome di Albert Wilkerson e sarebbe comparso la prima (ed apparentemente unica) volta sulla pagina Facebook del NAACP di Spokane in un post dello scorso Gennaio che, oltre a ritrarre Wilkerson di fianco alla Dolezal, recitava «Il padre del presidente Dolezal ci ha confermato la sua partecipazione alle cerimonia del taglia del fiocco per i nuovi uffici». Tutto molto bello, se non fosse che l’uomo nella foto non somiglia minimamente a Larry Dolezal, l’uomo che figura come padre nel certificato di nascita di Rachel. La donna, interrogata sui fatti da una tv locale, ha preferito non rispondere alla domanda del giornalista (se non con qualche frase sconnessa) abbandonando l’intervista.

Se per Andrew Wallenstein la vicenda ha i contorni di Gone Girl, in bilico tra commedia e dramma, per il sottoscritto questa sembra più una versione distopica di Una Poltrona per Due. Se nel film di Max Landis Eddie Murphy veniva “travestito” da bianco borghese per infiltrarsi nella city newyorchese e sbancare Wall Street, qui i motivi che hanno mosso la Dolezal a travestirsi (qualcuno ha usato il termine trans-racial, cosa che ha fatto infuriare diverse persone) non sembrano altrettanto semplici da rintracciare. Seguendo quanto emerso dalle diverse testimonianze l’origine di questa ossessione potrebbe essere iniziata durante la sua esperienza universitaria alla Howard University, un college storicamente frequentato da studenti di colore, e che il padre – quello vero ha riassunto con «Ha assorbito così tanto quella cultura che è finita per farne parte». Non è ancora chiaro se Rachel fosse consapevole di quello che stava facendo, della portata della bugia che stava costruendo giorno dopo giorno e del rumore che avrebbe provocato la caduta di quel castello di carte così instabile. Proprio per questo la domanda più importante è il ruolo che questa vicenda assume nei fatti di cronaca degli ultimi mesi, quelli che hanno reso ancora più complicata la situazione della comunità nera americana e che, molto probabilmente, hanno alimentato la rabbia dei detrattori di Rachel Dolezal. Uno di questi è C. Jay Conrod, cantante e songwriter americano, nato, nemmeno a farlo apposta, a Ferguson, teatro dei fatti di cronaca seguiti alla morte di Michael Brown.

In alcuni tweet Conrod solleva quella che sembra essere l’accusa più ficcante tra tutte quelle mosse alla donna, essersi presa solo la parte migliore della cultura afro-americana, evitando quella più dolorosa, appropriandosi di un’identità che non le apparteneva. Nel farlo l’ha però insultata, palesando ancora una volta il pregiudizio che pende sugli afro-americani. Rachel Dolezal non si è solamente “travestita” da nera (nell’accezione più carnevalesca) indossando abiti sgargianti e gonfiando le labbra durante le foto di rito, ma ha anche raccontato storie intrise di stereotipi. Parlando del suo passato la donna ha descritto le difficoltà nel trovare del cibo, le percosse subite dai genitori e le minacce di morte ai danni dei suoi – finti – figli; storie fasulle, inventate dalla Dolezal, ma che testimoniano come per molti la vita degli afro-americani debba essere necessariamente ricondotta alla miseria e alla violenza. Parole che fanno un certo effetto se pronunciate davanti agli scenari d’emergenza degli ultimi giorni, ma che fanno ancora più male se ricondotte agli Stati Uniti.

Non ho idea di come potrebbe essere un film su Rachel Dolezal ma, rispondendo a Andrew Wallenstein, si tratta senza dubbio di una pellicola che non vorrei vedere.

Qualche ora dopo aver finito e consegnato larticolo Rachel Dolezal si è dimessa dalla sua carica di presidente della NAACP di Spokane. Nel farlo la donna non ha chiesto scusa per quanto fatto, riconducendo la sua scelta al clamore sollevato dalla questione, troppo, secondo lei, e che rischia di offuscare limportanza del dibattito sul «movimento per la giustizia sociale e razziale». La sua lettera, pubblica attraverso Facebook, continua con «non smetterò mai di lottare per i diritti umani e farò tutto quello che è in mio potere per farlo perché non sono io in gioco, ma la giustizia»; nonostante le frasi della Dolezal rimane al centro del dibattito la credibilità che questa avrà tanto nellopinione pubblica quanto nella comunità afroamericana.

Francesco Martino
Nato nel 1989 è studente di Giornalismo a Roma Tre. Vive di cultura pop e musica. Collabora con DUDE MAG, Serial Minds e Prismo. Suona la batteria conservando sogni di gloria.
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