STUFF: STUFF 02 — Il ventilatore, lo zampirone, la borsa frigo, Il manuale per il concorso, il bagno chimico, il ventilatore (rotto)
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STUFF 02 — Il ventilatore, lo zampirone, la borsa frigo, Il manuale per il concorso, il bagno chimico, il ventilatore (rotto)

La vita recensita attraverso le cose — Edizione Estate 2020

8 Set
2020

Robbe-Grillet è completamente dalla parte del linguaggio «denotato» (come dice Barthes) e noi siamo completamente dalla parte del linguaggio che circonda le cose, di ciò che sta sotto, di tutto ciò che le nutre, di tutto ciò che instilliamo in loro… L’impressione che proviamo, scrivendo questa rubrica, è quella di trovarci in un terreno straordinariamente melmoso, una specie di pantano, dove sguazziamo.

Il ventilatore
Emanuele Atturo

Nella mia testa l’estate inizia il primo giorno in cui sono costretto ad accendere il ventilatore. Ricordo una stagione particolarmente clemente, ormai diversi anni fa, in cui avevo superato le colonne d’ercole di luglio per tirarlo fuori dallo sgabuzzino. Come i romanzi molto lunghi, i campionati del mondo di calcio e i tagli di capelli, i modelli di ventilatore scandiscono la mia vita.

C’è stato il periodo del ventilatore basso e quadrato. Facevo lettere a La Sapienza, fumavo Muratti e pensavo ancora di poter finire la Recherche di Proust. Mia madre aveva la pretesa di usarlo come un condizionatore: lo poggiava a terra con le ventole puntate verso il soffitto. Non so come credeva che avrebbe rinfrescato l’aria senza il malsano getto diretto su di noi.

Poi è stata la volta del ventilatore a cilindro, dal design morbido e falsamente moderno. Lo ricordo nell’estate di transizione tra la triennale e la magistrale. Mi svegliavo alle 5 per lavorare in un’agenzia che organizzava tour per Roma (Roma Barocca, Roma imperiale, pranzo al ristorante RomAntica all’Esquilino…) e a quell’ora il caldo era meno opprimente e il ventilatore acceso sembrava di troppo.

La sua forma discreta mi ha convinto a ricomprarne uno simile anche a Bologna, quando vivevo in una mansarda minuscola e legnosa come una piccola baita di montagna. All’ultimo piano in un palazzo del centro di Bologna, a luglio, sembra di vivere in un bagno in cui qualcuno si è sempre appena fatto la doccia. La notte la mia ragazza mi pregava di farlo girare ma avrei preferito morire, piuttosto: o ce l’ho puntato sempre contro di me o meglio tenerlo spento. In quei cinque secondi che servono al ventilatore per tornarti incontro mi sembra di non respirare. È un tempo immenso, arso e doloroso. Un amico mi ha confidato di “vivere” per quell’attesa, lo capisco, ma non mi considero tra quelle persone che ama mischiare piacere e dolore.

In estate il ventilatore, per me, è la differenza tra una vita felice e rilassata e una dura e appiccicosa. Negli anni ho sviluppato la mia tecnica ideale: la notte lo posiziono a una media distanza, puntato fisso sulle gambe — dove mi rinfresca senza effetti collaterali — a una velocità di “1”. Un amico mi fece notare il controsenso di utilizzare solo a “1” un oggetto che puoi far funzionare a “3”.

Tornato a Roma, dopo tutta quella fase sperimentale, forse invecchiato, ho deciso di convertirmi alla forma classica del ventilatore, alla ventola circolare che si staglia sopra lo stelo con la gioia di un fiore industriale. L’ho comprato in un negozio cinese a Via Malatesta per 15 euro e quando sono tornato a casa si erano già rotti i gommini delle gambe. Non era in perfetto equilibrio e una volta acceso faceva un rumore metallico e malato che mi ha costretto ad affezionarmi a lui. Nella mia testa era il “Piccolo Timmy” dei ventilatori. A febbraio ho cambiato casa e avevo grandi progetti. Mi sentivo determinato a cancellare le sciatterie e le piccole pigrizie che pesavano sulla mia vita. L’ultima cosa rimasta nella vecchia casa, insieme ai pacchi di pasta scaduti, era il ventilatore. Cosa dovevo fare? Sacrificare tutto lo spazio in macchina per l’ultimo viaggio solo per quel ventilatore storpio?

Era nello sgabuzzino, l’estate era lontana, e per la prima volta mi sembrava di vedere un ventilatore in un tutta la sua assurdità. Un oggetto francamente brutto e indesiderabile. Un aborto ingombrante rispetto al benessere immateriale di un condizionatore. Buttarlo però implicava smontarlo un pezzo dopo l’altro, un’operazione molto più difficile di quanto immaginassi; è impressionante la resistenza di certi oggetti alla loro distruzione. Al termine di un lavoro più frenetico che razionale, il filo si era sfilato dal fusto e penzolava inerte. Ho messo tutto dentro una busta del supermercato e l’ho buttato nella plastica.

A giugno il problema si è presentato prima del solito, e sono andato dal casalinghi economico davanti casa. Ho comprato un ventilatore semplice e brutale. Modello “Eolo”, marca Jordan (“stile italiano”); tutto bianco con dettagli e rifiniture verde antracite. L’ho pagato 18 euro e il venditore del Bangladesh me lo ha presentato come il purosangue della sua scuderia. Entrando in camera è un vero cazzotto in un occhio, ma la sera, prima di mettermi al letto, mi promette una notte di sonno pulita e serena. 

 

Lo zampirone
Leonardo Mazzeo

Tra tutti gli odori che mi ricordano l’estate, quello emanato dallo zampirone è senza dubbio il più rappresentativo: l’aroma pungente, chiaro e deciso che si espande per la casa e sulla veranda mi riporta indietro di una ventina d’anni, al periodo in cui andavo in vacanza al mare con la mia famiglia e accendevamo queste spirali magiche che tenevano lontane le zanzare cattive. L’effetto su di me è rimasto lo stesso: quando oggi lo accendo in casa torno bambino, e mi sento protetto da quel filo di fumo che sale e che tiene lontano chi mi vuol fare del male. Mi dà un senso di protezione, lo zampirone, equiparabile solo ad altre poche cose che per me simboleggiano la casa, la famiglia, lo scudo dietro al quale proteggersi e affrontare il mondo. 

Lo zampirone è un po’ come la zanzariera: in comune hanno la zeta iniziale e quel ritmo onomatopeico particolare (zam-zan) che per me richiama il pericolo, o comunque qualcosa di repentino e imminente. Io però se ho uno zampirone vicino non ho paura: ho ripetuto i gesti antichi dei miei genitori e ho dato il via a questo rituale di famiglia. Ho aperto la scatola e ho estratto la spirale, con cura; ho posizionato lo zampirone sul piccolo sostegno; con un accendino ho generato fuoco e ho dato vita a questo oggetto straordinario che vive veramente solo quando brucia, in un’esistenza breve e lucente. 

Ora vedo la fiamma diventare cenere e il fumo salire. Vedo lo zampirone che piano piano si sgretola: fuma, vive e ride dei guai delle zanzare, che si allontanano per evitare quella nebbia artificiale e quell’odore riconoscibile che mi ricorda tanto le vacanze al mare.

 

La borsa frigo
Silvia Niro

Di qualunque marca e fascia di prezzo essa sia, la borsa frigo ha sempre un che di goffo, instabile, ingombrante e molto poco pratico. La sua forma è quella di una cosa che nasce quadrata e si sforza tantissimo di essere rotonda, e le tinte fluo — di solito per niente affini tra loro, per giunta — creano una combinazione esteticamente discutibile che farebbe inorridire gli esperti mondiali di moda, design e marketing. Nonostante tutto e tutti, però, la borsa frigo resiste, è ovunque e strizza l’occhio agli zaini Invicta, in barba alle mode del momento e alle tendenze che durano mezza stagione. La tentazione di cedere al suo acquisto mette tutti in difficoltà, per quella irresistibile promessa di freschezza e condensa portatile che fa pregustare il primo sorso d’acqua gelata dopo il primo bagno in mare.

Un’altra caratteristica tipica della borsa frigo è il suo essere sempre piuttosto nuova; che fine ha fatto quella dell’anno scorso? E quella di tre anni fa? Nessuno sa dove finiscono le borse frigo del passato, se sono state buttate via o se sono semplicemente nascoste dietro lo scatolone di felpe e maglioni in soffitta. Colpa dei materiali scadenti, delle fascette di tessuto che si scompongono al primo graffio o dell’entropia degli oggetti estivi che non si ritrovano mai quando servono, a nessuno interessa davvero: l’importante è che ce ne sia almeno una da portare in spiaggia e alla quale lasciar occupare la zona migliore sotto l’ombrellone, alla facciaccia di quelli col fototipo 1 e la pelle del Dr. Zoidberg.

Col baricentro inesistente e l’obliquità decadente e allo stesso tempo fiera, tipica di chi alla fine dei conti è riuscito a fregare tutti, la borsa frigo guarda l’umanità con l’aria di chi sa che il suo posto è quello lì e che nessuno potrà mai davvero metterlo in discussione.


Hai voglia di frutta ma non vuoi spendere sei euro per mezza fetta di melone fermentato e tre chicchi d’uva? Puoi trovarla lì, nel contenitore ermetico 5x5cm col coperchio progettato dalla NASA, a una temperatura piacevolmente accettabile. Non hai fame ma ti stai ustionando e cerchi disperatamente la crema protettiva SPF 50+ da spalmare anche dietro i lobi, per non maledirti di notte tra valanghe di gel di aloe vera e fitte di dolore? La trovi sempre lì, pulita e scivolosa, tra il sacchetto azzurro dei panini avvolti nei tovaglioli e il tetrapak umido del succo Tropical del discount; nella borsa frigo, progressivamente più leggera e gradualmente meno necessaria col trascorrere delle ore, soddisfatta del lavoro svolto e cosciente del fatto di non riuscire a essere valorizzata come meriterebbe.

 

Il manuale per il concorso
Matteo Cutrì

Più che le mascherine, i gel disinfettanti, gli ombrelloni e la pratica stuoia a forma di anguria, c’è un oggetto che ha assunto una valenza del tutto particolare in questi mesi, per me come per immagino per molti che fanno il mio mestiere.

È arrivato il primo lunedì dopo ferragosto, con l’ineluttabilità del Prime di Amazon, ed è stato la definitiva pietra tombale di un’estate già abbastanza cimiteriale di suo.

Dopo aver provato i celeberrimi Edises per il sostegno, su consiglio di un’amica che lavora nell’editoria ho scelto il manuale per concorso a cattedra per le discipline letterarie della Maggioli, praticamente un menhir. Qualunque sia la casa editrice, quale che sia l’argomento, la formula del volumetto per il concorso Scuola è la medesima: un monolite rettangolare perfettamente liscio, perfettamente sagomato, al cui interno è vergata, con carattere grigio e parole di fuoco, la Conoscenza. Quella stessa conoscenza che non si travasa agli studenti come fossero imbuti da riempire. Fuor d’infelice metafora, confrontarsi con la smisurata dote di nozioni contenute in questi tomi, specie quelli di materia, significa dare fondo a tutte le proprie risorse. Vuol dire struggersi nel dubbio che tutto questo sapere si poteva forse apprendere nel periodo universitario, invece di indugiare in perniciosi piaceri. Soprattutto, vuol dire addio al mare. Addio ai monti. Alessandro Manzoni riassunto in quattro pagine. Ora sì che mi sento riempito.

 

Il bagno chimico
Federica Sabelli

Nel bagno chimico di via Petroni ricevo spesso profezie. Ovvero, ciò si svolge così, io bevo e fumo in gran quantità, mi reco a una certa ora — le quattro — al bagno chimico che d’estate installano alla fine di via Petroni, e lì l’odore di formaldeide e di candeggina pisciata e quel blu notturno del bagno, un cielo profondo basso sulla mia testa, in qualche modo comunicano al mio corpo delle profezie ovvero cose che non sono accadute ancora ma che in qualche modo, come mi dice il bagno chimico, avverranno. Le quattro di notte per un bagno chimico sono un’ora speciale. L’afflusso di pisciatori è rallentato quasi cessato del tutto e il bagno deve sentire la profonda solitudine di quell’ora immonda dove tutto ancora ha da accadere. Il suo unico incombente affresco blu, blu quasi al neon, e quei raggi sapor violetta, le correnti d’acqua schiumose fino ai piedi, i getti solitari dei ragazzi e delle ragazze, la serratura labile, scomoda… tutto ciò deve comunicare un’esperienza profonda ed enigmatica dell’uomo.

Le prime profezie erano dei tentativi cauti, imbarazzati, di sperimentarmi e sperimentare la mia flessibilità agli eventi. Quasi poche parole sconnesse. Ma io capii subito e lui mi riconobbe, speciale in questa specie, e giocò con me, e azzardò sempre di più, quanto poteva, quanto osava farmi sapere…

Mi disse quali professori del dams sarebbero morti per prima e quali studentesse e studenti, alcuni dei quali miei cari amici, sarebbero andati a vivere alle Canarie, a Berlino, avrebbero fatto i camerieri, gli impiegati, i professori, i postini, i commessi. Sì, ma chi si laurea per primo?

A volte non lo capivo, il bagno, parlava di reincarnazioni di non so chi, di attentati non so dove, di pericoli e morti inaspettate. Non era importante. A me premeva sapere se mi sarei laureato finalmente l’anno prossimo. Taceva. Credo preferisse non parlare di me, fare in modo che restassimo buoni amici e che non gli chiedessi più di quanto non voleva. A volte mi dava ora e luogo di una certa morte di una certa ragazza per cui provava simpatia. Ho l’esame. Devo studiare, non posso, mi dispiace. Era molto deluso da me, immagino. Incriminare Anna Maria Bernini per la questione molestie, avvertire che la onlus Africa Milele vende ragazze, tenere a mente che Mengele stava per rinascere in un ragazzino portoghese. Be’, dicevo, io studio arte e spettacolo. C’è Manu che fa criminologia, ma non esce più con noi, ha scazzato con Nico. Posso provare a chiedere.

Sentivo sempre più l’insoddisfazione, mia e del bagno, e poi fu ottobre e sparì. L’anno successivo installarono un altro bagno, non profetico, ma la serratura funzionava. Ci andai qualche volta, poche in realtà, stavo preparando il penultimo esame.

 

Il ventilatore (rotto)
Giulia Scorsino

È molto banale, ma quel ventilatore. Sì, quello che girava e ora non gira più. In realtà ha smesso di compiere i suoi 120° gradi di rotazione la scorsa estate.

Ho provato ad aggiustarlo, ma forse la situazione era compromessa allora e non avevo gli strumenti adatti allo scopo. Dopo aver montato da sola quel casino che era l’altro ventilatore — quello bianco — mi sentivo fiduciosa. Ci ho messo dell’impegno, la dose di impegno che sentivo di dover mettere. Forse anche un po’ di più… niente da fare. Ma può ancora dirsi un ventilatore: tu senti più freddo perché i tuoi nervi sotto pelle rilevano la temperatura cutanea più bassa, perché lui ti manda l’aria e fa evaporare il sudore e la sensazione di freddo deriva dall’evaporazione del tuo sudore incrementata dal suo flusso d’aria e insomma. Si è giusto rotto il meccanismo, quello che lo fa girare…

Ma è ancora molto bello ed elegante: è nero, a colonna. Ha quattro pulsanti sulla cima: tre gradi di intensità dell’aria — un-duettré — più lo zero, per spegnerlo. Ma qui rimaneva spesso acceso anche la notte; mia madre se lo metteva dal letto, in camera. Poi ci sono i comandi per regolare l’oscillazione… Sotto ha una sorta di piedistallo, una base. E dietro, un incavo che permette di sollevarlo più facilmente e rende il trasporto molto più agile. Ah, e la spina per la corrente naturalmente, sì.

L’involucro che lo riveste è nera, lucida plastica. Molto stiloso, molto carino. Anche se ogni tanto gioca qualche scherzo eh. Proprio ieri per un attimo ho pensato che si fosse rotto, non si accendeva più. Pure lui ha i suoi momenti no e i suoi difetti, perché li ha. Ci si aspetterebbe molto di più da lui, visto il suo design accattivante. Ma in fondo fa proprio ciò che deve e non è giusto pretendere di più. Queste sono le sue possibilità. Scusa, magari non ti interessa neanche.

Però questo fatto che non ruota più ha anche i suoi lati positivi. Ha quasi una funzione aggregante. So che di questi tempi può non essere l’ideale, ma letteralmente mi avvicina ai miei amici. Una specie di lare, fisso immobile in quella stanza.

 

 

Aggiornamento:  Il ventilatore non è più un ventilatore.

Nel senso che non fa più vento. Avrei dovuto cogliere i segnali qualche giorno fa; quando spingevo i tasti non capivo che ormai era finita. Come ho potuto avere fiducia? Quei momenti di indecisione significavano molto di più.

Lo prendo per la testa, lo faccio oscillare. Spingo i tasti. Proprio non volevo arrendermi. Prima 1… 3. Poi 2-3. Poi 0-2. …3-2.

Credevo che quello fosse il modo per farlo funzionare.

0… 3-0-2.

3-0… 203032.

3030321320303030032020203020212020. Rip.

Sei ora il simulacro dei miei giorni di sollievo in quest’estate romana. Alas! E sei sempre bello ed elegante. Questo non te lo toglie nessuno, neanche questo…  Avevamo ancora tanti giorni davanti a noi da passare insieme. Te ne sei andato via troppo presto. Avevo bisogno di te.

Casa è un forno. Da questa finestra non entra un alito di vento. Le mie postazioni preferite non sono certo strategiche e il condizionatore non sembra essere la migliore soluzione per noi qui…

Ah, ma che sciocca! Fortuna che c’è l’altro ventilatore, quello alto e bianco in camera di mia madre. La mia creatura. Posso usarlo perché lei è partita! In questa calda estate in casa ci vuole, un ventilatore. Non chiedo tanto, solo un po’ d’aria.

 

Foto, in ordine di apparizione:

1. Doodshoofd met foudraal, Albert Jansz. Vinckenbrinck, ca. 1650 — Fonte
2. Vouwwaaier met geschulpt blad van katoenen gaas geheel beschilderd als vlinder in rose, zilver en wit, op een houten montuur, Tutin, ca. 1900 – ca. 1920 — Fonte
3. Pluimmug, Robbert Muys, after P.M. Brasser, 1778 — Fonte
4. Gezicht op de bevroren Niagarawatervallen met op de achtergrond gebouwen, anonymous, c. 1880 – c. 1900 — Fonte
5. Badkuipen in de openlucht bij een hotel in Jericho, anonymous, 1906 — Fonte
6. Éventailliste, Monture des Eventails, A.J. Defehrt, after Goussier, 1751 – 1772 — Fonte
7. Stilleven met bijbel, Book of Common Prayer en vergrootglas, anoniem, ca. 1855 – ca. 1870 — Fonte

Dude Mag
Dude Mag
DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
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