STUFF: STUFF 01 — Il cappotto, il tappetino da yoga, il mixer, le scarpe, i pennelli
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

STUFF 01 — Il cappotto, il tappetino da yoga, il mixer, le scarpe, i pennelli

La vita recensita attraverso le cose.

28 Apr
2020

Robbe-Grillet è completamente dalla parte del linguaggio «denotato» (come dice Barthes) e noi siamo completamente dalla parte del linguaggio che circonda le cose, di ciò che sta sotto, di tutto ciò che le nutre, di tutto ciò che instilliamo in loro… L’impressione che proviamo, scrivendo questa rubrica, è quella di trovarci in un terreno straordinariamente melmoso, una specie di pantano, dove sguazziamo.

 

La paura di mettere il cappotto
Daniele Zinni

Illustrazioni e copertina di Maria Marzano.

Due mesi di quarantena potrebbero aver davvero modificato delle abitudini in noi, e potrebbe non essere una cosa negativa. Chiuso in casa da solo ho interrotto ogni attività fisica, ho bevuto troppi alcolici e ho fissato schermi retroilluminati per più tempo di quanto fosse sano. In compenso, il fatto di indossare così poco spesso abiti diversi dal pigiama, e per così poco tempo ogni volta, senza incontrare mai nessuno che conoscessi, ha fatto scivolare via alcune paranoie relative all’abbigliamento dalle quali mi sentivo limitato: per esempio, la paura di mettere il cappotto.

I cappotti esercitano da sempre del fascino su di me, eppure mi è capitato solo in rarissime occasioni, molti anni fa, di portarne uno – un cappotto beige di mio padre. Mi hanno sempre fatto lo stesso effetto che mi farebbe un cilindro: mi sento come se indossassi un travestimento, piuttosto che un vestito. Ho superato remore simili per i giubbini di pelle, e ok, ma il cappotto è veramente troppo. Ti sembro il tipo di persona che porta il cappotto? O anche solo il tipo di persona che porta il cappotto ironicamente?

Per fortuna, adesso provo lo stesso straniamento anche con i pantaloni, le camicie, le scarpe, e in generale tutto ciò che non uso tra le mura di casa. E così, per andare a fare la spesa col caldo primaverile che c’era qui a Torino qualche giorno fa, ho messo un cappotto di mio nonno: lungo, double face, verde militare da un lato e pied de poule dall’altro, con una cinta tipo accappatoio. Una cosa che probabilmente non avrei mai trovato il coraggio di indossare, in condizioni normali, e che rischio di non indossare mai più se non ci faccio rapidamente l’abitudine. Ho un motivo in più per sperare di uscire presto.

 

Breve storia del mio tappetino da yoga
Tiziana Scalabrin

Ho trent’anni e in tutta la mia vita da adulta ho sempre avuto un tappetino da yoga, ma non l’ho mai usato così tanto come da quando è iniziata la quarantena. Quando sono andata a vivere da sola è stato uno dei primi oggetti che c’erano a casa mia, ma negli anni ha passato diverse settimane senza mai essere srotolato. In quarantena l’ho usato ogni giorno. Mi manca giocare a tennis, quindi spesso è un modo per sfogare delle energie, ma altre volte, nelle giornate di malumore, è diventato una coping strategy. Nelle giornate peggiori, in cui non riesco a fare niente, quando mi accorgo che fuori sta diventando buio mi trascino sul tappetino: anche se non mi va, resto un po’ lì col telefono in mano, magari cerco un video su youtube, poi pian piano mi metto seduta meglio, cerco di fare respiri profondi, passa un po’ di tempo, inizio a muovermi un po’. Mi fa sentire meglio, e anche se non è abbastanza meglio da fare poi chissacché, almeno posso andare a dormire sapendo che per mezz’ora mi sono voluta bene.

Il vero tappetino, quello che è venuto a vivere con me sei anni fa, in realtà si è perso quest’esperienza perché è rimasto chiuso nello studio di yoga che frequentavo, e non ho potuto riprenderlo. Ne avevo un altro a casa, di quelli pieghevoli. Già non avevo molto rispetto per lui, per il suo materiale scadente, il suo nessunissimo grip, il suo essere troppo corto, il suo imbarcarsi a canoa a qualsiasi affondo. L’ho usato comunque, finché si è rotto (= materiale scadente). Il tappetino da yoga è una delle questioni più materiali che ci siano, o meglio una delle questioni della vita in cui la materialità è più importante, come le scarpe da ginnastica; e chi non ha mai amato un paio di scarpe da ginnastica non ha cuore e non ha anima. Un brutto tappetino da yoga è semplicemente inaccettabile, troppo fino o troppo spesso, troppo leggero o troppo piccolo, che fa sudare le mani o che si deforma, è una forma di piccolezza morale. Il mercato propone tappetini effettivamente perfetti per lo yoga, realizzati in materiali ecologici, con il giusto grip e il giusto spessore, ma che costano ottanta-centoventi euro, e sono posizionati in cima ai motori di ricerca per essere trovati dalle nuove praticanti che vogliono essere accettate nel gruppo sociale del nuovo studio yoga che hanno iniziato a frequentare. Sotto questa fascia alta l’offerta è molto disorganizzata, ci sono nomi di materiali indecifrabili (“ETA”, “gomma ecologica”, “materiale espanso”?), e dimensioni a cui stare attentissimi. Di qualità, economico, che arrivi velocemente, non di Amazon, e che mi ami davvero. Sei ore per scandagliare il fondo di tutto l’ecommerce del mondo, e poi ne ho comprato uno su ebay a 33 euro, da un negozio di Gorizia. Sopra è di sughero e sotto di TPE azzurro, 180 x 60 cm, 0,4 di spessore, quando è arrivato sono stata felicissima, e adesso riesco quasi a fare la spaccata.

 

Il mixer vintage
Valeria Marzano

C’erano anni in cui avere l’ultimo modello di quel robot da cucina dal nome simpatico era un ‒se non il‒ vero privilegio borghese. Le mamme delle mie compagne di scuola mi dicevano: ah, mamma ce l’ha? Proprio lui? Beata! Ecco perché i dolci le vengono così buoni… Ebbene, mamma più che beata era perennemente a dieta: poiché quell’oggetto tanto agognato quanto demoniaco la tentava e la induceva a preparare dolci deliziosi più volte a settimana, facendola sgarrare dalla tabella di marcia, una volta rotto, decide di non farlo più sistemare. Incartato in garage, mai più usato. Già questa storia basterebbe a divertirci, ma è nient’altro che un antefatto.

Veniamo ai giorni nostri, nei quali imperversa la furia pasticcera nelle case di tutti gli italiani. Seppur sprovvisti di robottino (non sarà lui il protagonista di questa storia) in famiglia non siamo da meno. Torta di mele fissa ogni domenica. Come fare però se ci si volesse concedere una qualche deviazione dalla norma, osando una ricetta meno tradizionale? Come supplire alle funzioni del robottino? Di certo non a mano. Ed è qui che mamma apre la dispensa, tira fuori questa macchinetta meravigliosa, e mi dice con orgoglio: era della mia nonna. Della bisnonna? Com’è possibile che questo aggeggio sia sopravvissuto per così tanto tempo e ancora funzioni? Parliamo almeno degli anni ’50. Per curiosità lo cerco sui mercatini vintage online: made in France, scafo in plastica arancio, ciotola di macinazione in acciaio bianco affumicato, cupola di perspex, compatto, facile da maneggiare, di design, diametro 10 cm, altezza 17 cm. Articolo raro. Un solo problema:

— Mamma, qui dice che è un macinino per il caffè, non so se è una buona idea provare a tritarci i biscotti…

— L’ho usato tante di quelle volte! Questa è roba d’altri tempi, resistente. Fidati.

Di colpo, come un perfetto cattivo presagio che conosce il momento giusto per avverarsi, le lame smettono di girare, un rumore sordo. Odore di plastica bruciata. No, non reggeva i biscotti, era perfetto per macinarci lo zucchero e renderlo a velo, ma con i biscotti dobbiamo avergli chiesto troppo.

— Magari è ora di far riparare il robottino?

— In questi giorni? Come si fa?

Addio piccolo amico, sopravvissuto a tre generazioni, ci sarà sempre un posto per te nel nostro cuore. E nella nostra dispensa.

 

Il ritorno del rimosso
Massimo Castiglioni

Non ho eccessivamente accusato la quarantena: il mio ufficio non prevede lo smart working, per cui, almeno per una buona metà della giornata, tutto procede quasi normalmente. Eppure, per quanto possa mettere il muso fuori di casa più di tanti altri, anche io sfrutto con una certa ansia tutti quei momenti che possano liberarmi dalla micidiale morsa “casa-lavoro”. Una morsa che incide su tanti aspetti, non ultimo l’abbigliamento.

Tornare a casa implica infilarsi subito il pigiama (anche se sono le 17.00), giusto per stare comodi visto che non ci sono birre o cinema o cene fuori in programma. E la domenica, quando l’unica, brevissima via di fuga dalle mura domestiche è diventata la scappata in edicola, mai così frequentata, una parte di me oppone resistenza al vestirmi come sempre (come se una voce, cinica e un po’ nichilista, mi facesse notare: a che serve?). I jeans diventano scomodi, i maglioni anche, le polo non vanno nemmeno considerate, chiaramente il pigiama non si può tenere (anche per non cedere all’abbrutimento definitivo) e allora l’unica strada percorribile porta dritta alla tuta e alla felpa. Stranamente, anche le scarpe sembrano seguire questa logica misteriosa, e la scelta obbligata viene fuori direttamente dal fondo di uno scatolone nascosto sotto il letto, nella forma di scarpe da skateboard, del genere che indossavo ai tempi del liceo e dei primi anni universitari, normalmente sotto jeans un paio di taglie più grandi del dovuto e maglietta anch’essa larga (cosa che mi dava il pieno diritto di essere registrato tra quelli che, all’epoca, qui a Roma, si chiamavano “zecche”).

Sono praticamente nuove, sebbene le abbia comprate nel lontano 2011 (a New York, in un negozio non troppo lontano dal Madison Square Garden) in un momento in cui la stagione di quel mio vestiario adolescenziale andava esaurendosi a favore di nuove scelte. Mai le ho indossate con questa frequenza, mai la loro presenza è stata così fissa sul pavimento della mia stanza. E so che non posso mettere altro nel mio tempo libero fuori di casa, so che non è contemplata altra possibilità. La quarantena, o la semi-quarantena, sembra quindi obbligarmi a una specie di ritorno del rimosso, che forse solo quando sarà ripristinata la “normalità” (le virgolette sono necessarie) tornerà definitivamente al suo posto, nel buio profondo dello scatolone sotto il letto.

 

Pennelli
Matilde Pietromarchi

Mia madre è un’illustratrice (anche scrittrice) di libri per bambini. Durante tutta l’infanzia, tra feste di compleanno e dover intrattenere il tempo delle giornate estive, ci faceva fare degli ateliers in cui dovevamo creare il nostro libro oppure semplicemente sfogare la nostra implacabile energia da 6enni su un foglio bianco, con l’uso di pittura e pennello, sentendoci dei veri pittori. 

Anche fuori dal contesto degli ateliers, disegnare faceva ormai parte di me; quando mi arrabbiavo sparivo per un po’ e tornavo da mia madre con un foglio accuratamente scarabocchiato, che ritraeva la mia rabbia.

Col passare degli anni quest’attività restava presente in un modo o nell’altro, con l’aggiunta di consigli più tecnici e tentativi di approfondire la nostra cognizione di causa. Aumentava anche la consapevolezza della diversità dei pennelli. A manico lungo, manico corto, tondi, piatti, di setola, di martora, sintetici, per la pittura a olio, per la gouache, per l’acquarello. Ovviamente col divieto mortale assoluto di toccarli.

Continuando a vedere che questo tipo di creazione mi serviva per materializzare come mi sentivo, e se non lo esteriorizzavo ero intrattabile, decisero anche per il loro proprio bene di regalarmi un set di acquarelli e pennelli.

Finalmente i miei pennelli. 

Finalmente avevo i miei strumenti, le mie bacchette magiche con cui potevo far correre i colori su una tela, senza dover chiedere niente a nessuno, seguire i miei impulsi senza dover uscire dalla mia stanza, senza dover disperdere l’energia dell’ispirazione e potendo raccogliere anche le più lievi sensazioni, sentendomi ancora una vera pittrice. Sapevo che bisognava lavarli subito e non lasciarli dentro l’acqua, se no si deformavano. Adoravo quel tubino di plastica per fargli mantenere la loro forma, anche se era impossibile rimetterlo senza far piegare qualche peletto.

Non ne ho fatto l’occupazione principale della mia vita; ho dei pennelli Tintoretto serie n.943, sintetici AMBRA a punta tonda e a manico corto verniciato azzurro, con ghiera in ottone nichelato. Sono lì nel mio cassetto, sempre pronti a salvarmi da una crisi esistenziale. Soprattutto durante la quarantena sono stati degli ottimi amici. 

 

Illustrazioni di Maria Marzano.

Dude Mag
Dude Mag
DUDE è un manuale di sopravvivenza per gentiluomini e gentildonne, dal momento che ne sono rimasti pochi e vanno salvaguardati. Nel periglio della rete, Dude è l’atlante per orientarsi tra il guazzabuglio della produzione culturale telematica e le piccole zone d’ombra, alla ricerca di preziose gemme, conversazioni, galanterie che troppo spesso si nascondono ai margini delle strade più battute. Dude lavora a una cartografia esclusiva — facendosi lente d’ingrandimento sul dettaglio perduto — racconta i massimi sistemi in formato leggero.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude