Di Secondo Matteo – Follia e coraggio per cambiare il Paese, manifesto del segretario leghista in carica, si è parlato soprattutto grazie alle copie del volume fatte a pezzi in una libreria di Bologna da alcuni attivisti di un centro sociale. Non sono un fan di Salvini e non ho mai votato Lega in vita mia, ma a differenza degli intransigenti antagonisti emiliani resto della vecchia idea che leggere libri sia comunque più istruttivo che distruggerli. E così io Secondo Matteo l’ho letto.
Sia chiaro: è una lettura che riserva poche sorprese. Il Salvini scrittore – coadiuvato dai giornalisti Matteo Pandini e Rodolfo Sala, rispettivamente in forze a Libero e Repubblica – somiglia molto al Salvini personaggio mediatico: quindi euroscettico, antislamico, simpatizzante di autonomie e localismi, sostenitore di Putin e Marine Le Pen e paladino del diritto all’autodifesa armata. Forse può stupire che dedichi relativamente poco spazio al tema dell’immigrazione per dilungarsi sul discorso economico, che riprende le teorie di Alberto Bagnai e Alvin Rabushka; quindi uscita controllata dalla moneta unica e flat tax come panacea di tutti i mali.
Ma come spesso capita in politica, Secondo Matteo è interessante non tanto per quello che dice, quanto per quello che non dice.
1 — Salvini & Milano
Salvini è milanese e ci tiene a farlo sapere. Nel terzo capitolo, che racconta l’infanzia e la prima adolescenza del futuro leader leghista, la parola “Milano” ricorre undici volte su dodici pagine. Nel quinto capitolo, dedicato alle scuole superiori e all’inizio della militanza, si sale a diciannove su diciotto pagine. Prendendo in considerazione l’intero volume la frequenza si riduce, ma non di molto: il capoluogo lombardo – a volte evocato indirettamente, ad esempio tramite la passione di Salvini per il Milan – assurge quasi al rango di coprotagonista.
Può sembrare una banalità per chi si appoggia all’equazione Lega Nord = Lombardia = Milano, intuitiva quanto ingannevole. In realtà, escludendo l’exploit di Formentini sindaco negli anni Novanta, Milano non è mai stata una città particolarmente League friendly. Non è un’opinione mia, parlano i numeri: ormai saranno vent’anni che nella cerchia meneghina la Lega porta a casa percentuali pari alla metà della media regionale. Del resto ci sarà un perché se nessuno tra i personaggi di spicco della vecchia Lega è milanese: Bossi e Maroni sono varesotti, Calderoli arriva da Bergamo, Borghezio da Torino.
Ecco perché Salvini ci tiene a rimarcare la propria milanesità. È la dichiarazione d’intenti di una nuova Lega, che aspira a evolversi dalla condizione di partito di provincia – è il caso di ricordare che nel 2013 Roberto Maroni fu eletto soprattutto grazie al voto dei paesi e delle campagne, mentre Ambrosoli era avanti in quasi tutti i grossi centri – e a sedurre anche gli elettori delle città. A partire dalla capitale del Nord.
2 — Salvini & Bossi
Tra Salvini e Bossi non è mai corso buon sangue. Fin dal primo capitolo di Secondo Matteo il rapporto tra il giovane Salvini e Umberto Bossi è tratteggiato in chiaroscuro. Se da un lato c’è l’inevitabile omaggio al padre fondatore leghista, dall’altro scopriamo che la frase rivolta più spesso dal maestro all’allievo – a volte urlata al telefono nel cuore della notte – era «Non capisci un cazzo». Ma in fondo questo dice poco, è solo l’ennesimo tassello nel mosaico dell’irruente e pittoresca personalità bossiana.
Molto più significativo è leggere che, capitolo dieci, una candidatura di Salvini alle politiche del 2001 saltò all’ultimo minuto per ordine del Senatùr. E che, capitolo undici, quando nel 2008 Salvini riuscì a farsi eleggere alla Camera i vertici del partito gli negarono la nomina a capogruppo, per poi convincerlo ad andarsene al Parlamento Europeo dopo un solo anno, con l’insistenza sospetta di chi vuole sbarazzarsi di un elemento sgradito. Non manca qualche stoccatina alla cerchia dei fedelissimi di Bossi, in particolare alla moglie Manuela, rea di aver provato a «[…] tramandare il potere per via dinastica».
«Umberto Bossi è stato il mio mentore. E nessuno riuscirà a farmi parlar male di lui» precisa Salvini fin dalle prime pagine, in una sorta di excusatio non petita. Non dubito che l’allievo nutra davvero riconoscenza nei confronti del maestro, ma l’impressione è che il ricambio generazionale all’interno della Lega sia stato meno indolore e consensuale di come ce l’hanno raccontato.
3 — Salvini & Renzi
Salvini ammira Matteo Renzi, anche se non lo dice. Nel capitolo quattordici c’è un passaggio nel quale il leader leghista si paragona all’attuale Presidente del Consiglio sul piano dello stile: felpe e jeans da una parte, giacca e cravatta dall’altra. In quelle poche righe è racchiuso quello che in pubblicità si definirebbe il posizionamento del prodotto Salvini: l’uomo della strada, vicino al sentire e alle esigenze del popolo, contro gli interessi delle lobby e delle banche, incarnate dal loro lacchè locale.
Tuttavia, benché nei confronti del Rottamatore fiorentino esprima solo critiche e accuse – mentre, ad esempio, per un avversario come Giuliano Pisapia si spinge a spendere parole d’affetto – tra le righe di Secondo Matteo, Salvini tributa a Renzi il massimo segno di stima concepibile: un tentativo di emulazione. È noto, infatti, che il successo di Matteo Renzi è dovuto alla capacità di allargare la sua base di consenso anche al di fuori dell’elettorato di riferimento del Centrosinistra; in breve, di piacere alla maggioranza degli italiani. Allo stesso modo, il vero fil rouge di Secondo Matteo è il tentativo di Salvini di apparire meno destrorso e più bipartisan, postideologico, ecumenicamente renziano possibile.
Certo, di se stesso non può che dire «non sono mai stato un compagno». Però apre il libro con una citazione di Gramsci; ricorda, capitolo sette, di aver militato nei Comunisti del Nord, una corrente giovanile della Lega avente come simbolo un Che Guevara su campo verde; arruola tra i profeti del federalismo, capitolo sei, anche il comunista Guido Fanti e il meridionalista Gaetano Salvemini; e dedica tutto il secondo capitolo al suo amore per Fabrizio De André. Poi, per non farsi mancare nulla, svela di possedere ancora un vecchio Nokia, ma anche un moderno tablet, e di essere uno sfegatato tifoso milanista, ma anche di essere nato il 9 marzo. Come l’Inter.
Del resto il titolo del libro è già programmatico. Secondo Matteo, oltre che un complemento di limitazione e un richiamo evangelico, è un’ammissione di subalternità. Presuppone l’esistenza di un primo Matteo, più bravo nel gioco della politica, quindi più popolare.
Per ora.