Certe cose stanno antipatiche senza un vero motivo. Nell’immaginario collettivo il secchione sta antipatico, fondamentalmente perché con il suo essere bravo sminuisce chi lo è un po’ meno, alza il livello della classe costringendo gli altri a fare di più e, cosa fondamentale, sta inevitabilmente dalla parte sbagliata, quella del professore. Tuttavia, a pensarci un po’ meglio, il secchione non è altro che un individuo che svolge il suo dovere in modo pedissequo, e l’antipatia che stimola potrebbe essere solo dettata da una sorta di invidia mascherata da sprezzante superiorità. Negli ultimi anni, accanto ai classici dell’odio gratuito, abbiamo aggiunto una nuova figura, tanto bersagliata quanto il secchione, forse superata in disprezzo solo dal controllore dell’autobus: il vegetariano, o ancora meglio, il vegano. Solo che, a differenza dello stereotipo sul secchione che si prende le botte alla ricreazione e torna in classe con gli occhiali storti, il vegetariano/vegano impugna un’ascia di seitan ed è pronto a morire per la sua causa.
Si sono ormai nettamente definite due fazioni, entrambe piuttosto violente nel manifestare la loro fede. Il senso di antipatia generato dal popolo veg è talmente acuto che la lotta al vegetarianismo è diventato un argomento di conversazione tanto quanto il vegetarianismo stesso. Essendo stata vegetariana dai 14 ai 23 anni, ed avendo di recente ripreso a mangiare carne sporadicamente, mi sono interrogata spesso sul perché di questo odio, visto che mi sono trovata io stessa a provare un senso di antipatia per la mia “fazione” in più occasioni, oltre che ad essere oggetto di odio altrui. Lo spunto per una risposta, ancora non del tutto chiara, l’ho trovato in una trasmissione di La7, Fuori Onda, in una puntata in cui si discuteva appunto della battaglia tra carnivori ed erbivori. A difendere la fazione erbivori c’era Giulia Innocenzi, vegetariana da tre anni, molto ben documentata e pronta a fare leva sul lato umano degli ospiti, perché l’allevamento intensivo è una barbarie e così via. Il rivale agguerrito della Innocenzi nella trasmissione non era tanto Philip D’Averio, con la sua pacatezza pittoresca e i suoi elogi al foie gras, né il cuoco Gianfranco Vissani, acceso e irritato dai foglietti della giornalista ma piuttosto inconcludente. È stato Camillo Langone il vero cavaliere della macelleria, molto abile nel fare visibilmente innervosire la preparatissima Innocenzi.
Nel momento in cui mi sono trovata a “tifare” per un giornalista de Il Foglio che sostiene le donne dovrebbero leggere di meno e procreare di più, ho preso atto di quel sentire comune che spinge le persone a sventolare salami come vessilli di libertà. Non è tanto per l’aver ripreso la Innocenzi sull’uso del verbo “realizzare” col significato di “rendersi conto”, colpo basso, ma è piuttosto per aver messo la giornalista in quella scomoda posizione di secchiona antipatica che Langone e tutti gli altri ospiti della trasmissione risultano vincenti nel dibattito onnivori vs vegetariani. L’onnivoro che si batte per la sua libertà alimentare, che rivendica la natura dell’uomo in quanto essere che ha sempre mangiato altri esseri, che sottolinea l’importanza storica delle tradizioni culinarie regionali italiane, fatte di salami e prosciutti, risulta inevitabilmente più efficacemente cinico di una maestrina in cattedra con appunti e dati sullo spreco alimentare odierno e sulla crudeltà dell’allevamento intensivo. È inutile chiedersi il perché, ma la prospettiva del godersi la vita vince contro quella del godersi la vita in modalità eticamente corretta, come è normale che ad un livello puramente istintivo una fetta di mortadella attragga più proseliti di una fetta bianchiccia e gommosa di tofu. Ora, come già specificato, chi scrive è una vegetariana che per tanti anni è stata convinta della sua decisione e lo è in parte pure ad oggi, eppure non riesco a trattenermi dal pensare che il modo in cui la maggior parte dei vegetariani/vegani trattino la loro scelta di vita sia il modo più semplice e diretto per rendere se stessi e la propria causa antipatici.
Prima di tutto, la stragrande maggioranza dei vegetariani/vegani sente l’impellente necessità di dichiararsi appartenente a questa categoria in svariate occasioni, specialmente sui social che pullulano di foto veg-friendly con hashtag #goveg e cose del genere. È un po’ come se il soggetto veg avesse bisogno di una prova materiale del proprio sacrificio, e qui arriviamo al secondo elemento generatore di fastidio nel mondo salame-friendly: non mangiare carne, sottrarsi alla grigliata di pasquetta o alla lasagna della nonna domenicale, è inteso in parte come un sacrificio al quale il vegetariano/vegano è disposto a sottoporsi in favore della sua causa, mentre tu, carnivoro, no. Questo sottintende una tacita superiorità di spirito, che nulla ha da invidiare a certe pratiche religiose. Di conseguenza, solitamente, l’onnivoro medio si sente messo in una posizione di svantaggio rispetto alla forza d’animo manifestata dal vegetariano/vegano (il secondo con uno sforzo ulteriormente determinante del suo sacrificio) e subentra così la difensiva. La domanda scacco matto di solito è «e se per sopravvivere ti dicono che devi mangiare la carne che fai, non la mangi?», come a testare la tenacia del vegetariano/vegano. Così l’antipatia cresce, non solo perché il vegetariano/vegano ha fatto sfoggio della sua “bistecca” di seitan su Instagram, ma anche perché a quel cenone di Natale ha offeso tutti rifiutando la pasta al forno della nonna, innescando il senso di colpa onnivoro con un ghigno soddisfatto che sussurra un «io ci riesco a far vincere la mente sul corpo, e tu?». La dimostrazione di questa filosofia del sacrificio largamente diffusa nel mondo veg sta nel tipico rituale di riconoscimento tra vegetariani/vegani: la prima domanda che si pone con sguardo stupito e inquisitorio quando si apprende di essere accanto ad un proprio simile è «ah, sei vegetariano/vegano, e da quanto?», come a sottolineare l’importanza che ha la durata della tua impresa, a mo’ di alcolisti anonimi. Non manca ovviamente la malcelata stizza di chi non mangia carne da meno tempo di te. Ultimo e sicuramente più fastidioso atteggiamento vegetariano/vegano, oltre a quello del tipico guastafeste che rovina le cene perché non mangia niente, è quello legato alla sfera ideologica. È molto bello avere rispetto per le vite degli esseri viventi che popolano il nostro mondo, è molto bello essere sensibili alle sofferenze dei maiali tanto quanto si è sensibili a quelle umane, ma non è scontato che la pensino tutti così. Se il vegetariano/vegano medio accettasse il fatto che non è così ovvio che questa sensibilità sia così diffusa in tutto il genere umano e soprattutto se accettasse il fatto che non avere questa sensibilità non implichi per forza che l’interlocutore onnivoro sia un mostro, probabilmente la convivenza tra i due mondi sarebbe leggermente più pacifica e l’antipatia che esiste tra questi potrebbe non essere una barriera così alta.
Se Cruciani sventola salami in nome della libertà, dall’altro lato un vegano che si vanta del prefisso “nazi” aggiunto al nome della sua squadra non risulta di certo più attraente di un individuo che usa prodotti di salumeria come armi bianche. L’espressione supponente e la pessima cera del nazivegano intervistato a Le Iene (lasciando stare un giudizio sulla qualità di queste “interviste doppie”) qualche tempo fa possono mai generare simpatia in un pubblico non vegetariano/vegano? O non fanno altro che aumentare la distanza tra chi mangia carne e chi non la mangia? Che il vegetarismo e il veganesimo siano delle mode del momento non c’è dubbio, ma non c’è motivo di osteggiare una moda che può solo far bene alla salute, all’ambiente e alla vita di un maiale, che ci tocchi o meno. Dunque, perché rendere tutto così antipatico e poco appetibile con estremismi da tifoseria, con violenza e con acida supponenza? È molto banale da dire, ma non si potrebbe semplicemente accettare che per alcuni è più importante una fiorentina di una coscienza serena? Senza contare che si può scegliere di non mangiare carne o cibo di derivazione animale per molti altri motivi, senza per forza dover scendere nella questione etica.
La lotta tra buoni che si godono una vita proteica a trecentosessanta gradi e mantengono la tradizioni vive contro i cattivi che spendono miliardi in tofu e rovinano eventi conviviali con le loro pretese è piuttosto noiosa. Così come la lotta tra buoni che non uccidono nemmeno le zanzare e non si macchiano di orrendi crimini e cattivi assassini che versano sangue innocente mangiando bistecche. La questione etica è complessa, quella ecologica pure, quella nutrizionale, quella delle tradizioni, quella della salute e tutte le altre anche. È possibile cominciare una sensibilizzazione del mondo onnivoro rispetto a tali questioni, ed eventualmente spingere anche i non vegetariani/vegani a valutare alcune opzioni tipo la riduzione del consumo di carne, senza rendere tutto così antipatico e fastidiosamente presuntuoso? Io penso che già anche solo evitare di indossare i panni del secchione potrebbe essere un buon inizio.