Un presidente metallaro: l’ascesa di Joko Widodo in Indonesia
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Un presidente metallaro: l’ascesa di Joko Widodo in Indonesia

L’Indonesia è un paese musulmano tra i più estesi del Sud-est asiatico, che da qualche tempo ha intrapreso un cammino verso una democrazia a suffragio universale. L’ultimo e più significativo passo è stato compiuto con la recente elezione di Joko Widodo, che ha assunto ufficialmente le sue funzioni lo scorso 20 ottobre a Giacarta. La […]

L’Indonesia è un paese musulmano tra i più estesi del Sud-est asiatico, che da qualche tempo ha intrapreso un cammino verso una democrazia a suffragio universale. L’ultimo e più significativo passo è stato compiuto con la recente elezione di Joko Widodo, che ha assunto ufficialmente le sue funzioni lo scorso 20 ottobre a Giacarta. La scelta elettorale si presentava alquanto drammatica, poiché l’altro candidato era un vecchio militare, il generale Prabowo Subianto, la cui elezione avrebbe segnato una chiara continuità con un passato recente piuttosto pesante. Fino al 1998 l’Indonesia è stata governata da un regime militare che è durato trent’anni. Il dominio del generale Suharto fu seguito da un periodo di instabilità, durante il quale si susseguirono ben tre presidenti prima dell’elezione nel 2004 di Susilo Bambang Yudhoyono, vecchio generale che aveva prestato servizio sotto Suharto.

Le riforme realizzate sotto la precedente presidenza di Yudhoyono non sono state in grado di far fronte ai bisogni essenziali del paese: metà della popolazione indonesiana vive in condizione di estrema povertà, e il prosperare dei grandi centri urbani non ha fatto altro che aumentare a dismisura le disuguaglianze sociali. Il governo di Yudhono – specialmente nel suo secondo mandato – seppur autore di un’iniziale svolta positiva, atta a demilitarizzare il regime indonesiano (ha soppresso i seggi riservati ai militari nell’aula parlamentare), sarà ricordato principalmente per gli innumerevoli scandali di corruzione che hanno afflitto il suo partito. Un problema quello della corruzione, che a tutti gli effetti contraddistingue da sempre il paese, e che difficilmente potrà essere estirpato in breve tempo.

L’elezione di Jokowi – così è affettuosamente chiamato il nuovo presidente – introduce per la prima volta nel palazzo presidenziale una figura giovane che non proviene dalla casta militare, bensì da un ambiente popolare, che gli ha permesso di salire al potere per la competenza, la popolarità, e la sensibilità verso il servizio pubblico.

Segnali di novità e di freschezza che provengono non solo dalle suddette origini popolari del nuovo presidente, ma soprattutto dai temi sui quali si è basata la sua campagna elettorale: lotta alla corruzione, miglioramento dell’istruzione e del sistema sanitario pubblico, semplificazione dell’apparato burocratico. La chiara volontà di rompere con il passato e modernizzare il paese, ha conquistato le nuove generazioni di indonesiani, ma ha attirato anche l’attenzione di importanti multinazionali estere, pronte ad aumentare i loro investimenti nel paese.

Un altro aspetto che ha reso Joko Widowo molto popolare, è la sua particolare passione per la musica.  È un fan dichiarato, e quasi sfacciato, dell’heavy metal e si è proclamato amante di band quali Megadeth, Metallica, Lamb of God, e anche di un gruppo assai più estremo come i Napalm Death. Una passione privata i cui aspetti politici sono ben evidenti in un paese caratterizzato da estremismo politico e religioso. Infatti, il pop, il rock e in particolare l’heavy metal e il punk, in molti Paesi islamici del Sud Est asiatico sono stati messi sotto accusa e minacciati dai movimenti di fanatici religiosi. A tal proposito, nel dicembre 2011 fece scalpore la notizia dell’arresto di decine di ragazzi durante un concerto punk a Banda Aceh, i quali furono costretti a radersi i capelli, fare il bagno in un lago, cambiare vestiti, e pregare.

Musica a parte, le sfide che attendono Jokowi, sono ben più notevoli, essendo questo un paese di 250 milioni di abitanti, frazionato in 17.500 isole disseminate su uno spazio di circa 5.000 km. Le attese sono enormi per il giovane Presidente, che ha vinto le elezioni grazie al suo grande appeal, ma che non ha un’esperienza di Governo nazionale. La sua coalizione politica possiede soltanto il 38% dei seggi nel Parlamento e la ricerca di compromessi sarà difficile, ma necessaria per governare efficacemente. Jokowi dovrà prendere molte decisioni per ridurre la povertà, ricostruire le infrastrutture e garantire la sicurezza minacciata da gruppi fondamentalisti islamici. Il carisma e la popolarità del nuovo Presidente costituiscono senza dubbio un’ottima base di partenza per riformare il paese; ma come ben si sa, entrambe possono essere rapidamente scalfite e annullate una volta alle prese con l’arduo compito di mettere in pratica i buoni propositi.

Federico Sabeone
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