L’arte di essere, osservare e pensare dandisticamente è un coded chatter tra i meno esplorati, ed ecco perché a proposito della parola ‘dandy’ vige un pervertimento ideologico e semantico. La sua declinazione popolare oscilla tra le pose accessibili del professionismo lussuoso, del borghese viveur con manie aristocratiche, e quelle più ‘high’ del vanesio riccastro in esposizione permanente della sua collezione di cravatte, papillons e giacche. E si capisce subito che tutte queste immagini mondane rassicuranti non hanno nulla in comune col pericoloso dandy. Infatti poche cose al mondo sono oscure e indisponenti come il dandy: si parla di colui che afferma un esprit fatto di dirittura, verticalità, eleganza, singolarità, in questo mondo che invece promuove l’inchino, lo svacco, l’uniformità, l’avanzare strisciando[1].
L’assoluta regola del dandismo è quella brummelliana, l’invisibilità. Esserci senza apparire è imperativo etico ed estetico del discepolo più solerte del Bello. Eleganza morale e rifiuto della norma collettive sono ciò che rende dandy un dandy, quindi il fenomeno da esposizione o da baraccone è escluso, si respira solo rigore estetico eletto a religione quotidiana. Da Balthasar Kłossowski de Rola fino a Onfray e Arbasino, da Wilde a Brummell e Baudelaire, da Alcibiade passando per Catilina e de Montesquiou, da Kraus a Beardsley, da Montaigne a d’Aureyville fino a Descrières, l’elenco dei protagonisti è corposo, ma tracciabile. L’io dandistico splende poco e vive di tramonto, è prossimo allo zero. Oggetto del desiderio di civette ambiziose e malconce cocottes, feticcio di fanciulle bovariste, il dandy deve difendersi e occultarsi in un mondo di vetrine e chiacchiere che lo disgusta ma in cui inscenare la sua presenza per distruggerlo. A dispetto delle numerose definizioni che lo riguardano, è un’immagine chiara e impermeabile ad adattamenti strumentali. Tra quanti ne osservano il culto chi non sogna di esserne l’ esemplare riuscito o, c’est mieux que rien, un parente lontano?

Forse non basterà il tocco scapricciatiello, né suggerire modaiola omossessualità, né servirà spargere e spandere qualche eccentricità per mezzo di mésalliance carnevalesche. Per tacere del setoso foulard o del ghirigoro nella torsione della mano, che non aiuterà a trasformare il chicchessia in amato dandy. Dandy si nasce e non si diventa, è il dandismo a prescegliere chi lo rappresenterà: egli vive appartato, incontrando pochi solidali, diffonde innocente desiderio di non piacere, emana bellezza occultando la maniera, esercita scompiglio o buonumore con grazia felina. Disposto all’apocalisse schivandone gli affanni, il dandy omette il necessario per secretarlo perfino a se stesso ma non è del tutto esplicita neppure a lui la strada che lo conduce a questo passo sicuro. La sua migliore compagnia è la solitudine. Ama circondarsi di se stesso, dei libri e di quelle facezie incombenti che per lui sono tesori. Il dandy vive per la differenza senza strategia e non si ammorba di jet set o consorzi da brindisi: non cerca lussi codificati, non aspira ad aggregarsi a una classe sociale di rango elevato (tensione che considera volgare), di cui disprezza smancerie, inclinazioni e accondiscendenze. Oltre le ambiguità e le difficoltà, sistematizzare il dandismo si deve, a dispetto dei sostenitori della dispersione dei suoi significati e dell’inattingibilità della sua quintessenza. Si fan gran vanto, questi, che del dandy non può dirsi che una parola smarrita, un accredito o un corredo di aggettivi in contraddizione tra loro, ma invece l’identikit è netto: il dandy è appropriato, perfettamente aromonioso al contesto senza affettazione o schema.

“Un Lion de Paris” (1842), J.J. Grandville
La ribellione che lo contraddistingue non somiglia a un’arbitraria interpretazione del bel gusto, ma ad attinenza maniacale a norme non scritte e segrete che regolano il suo vestire, il parlare e il pensare. I servili faccendieri al soldo di chi sta più in alto di loro, i “divini mondani” — come li chiamava Ottieri — i social climbers, un pò cacciatori d’oro e un pò i cortigiani, gli scalatori da cocktail e i megalomani e i paraventi da vernissage sono gli zimbelli preferiti del dandy. Poi c’è la declinazione contemporanea del dandismo, avvizzita e orientata alle baggianaste glamour dell’outfit, ed è il dandismo dei poveri (caricatura del dandy): occhiali con montature esasperate o geometrizzanti, cappelli sbilenchi o da ballerino di tip tap, satinate giacche ottanio a doppio petto, fasciacollo in velluto altezza fossetta del giugulo, enormi revers a lancia, pantaloni con risvoltino, smoking sotto il metro e ottanta, fossetta al nodo della cravatta, cravattoni regimental, smargiasse pochette a sbalzo, doppio spacco in bella vista, nodo Windsor purchessia, scarpe senza calzini, blazer slim di velluto o spencer da sera di raso corti. La parodia prevede anche la corsa ai bibelots un pò sudici dell’alta borghesia: equitazioni, aragoste, club del tennis e del golf, aperitivi al circolo del bridge, ostriche & champagne, attici alberati.

Individualismo libertario e dispotismo intellettuale sono la profilassi dandistica a tutta questa corsa allo splendore, e nel ristretto universo degli apoti ci sono anche i dandy, perennemente esiliati dall’opinione pubblica e privata e in costruzione della loro nicchia inospitale: non saranno odiati perchè la verità che vanno cercando è lo splendore del Bello e del Vero? Tuttavia non sono loro quei maestri d’artifici e trucchetti che alcuni dicono, visto che nel dandy ogni cosa è sapienza naturale e i risultati miglioriin lui sono l’epifenomeno di una sostanza occultata da una scorza di contemptus mundi, se,come afferma Camus nei Discorsi di Svezia (1957) , “il romanticismo sfida innanzi tutto la legge morale e divina, la sua immagine più originale non è allora quella del rivoluzionario, ma del dandy”. Questa sfida dandy alle convenzioni pratiche ha qualcosa di mistico che somiglia all’anacoresi. Tutto si fa per sfuggire al groviglio d’umanità, a quella sine nomine plebs assassina e ammorbante, l’occhio della folla è peggio di un getto di fango, il suo alito è pestifero[2].
[1] M. Onfray, Politica del ribelle. Trattato di resistenza e insubordinazione, Fazi editore, 2008.
[2] G. Dannunzio, Le vergini delle rocce, Mondandori, 2002.
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Gautier, Racconti fantastici; Passigli, 1983.
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Scaraffia, Dizionario del dandy; Laterza, 1981.
Scaraffia, Gli ultimi dandies; Sellerio, 2002.
VV., La decadenza; Sellerio, 2002.
Chesterfield (Lord), Lettere al figlio; Adelphi, 2001.
J.K. Huysmans, Controcorrente; Newton Compton, 1998.
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Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto, BUR, 1990.
Nadar, Quando ero fotografo; Abscondita, 2004.
Pater, Mario l’epicureo; Rizzoli, 2001.
Pater, Ritratti immaginari; Adelphi, 1994.
Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica; Sansoni, 2003.
Scaraffia, La donna fatale e Il bel tenebroso (2 vol.); Sellerio, 1999.
Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo); Mondadori, 2003.
B. Yeats, Rosa alchemica e altri racconti; edizioni SE, 1998.
