Attualità: Come usare le proprie insicurezze per trovare lavoro
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Come usare le proprie insicurezze per trovare lavoro

  Mi hanno sempre detto che nel curriculum dovevo mettere i miei punti di forza, io ho sempre seguito il consiglio. Ora che ci ripenso, ho sempre fatto una cazzata. Per essere più preciso, la cazzata è stata mettere solo le cose che sentivo di saper fare: la prossima volta che compilerò un CV, invece, […]

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Mi hanno sempre detto che nel curriculum dovevo mettere i miei punti di forza, io ho sempre seguito il consiglio. Ora che ci ripenso, ho sempre fatto una cazzata. Per essere più preciso, la cazzata è stata mettere solo le cose che sentivo di saper fare: la prossima volta che compilerò un CV, invece, aggiungerò a “Esperienze rilevanti” e “Istruzione” una bella sezione “INSICUREZZE”. Non perché abbia intenzione di trasformare il CV in un confessionale, o cercare un amico in un potenziale datore di lavoro; anzi, se possibile vorrei essere più paraculo di prima. Il fatto è che sentirsi cronicamente inadeguati, in alcuni casi, può davvero costituire un vantaggio.

Passiamo molto tempo a pensare al curriculum, pochissimo a ragionarci sopra. Dico “pensare” nel senso di “angosciarci come animali in una gabbia”. Compilare il curriculum è un’esperienza sgradevole per chiunque abbia un minimo di buon gusto e non ami vantarsi dei propri risultati. Il più delle volte, per giunta, non hai diretto il team che ha salvato dei minatori intrappolati sottoterra: hai fatto fotocopie per tre mesi e ti tocca presentarlo come un grande momento di formazione professionale. L’imbarazzo è tanto, il disgusto così pressante, che in genere finisci per dipingere il ritratto di un manichino in formato europass. Dovrebbe essere il tuo biglietto da visita ma è così triste – frasi fatte, espressioni incomprensibili – che ha piuttosto l’effetto della foto sulla tua lapide.

Ma allora perché includere una sezione sulle insicurezze? Perché aggiungere umiliazione all’umiliazione? Beh, innanzitutto perché sputtanarsi in modo diretto – ammettere una debolezza – è meno doloroso che sputtanare la propria dignità facendo finta di essere qualcosa che non si è. In fondo, le insicurezze individuano esattamente le lacune che (nella situazione giusta) si è disposti a colmare; non raccontano cosa sai fare, ma cosa potresti essere motivato a imparare. Potrebbero avere senso soprattutto per chi cerca occupazione in un campo dove non ha esperienza, come è il caso per molti under 30. E i selezionatori capirebbero perché il candidato è convinto di poter svolgere un lavoro che non ha mai fatto.

Sull’utilità del sentirsi inadeguati posso fare un esempio personale – cioè, ne potrei fare mille, farò quello che mi sembra più lampante. Qualche anno fa sono andato a vivere in Australia; appena arrivato, l’inglese lo masticavo abbastanza ma non ero in grado di dire qualunque cosa mi passasse per la testa. La differenza l’ha fatta una mia vecchia paranoia, la stessa che da bambino mi aveva spinto a imparare l’italiano con più impegno della media: il terrore di non essere compreso. Nei tre anni e mezzo che ho passato in Australia, senza esserne sempre consapevole preparavo continuamente le frasi che mi aspettavo di dover pronunciare: me le rigiravo in testa, le correggevo, andavo a cercare le parole che mi mancavano, limavo la pronuncia per eliminare l’accento italiano.

A forza di esercitarmi così, mi sono ritrovato a parlare e scrivere in un inglese migliore di altri stranieri che vivevano lì da più tempo di me. Potrei compiacermi pensando che avevano meno cose da dire di quante ne avessi io, o che il mio cervello sia “più portato” per le lingue, ma credo che in massima parte sia questione di allenamento. La spinta ad allenarsi, in questo caso, non erano i soldi né la soddisfazione personale: semplicemente volevo evitare i pensieri autolesionistici che mi prendevano quando non riuscivo a dire quel che volevo dire o, peggio, facevo uno strafalcione.

(Una volta, quando di inglese conoscevo solo i rudimenti, una ragazza americana mi ha chiesto “Che musica ascolti?”, io volevo rispondere “Vado a periodi”: le ho risposto “I have periods”. Ancora mi sveglio di notte per le fitte di vergogna).

Aver imparato l’inglese a modino mi ha garantito delle opportunità lavorative che altrimenti non avrei avuto. Se andassi a vivere in Germania so che mi comporterei allo stesso modo: la lingua tedesca non mi interessa particolarmente, in sé, ma andrei troppo in ansia se non avessi il massimo controllo possibile sulle cose che dico. Molti di noi hanno dei vuoti che devono riempire quotidianamente, per sentirsi all’altezza del resto del mondo: nel farlo, acquistano delle abilità. È qualcosa che i selezionatori nelle aziende dovrebbero sapere, potrebbe tornargli utile. E a noialtri, speditori provetti di curriculum, potrebbe tornare utile avere un lavoro.

 

In copertina: Daniele Zinni ritratto da Ilya Repin (1884).

Daniele Zinni
Daniele Zinni
È redattore e traduttore dall’inglese per DUDE MAG. Suoi racconti e scritti vari sono usciti o usciranno a breve su Nuova Tèchne (Quodlibet), Crampi Sportivi, FUOCOfuochino, 404 File not Found, Lapisvedese e Nuovi Argomenti.
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