Come Aristotele sapeva bene, l’efficacia delle strategie retoriche durante un’orazione dipende in larga misura dalla capacità dell’oratore di costruirsi un ethos adeguato. Puoi essere molto coinvolgente nel pronunciare il tuo discorso, oppure puoi sostenere cose molto giuste e molto ben argomentate, ma ci sarà sempre qualcosa nel tuo essere che potrebbe compromettere la credibilità di quello che dici, al di là del come lo dici. Quindi una cosa cui bisognerebbe fare sempre molta attenzione, prima di esporre le proprie opinioni all’assemblea riunita nella pubblica piazza, è costruirsi il giusto personaggio, manipolare quell’immagine che le persone, inevitabilmente, si fanno di noi, così da rimanere impressi nelle loro menti come più ci conviene. Ovviamente, più si è capaci di manovrare le attese del pubblico e di giocare con il senso comune della collettività nel costruire il proprio discorso specifico e più l’operazione potrà dirsi riuscita. Oggi la cultura pop è quel posto in cui Internet e i social permettono una macchinazione assolutamente perfetta di questa strategia. Di fatto è quello che facciamo noi comuni mortali con le nostre bachece di Facebook, o lo stesso che fa Gasparri dal suo account Twitter o Nicki Minaj col suo culone.
Esistono poi, in questo palcoscenico che è il mondo, dei personaggi che hanno il potere di catalizzare l’attenzione del pubblico facendo letteralmente esplodere il senso comune di una comunità. Quei personaggi di cui tutti parlano, nel bene e nel male, e su cui tutti sentono di dover esprimere un giudizio, cosa che, di fatto, li rende vere e proprie icone pop. Può capitare per motivi diversi, ad esempio quando i tratti con cui il personaggio decide di vendersi al mondo entrano in contraddizione con quello che la comunità presuppone che egli sia, con il giudizio che questa formula sull’essere del personaggio, a partire dalle proprie credenze e i propri stereotipi. Sono esseri per certi versi mitici, perché in grado di incarnare degli opposti; come tali suscitano sentimenti contraddittori, finendo per svelare la falsa coscienza della collettività e rimanendone spesso vittime. Personaggi ‘frontiera’, perché parlano al presente della società di un futuro ormai prossimo o di una diversità che questa, però, non è ancora pronta ad accettare.
Ecco, leggendo i commenti sotto i post di Valentina Nappi nel suo blog di MicroMega ho avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa del genere. Ho pensato «Valentina Nappi tira fuori il peggio degli italiani, anche quelli che si credono migliori leggendo Micromega» e subito dopo mi sono ricordata di aver formulato lo stesso pensiero questa estate, durante i mondiali, quando l’Italia degli Uomini di Veri si è ribellata contro quel ragazzino immaturo e presuntuoso di Mario Balotelli.
Entrambi molto giovani, entrambi esuberanti quasi sopra le righe, entrambi provocatori, presuntuosetti e vagamente antipatici. Tutti e due con le carte in regola per diventare stelle, nell’Italia del do it better e del pallone, nel proprio rispettivo settore: il porno e il calcio. Peccato che una abbia deciso di intraprendere una personale battaglia socio-politica e culturale sulla liberazione dei costumi sessuali a colpi di film per adulti, e che l’altro sia nero. Entrambi, insomma, sembrano marchiati a vita da questo loro essere in un certo modo – l’una una pornostar, l’altro un italiano colored –, che diventa il metro di giudizio delle loro azioni, la trappola in cui finiscono ogni qual volta al pubblico sembri che, diciamo così, cachino fuori dal vasetto.
Per certi versi, è come se il fatto di essere in quel modo lì prescriva loro un rigido codice di comportamento, come se per loro si sia stabilito uno spazio d’azione ben preciso, il cui confine è ferreo ma valicabile, a patto di farlo nel migliore dei modi in assoluto, di farlo meglio degli altri. A Mario si concede la possibilità di essere italiano chiedendogli una continua dimostrazione del proprio talento, che non permette sgarri – nonostante la narrazione che gli si fa intorno non indugi mai ad attribuirgli i tratti del “negro”. A Valentina Nappi si concede di esprimere le proprie idee filosofico-politico-antropologiche su Micromega, a patto che questa si dimostri una pensatrice integerrima, in grado di argomentare opinioni “giuste”, addirittura “vere”. Come è facile immaginare, nessuno dei due riesce nell’impresa di soddisfare gli standard che gli si applicano (d’altronde, le opinioni vere non esistono, mentre invece esistono i talenti sportivi non espressi) e questo fallire le aspettative viene continuamente ricondotto al loro essere così. L’una una pornostar e l’altro un ‘negro’ presuntuosoe indomabile. Così, come la mia bacheca di Facebook traboccava di insulti razzisti dopo il mondiale disastroso dell’Italia di Balotelli, così traboccano di insulti sessisti e moralisti i commenti al blog della Nappi su Micromega.
Lasciando da parte il primo, che ha già ricevuto sufficienti approfondimenti e trattazioni, concentriamoci sulla seconda, ultimamente protagonista di un ormai proverbiale scontro dialettico con il “giovane filosofo” Diego Fusaro e oggetto delle “impietose analisi” di alcune redazioni web.

Qual è il peccato originale che si attribuisce a Valentina? Non certo, o non soltanto, quello di scopare con gusto davanti alle telecamere, ma quello di pretendere che questo possa entrarci qualcosa con la nostra cultura, con la nostra idea di società, e di non limitarsi a pensarlo e a raccontarlo alla sua cerchia di amici scopatori, ma di aver trovato le parole e il modo di dirlo in pubblico, da uno dei pulpiti della pretesa “cultura di sinistra”. Le critiche che le si rivolgono sembrano dire tutte: «ti piace scopare? Bene, allora fai quello», sia che provenga dai commenti più o meno colti al suo blog, sia che provenga da chi fa analisi dei fenomeni pop.

Valentina, nei suoi post, usa una prosa complicata e ricca di paroloni tecnici della filosfia, uno stile che si può facilmente definire farraginoso, pretenzioso, che usa la supercazzola come figura retorica prediletta. Discetta di marxismo, fascismo e anticapitalismo, prende la sfera della sessualità come banco di prova di quelle che lei legge come perversioni della società tutta; parla di religione, cultura, di femminismo, violenza sulle donne, ecc.. Argomenta delle opinioni piuttosto articolate, a volte interessanti, a volte meno, a volte le riesce bene, a volte meno. A volte spara delle franche cazzate. Ma tutto questo, nei commenti, svanisce o, peggio, viene preso come pretesto per criticarne sempre e comunque la natura di pompinara.
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Ora, avete mai letto dei testi di critica – letteraria, di danza, teatro, arte contemporanea? Avete mai letto un programma di sala? Avete mai letto saggi di filosofia? Dei testi di semiotica? Avete mai letto Hjelmslev o Greimas? Quante volte avete preparato un esame maledicendo ogni virgola di quei lunghissimi periodi ipotattici scritti dall’illustre tal dei tali? E quante volte siete stati in disaccordo con quelle tesi che dovevate comunque imparare a rispettare per poi poterle criticare? Il meccanismo che vi fa mandare giù anche la scrittura più indigeribile è quello che più o meno ci giunge dal Medioevo: l’auctoritas. Queste persone si sono guadagnate un alone di rispetto e credibilità che ce le fa etichettare come “cultura”, in un calderone in cui molto spesso finiscono anche delle sonore cagate. Basta accendere la tv e ne rimarrete sommersi.

A Valentina si applica un principio di autorità al contrario: anche se a nessuno è mai passato per la testa di sfanculare Wittgenstein, nonostante lassù tra i monti dell’Austria studiasse il linguaggio dei bambini forse un po’ troppo da vicino, se fai la pornostar è già scritto che il tuo ragionamento sarà fallace. Prendere molti cazzi offusca la mente e ti rende un narratore inattendibile.

Quello che sostiene, come aveva già sospettato il primo dei suoi commentatori su Micromega, difficilmente potrà essere preso sul serio, semplicemente perché scritto con quelle stesse mani che masturbano peni dietro lo schermo. E questo, oltre ad essere vagemente sessista e classista, cavalca le più classiche delle opposizioni – corpo/mente, piacere/dovere, sesso/morale, madonna/puttana, sacro/profano –, in un certo senso confermando quello che la Nappi denuncia: ci troviamo in una società ipersessualizzata ma contemporaneamente sessuofobica, in cui la repressione politica e sociale passa necessariamente da quella individuale dei corpi. Non importa, ad esempio, che Diego Fusaro parli di Marx e di rivoluzione auspicando il ritorno a un ordine di tipo vandeano, in un modo che qualcuno potrebbe considerare contraddittorio e obsoleto: lui è un giovane filosofo “che pubblica”, e il fatto che sembri un prete mancato doppiamente represso ne conferma l’autorevolezza a priori. Ma questo non è lo spazio per le mie, di opinioni, tanto più che nessuno mi conosce e non può stabilire il mio livello di credibilità.

Se in altri fori della rete prevalgono i commenti dichiaratemente razzisti, sessisti e cripto-fascisti tipo questi:

su Micromega il registro preferito è quello che più si addice all'”egemonia culturale di sinistra”: ossia il paternalismo e il moralismo ipocrita. Come il «non sono razzista, ma…» riservato a Balotelli, ai rom, ai rumeni o agli africani, alla Nappi si riserva il «non sono sessista, ma…» o il «viva il sesso, però…» e nel frattempo si impartiscono lezioni a Valentina la “sciocchina”, cui si ripete di «studiare di più», anche se ci sono cose che lei non capisce e che non potrà capire mai. Se c’è tra voi che leggete qualcuno che gioca ai cavalli e scrive romanzi, qualcuno abbonato in curva che nella vita progetta edifici, qualcuno che fa incontri di pugilato dopo aver prodotto una tesi di laurea sul Kierkegaard, nessuno verrà a dirvi che esistono cose che non capite e che non potrete capire mai. Però con il sesso, evidentemente, è diverso.

Il paternalismo e il moralismo è anche quello che traspare dalle parole di Quit the Doner su Linkiesta, che si prefigge di svelare il bluff “Valentina Nappi”, l’operazione di marketing che gioca con gli stereotipi di genere finendo per confermarne i più beceri. La prima accusa che le viene rivolta è di rappresentare l’«espressione più avanzata del maschilismo italiano». La Nappi userebbe (senza limitarsi ad esserlo) l’archetipo della ‘zoccola’ per costruire un discorso in cui ergersi a eccezionale divinità sessuale, contro le “donne comuni” cui rivolge continuamente l’invito di “darla”, ribadendo che la sessualità femminile sia pari a quella maschile, ma che le donne stentino ad ammetterlo. Questo è di sicuro un punto controverso, su cui esiste un dibattito articolato e approfondito, portato avanti sorattutto in rete da molti e interessantissimi blog, su gender, femminismi, pensiero della differenza, ecc. Se ne potrebbe parlare per ore, anzi giorni: perlomeno possiamo dire che la Nappi “finta intellettuale” è la controversa punta di un iceberg che, anche grazie a Micromega, ha fatto irruzione nel discorso più o meno mainstream, nei circuiti riconosiuti come autorevoli. Portare alla luce e allargare un dibattito sommerso e spinoso, come questo non rientra in alcuna definzione di cultura?
Come diceva il mio professore di storia del liceo «il nemico del mio nemico è mio amico, in verità», così l’argomentazione della critica finisce per usare gli stessi strumenti dell’oggetto criticato. Per dimostrarsi evoluti si usa un registro disinvolto dal retrogusto cinico-ironico-sessista, così da condurre l’accusa di maschilismo a colpi di maschilismo del tipo citato sopra «non sono maschilista, ma…». Si prende distanza dal paradigma di pensiero, decostruendolo, per legittimare l’uso di quelle stesse formule che vi derivano, ma da una posizione retorica pretesa diversa. Però spesso il risultato non cambia e trasuda giudizi e offese. Ad esempio:
«Questo genere di ragazze di solito ci prendono parecchio gusto e nel luna park di uomini che scoprono di avere a disposizione, al tutto sommato modico prezzo della propria disponibilità e della disapprovazione di Massimo Boldi, ottengono botte di autostima che si mischiano all’antica verità che, anche se non è il caso di farlo sapere a una certa categoria di femministe, scopare piace anche alle donne.»
O anche:
«Capiamoci: lungi da me l’idea di colpevolizzare una donna che vuole fare del suo corpo una consapevole casa-accoglienza per cazzi di ogni risma e specie purché di suo gradimento (anche io so dire cazzo come la Nappi, ehi questo fa di me un ribelle!). Si tratta pur sempre di quello che un tempo avremmo chiamato “un servizio sociale fondamentale” ma se anche vogliamo ridefinirla come “scelta avanguardista di una femminista sui generis” va benissimo.»
E:
«Diventare degli intellettuali di riferimento a colpi di rapporti sessuali in video riesce ovviamente solo se siete una donna, ed è questo uno degli aspetti del maschilismo intrinseco in tutta la vicenda Nappi.»
Quindi a Valentina è concesso questo privilegio perché è una donna, a riprova vergognosa che il sessimo in Italia esiste. È certo che, se non vivessimo in un orizzonte culturale come il nostro, la Nappi sulle pagine di Micromega non farebbe così discutere, probabilmente non ci comparirebbe proprio. Usare come argomento di critica l’intento radicale e provocatorio di un’operazione simile è tautologico. È come dire «eh, certo, fa scandalo perché è ritenuto scandaloso». Ma è anche vero che il sessismo italiano confluisce in una più generale sessuofobia tutta cattolica. Se esistesse un fantomatico Valentino Nappi, qualcuno gli darebbe del maschilista, mentre qualcun altro lo osannerebbe come si faceva col Berlusconi delle escort. L’altra faccia della stessa medaglia, solo con le specifiche del caso. Nell’Italia del 2014, in cui l’altroieri il Papa ha ricordato ai medici cattolici che l’aborto e l’eutanasia sono peccato (metti che se lo fossero scordato) e nessuno osa mettere veramente in discussione il modello di donna-mamma-operatrice di cura, il fatto di essere una ragazza di 24 anni che fa la pornostar, mettendoci nome e cognome, con una sua coscienza di qualche tipo, per me ti rende un punto di vista interessante da ascoltare.
La seconda accusa è quella di sfruttare tutto questo come operazione di marketing. In accordo con i boriosi commenti al blog, la Nappi si finge intellettuale per costruirsi un personaggio che venda e faccia vendere Micromega e, come abbiamo visto, può farlo proprio perché è una donna. Dicevo in apertura che la costruzione del proprio personaggio mediatico mi sembri essere la chiave di volta della cultura in cui ci troviamo a vivere, lo spirito dei nostri tempi da cui non sfugge nessuno. La logica della strategia comunicativa è la nostra logica e gridare allo scandalo mi sembra un po’ pretestuoso. Se non esistesse l’hype noi di che cavolo vivremmo? Tanto più che l’operazione di marketing ‘Valentina Nappi’ non la si costruisce sulla pelle di nessun altro malcapitato se non su quella della Nappi stessa. Ma se fai un mestiere come quello devi, per qualche motivo, dimostrare un’onestà intellettuale superiore, anche lì dove gli altri metterebbero una bella gallery a caccia di visualizzazioni.

Infine, la critica di “offesa alla cultura”, perché – di nuovo – è evidente che Valentina non capisca nulla di quel che scrive (come potrebbe d’altronde), e infatti lo scrive in supercazzolese. Un vizio di forma che inficia tutti i contenuti e la stessa possibilità di esprimerli, stabilito da un qualcuno che sente la necessità di pronunciare una “parola di sicurezza” sulla vicenda e che si erge a garante di cosa sia o meno la “cultura”. Il rischio di paternalismo e moralismo ipocrita, quindi, non colpisce solo i lettori di Micromega, detentori dell'”egemonia culturale di sinistra” ma anche gli individui più insospettabili, quelli che scrivono bene e che fino a ieri credevi la pensassero come te. Se possiamo permetterci di guardare con taglio culturale Kim Kardashian, non si capisce perché una che fa i porno non abbia, di principio, il diritto di parlare di “tecnocrazia”.
La conclusione di tutto questo è semplice. Che la Valentina sia un personaggio contraddittorio e pieno di coni d’ombra può anche starci, così come può starci che giochi con il clichè della provocatrice a tutti i costi, e non sarebbe certo l’unica. Che le si possano fare degli appunti alle sue argomentazioni, mi sembra più che legittimo. Quello che non si capisce è perché le si muova un coro di critiche che finisce per assestarsi su una sorta di canzone mononota, a tutti gli effetti sanremiana nell’accezione peggiore. Come recita uno dei commenti al suo blog: e se fosse stato un vecchio professore di matematica (o una professoressa, aggiungerei io) a scrivere quelle baggianate su fascismo e grande capitale, sarebbe stato accusato in quanto tale?
Uno è un caso, due una coincidenza, tre una prova: hai visto mai che, più che lo scientismo, sia questa condizione della sessualità masturbatoria e infantile, che la Nappi conduce fino all’estremo «come unica condizione veramente accettabile», a risultare ai più un po’ indigeribile?
Non importa che ne esistano infiniti di finti intellettuali, se sei uno di quelli che pratica gang-bang in pubblico è bene smascherarti immediatamente, perché sei più infimo degli altri. Non importa se tutte le riviste, i siti, i blog, le aziende, le associazioni culturali, i centri sociali, i negozi di cibo per animali rispondono alle logiche di marketing: tu, se ti fai pubblicità, Valentina, sei intellettualmente disonesta. E soprattutto, se qualcuno ha scelto di offrirti uno spazio per spiattellare le tue opinioni – del tutto arbitrarie e autoreferenziali come lo sono tutte le opinioni – , basta! Perché a noi «non ce ne frega un cazzo» del tuo «usare la vagina, lo scopare, i pompini, lo squirting e del dare del represso sessuale a chiunque metta in questione il suo narcisismo come mezzo di scandalo fine a se stesso». Va detto in modo oggettivo, fermo e francamente incriticabile che la vera lotta al sessismo si fa solo sui salari, tutto il resto è «una cosa incredibilmente noiosa.».