Venezia, linea nord
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Venezia, linea nord

Ho passato qui la maggior parte degli ultimi due anni e stanotte andrò via.

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Ora me ne vado all’approdo di San Zaccaria e prendo la Linea Nord, il traghetto che fa il giro della parte settentrionale della Laguna. Così potrò osservare Venezia da lontano, e tentare di vederne, per l’ultima volta, l’interezza del profilo.

Ho passato qui la maggior parte degli ultimi due anni e stanotte andrò via.

Abbandonare Venezia è come negarsi sogni estatici. Avete presente? Nei periodi della vita in cui si è catturati dall’angoscia, la nostra mente ci apparecchia il sonno con sogni particolarmente piacevoli — la fuga da una catastrofe, per esempio, oppure la conquista di un amore — e così ci dà riposo. Venezia fa lo stesso. Sto male? Attendo la sera, esco e cammino per la città. Non c’è nessuno, in giro: mi avvolgo nella tenebra, perdo l’orientamento e vago per i suoi deserti. Quando sarò tornato a casa, avrò un sonno senza incubi.

Quando si lascia Venezia, non solo ci si nega questo farmaco per i mali metafisici. Può succedere di molto peggio.

Qualche giorno fa, il padrone della casa in cui abito, nel sestiere Castello, mi ha detto:

«È pericoloso andare via da qui così di fretta, come stai facendo tu».

«Perché?»

«Mio padre, per esempio, non metteva mai piede sulla terraferma. Una volta l’hanno chiamato da Roma per lavorare e ha deciso di trasferirsi là per un po’. Così, su due piedi. Beh, l’anima se l’è tenuta Venezia. Sul treno ha chiuso gli occhi, ha piegato la testa verso lo sterno e se n’è andato. Non ci ha fatto caso nessuno, sembrava dormire. A Termini il capotreno gli ha chiesto di alzarsi e lui non si è mosso.»

Negli ultimi giorni mi sono spaccato la testa, alla ricerca di un escamotage che mi evitasse questo pericolo mortale. Chessò: una formula, un rito esoterico. Mentre lo facevo, camminavo per le calli del centro, un’impresa dolorosa e quasi insopportabile: i palazzi parevano mostrarmi, sulle loro facciate, una ferocia indefettibile. Evidentemente somministrano una tortura allucinatoria a chi mostra la volontà di levarsi di torno.

Ovviamente ho fallito, e una soluzione non l’ho trovata. Così, per distrarmi, ho deciso di andarmi a fare un ultimo giro sulla laguna.

 

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Via Garibaldi e la Salute sullo sfondo. Nella foto in apertura: l’Arsenale di Venezia, visto dall’isola di San Pietro di Castello

 

Esco da casa e prendo via Garibaldi, il rio terà che mi conduce alla Riva degli Schiavoni. È la strada più ampia di Venezia, sulla linea immaginaria che collega la Basilica di San Pietro di Castello, duomo della città fino al 1807, alla Basilica della Salute, visibile sullo sfondo.

Guardo verso il basso. La zona in cui il canale è stato interrato, seguendo i progetti urbanistici di Napoleone, si distingue dalle “fondamente” che ha unito insieme per le pietre del pavimento, qui oblique rispetto alla linea dei palazzi, lì parallele. Napoleone l’ha chiamata “via Eugenia”, da Eugène Beauharnais, (figlio della sua amante e poi prima moglie), viceré d’Italia e principe di Venezia. Poi, dal 1866, la “via Garibaldi”, segna l’ingresso in città delle truppe italiane.

Camminando si passa accanto ai Giardini. Guardo la grande statua di Garibaldi che c’è aldilà dei cancelli, vedo due gatti che mi osservano. Li conosco bene, Clifford e Naima, vagano spesso intorno alla Serra Margherita, o Serra dei Giardini, la grande struttura di ferro e ampie vetrate.

 

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Un abitante dei Giardini

 

Alla Riva degli Schiavoni tira un vento gigante e questo è bene. Oltrepasso in fretta i ponti che conducono all’approdo di San Zaccaria, da cui partono i vaporetti per il Lido e per la Giudecca e i traghetti che arrivano fino alle isole.

Il grande traghetto numero 14 l’ho sempre chiamato “Linea Nord” per il simbolo LN di incerta decifrazione che appare sulle insegne. Lo vedo attraccare, oltrepasso i tornelli e mi metto in coda alle spalle del piccolo gruppo di persone che s’imbarca. Sono pochi i passeggeri che salgono sul numero 14. Turisti? Nessuno. Con me ci sono solo i pendolari silenziosi che abitano nelle parti più remote del Lido.

Il 14 si tiene a sinistra dell’isola di Venezia fino al suo lembo estremo, Sant’Elena, e poi punta sul Lido. Quando lo raggiunge vira a Nord e naviga tenendo a destra la lingua di terra che separa la laguna dal mare, e a sinistra l’isola di Sant’Erasmo con le fortificazioni misteriose e i grandi orti. A Burano scenderò e prenderò la coincidenza con il 12, che torna a Venezia.

 

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Sant’Elena

 

Vado all’ultimo piano e mi nascondo dietro alla cabina della plancia di comando, per non essere visto.

La Linea Nord ci fa vivere un’avventura semplice ma sostanziosa senza quei pericoli e quelle solitudini che solitamente accompagnano un viaggio per terre o mari lontani. Del resto, cos’è un’avventura? Se a farla basta l’ignoto, chi prenderà la Linea Nord non fallirà nell’obiettivo: conduce verso luoghi sconosciuti, attraverso acque immobili e terrifiche.

Scivolando davanti agli edifici del Lido nessuno di essi mi balza agli occhi per un particolare che lo distingua dagli altri. Le finestre hanno le stesse forme, alte e appariscenti, di quelle veneziane: ricordano gli occhi stretti e verticali dei cartoni animati giapponesi. Quando l’apice arcuato di quelle finestre è particolarmente acuto, la loro forma dirige l’immaginazione verso un passato di conflitti e commerci, di prostitute e di assassinii, quei traffici che si dice avvenissero nelle calli sottostanti (ma sarà poi vero?).

 

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Il Lido di Venezia

 

Dal Lido proviene un assoluto silenzio, che prima spaventa — l’immobilità di quella striscia di terra confligge con il movimento delle automobili a terra — e subito dopo acquieta. C’è calma; sembra di trovarsi in un fiordo nordeuropeo.

Tra le imbarcazioni ormeggiate parallelamente al Lido, ce n’è qualcuna disposta irregolarmente. Paiono cadaveri galleggianti che, però, sospinti dalla marea verso terra, non possono concludere alla deriva il loro destino. Le imbarcazioni che navigano in direzione opposta alla nostra sembrano, invece, incastrate in un paradosso zenoniano, in movimento e immobili allo stesso tempo.

 

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L’alieno edificio rosso

 

Poi le case diradano e spariscono. Al loro posto compare una fitta boscaglia e siamo ora esploratori di una terra selvaggia. D’improvviso compare un alto edificio rosso. Cade a pezzi, è forse l’ultimo rudere di un antico insediamento industriale raso al suolo. Lo segue, di nuovo, la boscaglia. Si avverte un odore acre di legna bruciata, e allora sopravviene la calma, perché la legna che arde piega la memoria ai ricordi più piacevoli.

 

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Le gru sull’isola artificiale del bacino di Sant’Erasmo

 

Poco dopo, però, affogato nel cappuccio della giacca e dentro il mio cervello, la visione di due grandi gru industriali sull’isola artificiale del bacino di Sant’Erasmo, che nasconde le bocche aperte sul mare Adriatico, mi riscuote. I cambi di prospettiva dovuti al nostro lento movimento sull’acqua fanno di queste gru minimali mostri metallici di grande bellezza, e anche il cemento che si occupano di verticalizzare per farne ignote strutture, nella sua bruttezza è una cosa meravigliosa.  Mi volto e guardo, a est, una Venezia lontana ed enorme. Si vede nera, per il sole che si staglia sopra di essa formando duri contrasti. Quella grande cosa lì, che si è liberata del dominio dell’acqua, è un’infernale creatura antropomorfa con le braccia spasmodicamente tese verso il cielo in un anelito disperato. Aguzzo lo sguardo e lo rendo il più analitico possibile, per cercare nei dettagli il segreto della sua spaventosa bellezza. E lì, dove è abominevole, micragnosa, ulcerata, filamentosa, obbrobriosa, deforme e sporca, proprio lì mi colpisce ancora una volta con la sua fascinazione e la sua incontenibile meraviglia.

Com’è possibile? La regola di questa stregoneria estetica non si può intuire. Ecco, infatti, che allo stesso sguardo, fisso sugli stessi dettagli, essa si mostra amabile, maestosa, compatta, splendida, completa, nitida e ineguagliabile.

L’abitante di Venezia non può essere immune dal senso di colpa, quando capisce di non essere mai riuscito a pensare la città in modo completo. Non ne ha contemplati abbastanza i particolari e si è negato il privilegio, preso com’è stato in impieghi effimeri e, a volte, gaglioffi, di esplorarne gli anditi più nascosti. Ho sempre avvertito la responsabilità di farmene una precisa mappatura mentale, sulla quale poter tornare con la memoria in qualsiasi momento della mia vita. Poteva essere un’impresa realizzabile? Ho già tentato molte volte, e ci provo ancora. Così chiudo gli occhi e torno tra le calli. Provo percorsi e scorciatoie, ma non faccio che perdermi. Ci sono cose che si ripetono uguali in ogni luogo, e campi con lo stesso nome che vagano come le ombre e si materializzano in punti della città sempre nuovi e diversi. Gli edifici si allontanano uno dall’altro e poi si ricongiungono, le strade si allargano e poi si restringono, si precisano e poi spariscono. Mi viene un senso di vertigine, ma serro ancora di più le palpebre e continuo a tentare.

Inutile, adesso vedo solo particolari scollegati tra loro: lo squero alle Zattere, la croce di Malta, la ruota degli innocenti, le sette rose d’oro, i bassorilievi di mostri, l’orto di San Francesco delle Vigne, crepe nei muri, marmi sbreccati.

Quando riapro gli occhi, siamo ormai molto più a nord: teniamo la penisola del Cavallino sulla nostra destra e a sinistra, più lontano, Sant’Erasmo, con il profilo punteggiato da qualche casa colonica. Alla fermata di Punta Sabbioni scendono tutti. Li vedo salire sugli autobus.

 

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Le barene

 

Il traghetto prosegue a nord ancora per un breve tratto, poi vira a ovest per transitare nei canali che attraversano il territorio delle barene, ampi e bassissimi rilievi di sabbia e terreno che cambiano forma secondo l’altezza della marea. Hanno una superficie complessiva di almeno novanta chilometri quadrati e rimangono sempre così, emerse appena sopra al pelo dell’acqua, con un colore a metà tra quello dell’argilla e quello della sabbia. Sul loro suolo salato e avaro di vita crescono cespugli di un’erba tenacissima. Si alzano ai bordi e al centro vanno giù.

Immagino nascondano meati e cunicoli percorribili che conducono alle fondamenta in legno di Venezia. Mi è stato detto che la città è appoggiata su dieci milioni di alberi, che, conficcati nel fondo della laguna, con il tempo si sono rinforzati tramite un processo di biodegradazione e ora sostengono tutto il peso della città. La persona che mi ha raccontato questa vicenda ingegneristica, un architetto svedese che lavorava alla Biennale, ha poi esclamato: «non è meraviglioso? Siamo in una città-foresta!», e io ho sorriso brevemente, pensando che calpestassimo piuttosto una foresta/non-foresta di alberi morti, soffocati nei secoli.

 

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Burano

 

Mentre mi perdo in queste elucubrazioni eccomi a Burano, la piccola isola fondata dai pescatori di Altino che sfuggivano da Unni e Longobardi, e che hanno dipinto nei colori più diversi le pareti esterne delle loro abitazioni. Pare che lo facessero per evitare la peste: nel medioevo si usava la calce bianca per disinfettare le case contaminate dal morbo, mentre le case non colpite dal flagello venivano dipinte con gli stessi colori usati dai pescatori per le loro imbarcazioni. Così erano ben visibili nella nebbia e per la laguna si poteva prendere la strada più giusta per tornare a casa.

Scendo solo per aspettare la coincidenza con il 12 che proseguirà a ovest ancora per un breve tratto, e poi virerà a Sud verso Venezia. Non m’inoltro, nelle calli di Burano: durante il giorno i turisti s’impossessano dell’isola e non è possibile godere della sua natura silenziosa e lenta. A chi legge, consiglio di andarci molto presto, all’alba, o tardi la notte. Il consiglio vale anche per Venezia: alba o notte. Ma forse vale per tutte le città del mondo.

 

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Questa è la barca di Andrea, o la barca “Andrea”, a Burano

 

Salite ora sul 12, come faccio io. Stavolta, purtroppo, siamo accompagnati da turisti che discutono in texano. Poco male, per evitare la folla basterà accomodarsi sui sedili anteriori, sui quali tira una tramontana gelida e tagliente.

 

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L’isola di Madonna del Monte

 

A sinistra s’intravedono gli effetti rossi di un sole che tramonta, nascosto. Alcune nuvole, che sembrano fatte d’un tessuto fine, tentano d’aggredirlo, e sul loro fronte gli ultimi raggi fessurano dei lunghi e profondi fiordi. Altre nuvole, più consistenti e più lontane dal sole, sembrano scivolare invece su una grande superficie di vetro. Hanno la base uniforme e piatta, e gli apici superiori che somigliano a teste bombate, colorati di un rosa-arancione.  Costeggiamo, puntando verso la città, l’isola di Madonna del Monte, con ruderi di due vecchie costruzioni militari, ormai in completa rovina, e con le sponde sgretolate dal moto delle onde.

Ora si farà notte, e quelli che con me avranno scelto il tardo pomeriggio per la navigazione si accasceranno sul sedile bianco e verde del vaporetto, con l’acqua della laguna che diviene finalmente nera e le luci puntiformi che si accendono sul profilo della città, sulla terraferma, sulla torre di controllo dell’aeroporto di Tessera e sulle piste d’atterraggio e di decollo, e mi ricordano quanto poco manca al mio addio definitivo.

 

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Tramonto sulle barene

 

~

 

Sulla via di casa mi fermo al supermercato e compro qualcosa di precotto da infilare in forno, per evitare di dover poi ripulire la cucina. Fuori dal Prix c’è Alberto, il folle che passa qui, in piedi, le sue giornate. Saluta tutti e rifiuta i soldi che gli offrono. «Non sono un mendicante!», esclama, e inventa un passato ogni volta diverso che giustifichi la sua immobilità.

Prima di entrare in casa, decido di mettermi alla prova per l’ultima volta. Vediamo se riesco almeno a ricordare la forma della casa in cui ho abitato tutto questo tempo, mi dico. Apro la porta, con gli occhi chiusi, e faccio per andare verso il salotto ma a metà percorso inciampo e cado. Rimango a terra, mi giro sulla schiena e guardo il soffitto bianco, illuminato flebilmente dalla luce di un lampione che entra dalla finestra, mentre ascolto il rumore dell’acqua di una fontana, dell’acqua di tutti i canali.

Jacopo La Forgia
Nato a Roma nel 1990, vive e lavora a Venezia. Laureato in Estetica letteraria, si interessa principalmente di letteratura, cinema e fotografia. Ha collaborato come uniformatore redazionale ed editor con la casa editrice Moretti & Vitali, e come traduttore per Giovanni Fioriti Editore.
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