Com’è noto, il 4 dicembre gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi in merito alla riforma della Costituzione proposta dall’attuale Presidente del Consiglio Matteo Renzi e da Maria Elena Boschi, ministro ad hoc per le riforme costituzionali e per i rapporti con il parlamento.
Sarà il terzo referendum costituzionale nella storia della nostra Repubblica, volto ad approvare o a respingere il complesso e variegato progetto di riforma al termine di un iter parlamentare travagliato e ricco di polemiche.
Le modifiche che la riforma andrà eventualmente ad apportare sono numerose e per completezza è bene rinviare alla sinossi tra la costituzione ad oggi vigente e quella che ne uscirà fuori secondo il testo modificato.
Per tracciare un elenco essenziale, ma non esaustivo, i punti chiave della legge costituzionale sono:
- Il superamento del bicameralismo paritario (in virtù del quale la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica hanno sostanzialmente gli stessi poteri e le stesse prerogative) con la conseguente preminenza politica della Camera dei Deputati, che diverrà l’unico organo capace di porre la fiducia e sfiduciare il Presidente del Consiglio.
- La previsione di limiti all’utilizzo del decreto legge da parte del governo (già esistenti in giurisprudenza) e l’introduzione dell’approvazione di legge “a data certa”, volta a ridimensionarne i tempi procedimentali.
- La riduzione dei membri del Senato della Repubblica a 95 tra consiglieri regionali e sindaci e 5 senatori di nomina presidenziale, oltre agli ex presidenti della Repubblica in vita (questi ultimi dal mandato settennale).
- La previsione di un’elezione di secondo livello per i membri del Senato della Repubblica, che quindi non potrà essere eletto direttamente dai cittadini; i membri del Senato della Repubblica non percepiranno alcuna indennità per l’esercizio del proprio incarico e saranno garantiti dalla cosiddetta “immunità parlamentare” prevista dall’art. 68 della Costituzione (il quale, comunque vada, rimarrà invariato).
- La revisione del rapporto tra Stato centrale e Regioni, con il ritorno in capo al potere centrale di materie di rilevante importanza, su tutte il turismo e la sanità.
- L’abolizione del CNEL, organo di consulenza del governo e del parlamento nelle materie dell’economia e del lavoro.
- La modifica dei quorum necessari all’elezione del Presidente della Repubblica (3/5 degli elettori dal quarto scrutinio e 3/5 dei votanti dal settimo scrutinio) e alla convalida dei referendum abrogativi (maggioranza assoluta degli elettori per i referendum proposti con 500.000 firme, un quorum variabile legato alle precedenti elezioni politiche per quelli proposti con 800.000 firme).
- La previsione di referendum popolari propositivi, d’indirizzo e di altre forme di consultazione dell’elettorato, anche delle formazioni sociali.
- L’innalzamento delle firme necessarie per proporre le leggi di iniziativa popolare da 50.000 a 150.000, con il contestuale obbligo per il parlamento, nelle forme e nei limiti stabiliti dai propri regolamenti, di pronunciarsi e votarle.
Il fronte per il SÌ alla riforma vede schierate in primo luogo le forze di governo, che l’hanno promossa e sostenuta tenacemente anche nel complesso iter parlamentare: basti pensare che alla fine essa è stata approvata con i soli voti della maggioranza governativa, con le opposizioni fuori dall’aula per protesta.
Sono quindi favorevolmente schierati: il Partito Democratico (con le perplessità di una minoranza interna dissidente), il Nuovo Centrodestra di Alfano, Scelta Civica (sebbene Mario Monti si sia espresso in senso contrario), i parlamentari del gruppo “Alleanza Liberalpopolare-Autonomie” fuoriusciti da Forza Italia nell’estate del 2015 e guidati da Denis Verdini.
Inoltre lo schieramento del SÌ conta anche sul sostegno di Confindustria e della CISL.
Il variegato fronte per il NO vede schierate d’altra parte tutte le forze d’opposizione: dal Movimento 5 Stelle alla Lega Nord, dalla destra di Fratelli d’Italia e quella di Forza Italia (sebbene Berlusconi e i suoi abbiano in un primo momento appoggiato concretamente il progetto di riforma) sino a Sinistra Italiana e all’UDC (nonostante Casini).
Un lungo e non proprio entusiasmante confronto tra il Presidente del Consiglio e l’ex Presidente della Corte Costituzionale
Inoltre lo schieramento del NO vede anche il sostegno, tra gli altri, dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, della CGIL, di Magistratura Democratica, dell’ARCI, ma anche di realtà come Casapound e Forza Nuova.
Nonostante gli schieramenti, però, sono moltissimi gli italiani che si professano indecisi, non solo per il solito diffuso e comprensibile disamore nei confronti della politica ma anche per la complessità tecnica degli argomenti alla base della riforma e per la sua portata notevolmente ampia: basti pensare che se verrà approvata, saranno modificati ben 47 articoli su 139.
Una scarsa affluenza però non potrà pregiudicare la validità della consultazione: a differenza di quello abrogativo, per la validità di un referendum costituzionale non è richiesto il raggiungimento di alcun quorum.
In tutta questa gazzarra, tra un Salvini che interroga il ministro dell’economia su quanto costi un litro di latte e un Renzi che va a raccattare il sostegno di Obama alla vigilia del successo elettorale di Donald Trump, provo a farmi un po’ d’ordine cercando di confrontarmi personalmente sia con chi questa riforma la sostiene, sia con chi la detesta.
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Oggi tocca a Luca Soldini, ventitreenne laureando in giurisprudenza e militante del Partito Democratico da quasi tre anni che si è avvicinato all’attivismo preso dalla curiosità di vedere se effettivamente la macchina politica sia come appare nei talk show e nei salotti televisivi: «Ho sentito tanti ragazzi che si stanno iscrivendo nel mio circolo spinti dalla stessa curiosità, mi sembra davvero un orientamento generazionale fortemente caratterizzato principalmente dal fatto di avere, anche solo a livello televisivo, una grande offerta di tribune e dibattiti politici».
Anni intensi, ricchi di esperienze e soddisfazioni, che lo hanno portato pochi giorni fa a intervenire sul palco della Leopolda proprio in merito alla riforma costituzionale.
Gentilissimo e disponibile, mi aspetta in pieno centro storico, vicino Piazza Venezia, dove ha sede il Comitato per il SÌ e assieme ci rechiamo a prendere un caffè nei dintorni.
Ovviamente non ci sono dubbi: «Voterò convintamente SÌ».

Perché voterai convintamente SÌ?
Per tre motivi: uno politico, uno istituzionale, uno concreto.
Per quanto riguarda il primo aspetto, ho avuto modo di notare che effettivamente si sia mosso qualcosa, ci sia stato un movimento: penso che la politica in Italia si sia risvegliata dopo due tre anni di totale immobilismo.
Già il fatto di essere arrivati qui, sul punto di approvare una riforma costituzionale dimostra che dei passi avanti son stati fatti e già questa dovrebbe essere una questione che merita la giusta attenzione.
Dal punto di vista istituzionale, invece, in questi quattro anni di università mi hanno sempre insegnato che ci sono diverse falle nel nostro ordinamento, una tra queste è il bicameralismo paritario, un’altra di queste è l’attuale ripartizione di competenze tra lo Stato e le Regioni. Io sono molto felice che si vada a rimettere mano proprio su questi due grandi problemi, è sintomo della volontà di risolvere obiettivamente i problemi del nostro sistema istituzionale.
Il motivo pratico attiene soprattutto al Titolo V (che attiene proprio alla ripartizione di competenze tra Stato e Regioni, ndr) ed è legato a una mia esperienza personale.
Senza scendere troppo nel personale, purtroppo ho vissuto una situazione che mi ha portato a confrontarmi e a conoscere in prima persona come funziona il sistema sanitario in Italia: ti parlo di dover reperire in tempi molto brevi dei farmaci salvavita e ho subito notato come nelle diverse regioni ci siano tempi d’attesa, criteri d’assegnazione e costi diversi. Addirittura in una regione di cui non voglio far menzione mi hanno detto: «Prova in Lombardia».
Questa esperienza non soltanto mi ha fatto arrabbiare, ma è stata davvero molto frustrante, penso sia profondamente ingiusto che la tua sopravvivenza dipenda strettamente da dove sei nato o dove vivi.
Penso che il vero senso della riforma stia proprio nella volontà di risolvere questioni pratiche di questo tipo.
Se la riforma venisse respinta, avresti paura che il risveglio della politica che hai notato in questi anni di militanza possa arrestarsi, tornando magari ad un periodo di immobilismo?
Sì. Io ho questa enorme paura, ma senza dover per forza dire «Aiuto! L’economia crolla!», anzi, questo è stato ampiamente confutato e non succederà nulla di tutto questo, semplicemente noi ci terremo il sistema che abbiamo già adesso. Ma secondo me la politica potrà davvero perdere quello sprint che è legato all’idea di una democrazia che sì dibatte, discute e si confronta ma che poi alla fine decide. La mia vera paura è che si possa tornare ad un sistema elettorale puramente proporzionale che fa sì che il momento delle elezioni che la maggioranza sia sostanzialmente selezionata con le consultazioni al Quirinale: nessuno vince, nessuno perde e tutti governano. Una situazione di impasse che mi preoccuperebbe parecchio. Neanche ti sto a dire «Aiuto! Ci vedono male dal punto di vista internazionale!» perché onestamente non me ne interesserebbe molto, a me interessa che se la politica ha un senso è quello di prendere una decisione e di portarla fino in fondo. Se poi quella decisione sarà condivisa o meno, lo si vedrà alle elezioni successive».
Volendo vestire i panni di un nostalgico della “Prima Repubblica”, ti direi che siamo comunque andati avanti per decenni (dal 1948 al 1992) sia con il bicameralismo perfetto che con una legge elettorale puramente proporzionale. Tu ritieni davvero che la necessità di dover prendere per forza una decisione debba prevalere sul rispetto delle volontà e delle esigenze di tutte le parti politiche?
Ma la domanda provocatoria con cui ti ribatto è: «Ha funzionato realmente questo sistema?». Io, da ventitreenneche vive le conseguenze e i risultati di quelle stagioni politiche, dico di no.
E se questo sistema non ha funzionato, allora devo pensare che le classi dirigenti dal 1948 al 1992 non abbiano mai avuto la volontà di realizzare un progetto politico, ma questo mi rifiuto di crederlo. Delle due l’una: allora è un problema di sistema.
Io non voglio che le tutte le parti politiche debbano rimanere per forza scontente, ma se il mio partito vince le elezioni con un determinato programma politico, da elettore vorrei quel programma sia realizzato; tra l’altro spesso e volentieri la composizione tra le parti sociali non fa altro che scontentare tutti. Si propone una legge, si tenta di fare un compromesso che inevitabilmente diventa un compromesso al ribasso e una volta approvata, questa legge non accontenta nessuno. E allora ci si deve tornare continuamente su.
Quindi, tra il non accontentare nessuno e accontentare la maggioranza dell’elettorato che vuole vedere realizzato il programma politico che ha scelto (sebbene qui il discorso poi dipenda dalle legge elettorale in vigore) preferisco senza dubbio la seconda opzione».

Quindi non ci sarà il rischio che, come paventano alcuni, con il nuovo sistema le forze che vinceranno le elezioni saranno in grado di imporre il proprio programma?
No, non penso sia corretto parlare di imposizione, anche perché senza la riforma o con la riforma la nostra rimarrà comunque democrazia parlamentare: la potestà legislativa continuerà ad essere esercitata dal parlamento.
Tra l’altro dobbiamo sempre ricordare che da qualche decennio a questa parte il nostro sistema ha subìto una stortura, dato che nei fatti la potestà legislativa è stata avocata dal governo.
Difatti, quando si dice che il procedimento legislativo non sia in realtà così lungo si evita di dire che gran parte delle leggi derivano da decreti legge sulla cui conversione in legge ordinaria viene sempre posta la questione di fiducia. Il parlamento così si ritrova strutturalmente obbligato o a prendersi tutto o a rigettare tutto.
Ristabilire la centralità del parlamento è tutt’altro che imposizione, è esercitare davvero il proprio ruolo: se l’iter in parlamento non si blocca e non risulta farraginoso, il governo non ha alcun motivo per intervenire a gamba tesa come è stato invece in questi ultimi anni.
In tutte le novità che introduce la riforma in realtà è sempre il parlamento a doversi esprimere.
Tra l’altro questo rafforzamento del parlamento neanche comporta un indebolimento formale del governo perché i poteri non cambiano, semplicemente si riducono le esigenze del governo di dover prevaricare la discussione parlamentare solo per attuare il suo programma politico».
Ma se l’introduzione di limiti, tra l’altro già previsti a livello di giurisprudenza, all’utilizzo del decreto legge può consolidare il ruolo del parlamento, l’introduzione dell’approvazione di una legge “a data certa” non va a rafforzare il governo?
Per quanto riguarda i limiti all’utilizzo del decreto legge, vorrei precisare che sono state recepite tout court in costituzione tutte le indicazioni giurisprudenziali: questa è una cosa importantissima, anche perché spesso e volentieri il legislatore continua a disattenderle. Inserire questi limiti in costituzione crea un vincolo più forte.
Per quanto riguarda la procedura di approvazione di legge “a data certa”, non va dimenticato che sarà comunque il parlamento a fare la legge.
Mentre il decreto legge nasce in Consiglio dei ministri e viene solo presentato così com’è in parlamento; la procedura a data certa riguarda è solo una piccola variante del procedimento legislativo parlamentare. Si aggiunge solamente che il parlamento dovrà approvare o meno la legge entro 70 giorni dalla presentazione; tra l’altro questo procedimento si applica solo per quelle leggi necessarie all’attuazione del proprio programma di governo.
Basta semplicemente pensare che, come nel normale procedimento legislativo, il disegno di legge vede la luce negli uffici legislativi presenti in parlamento, che usano tecniche di scrittura totalmente differenti da quelle utilizzate dagli uffici legislativi del governo. Questi ultimi, infatti, hanno l’abitudine di presentare decreti legge composti da un articolo solo, accompagnato da centinaia e centinaia di commi, proprio per forzarne i tempi di discussione in parlamento e ottenere un’approvazione più rapida possibile. Però poi sorge subito il problema per l’operatore giuridico di barcamenarsi tra innumerevoli commi.
Con questa riforma, si andrà senz’altro a migliorare la qualità della produzione legislativa.
Quindi è una questione eminentemente tecnica?
No, no. Anzi. Il ritorno della centralità del parlamento è una questione altamente politica. Poi è ovvio che tutto può essere soverchiato, ma io dico che la tanto paventata deriva autoritaria può avvenire con qualsiasi sistema costituzionale.
Ammesso che quindi il parlamento ritorni a rivestire un ruolo centrale, bisogna allora vedere quale sarà la sua futura composizione. Se la prerogative della Camera dei Deputati rimarranno sostanzialmente le stesse, dall’altra abbiamo un Senato della Repubblica che non avrà più un rapporto di fiducia con il governo.
Secondo me si è voluta recepire una tendenza più o meno globale, quella che vede da un lato una “camera politica” e dell’altra una camera che rappresenta le autonomie locali, questa è la base.
Ad ogni dibattito sulla natura del Senato della Repubblica, mi viene da sorridere quando si dice che si poteva ricalcare il modello tedesco, perché la Germania è una nazione con un fortissimo decentramento, un vero e proprio stato federale: le nostre Regioni non sono così, sia perché la nostra Costituzione è sì per la valorizzazione dell’autonomie ma soprattutto per l’unitarietà della repubblica, sia per un fatto di culturale, legato all’idea della centralità dello Stato.
Nel futuro parlamento, il Senato quindi assolverà il suo compito di rappresentare le autonomie, ma eserciterà pure importantissime funzioni di controllo. Per esempio, può istituire commissioni di inchiesta per questioni attinenti agli enti locali, si esprimerà sulla legislazione dell’Unione Europea.
Inoltre continuerà ad avere un ruolo paritario con la Camera dei Deputati, ma limitatamente a quelle materie che obiettivamente possono incidere di più i rapporti tra stato e regioni, come sulle leggi di bilancio o sulle leggi in materia costituzionale.
Attribuendo al Senato la funzione principale di rappresentanza e di raccordo tra le autonomie locali e il potere centrale, si dà attuazione a un progetto già ideato in seno all’Assemblea Costituente, ma poi accantonato per raggiungere una soluzione di compromesso tra i sostenitori del monocameralismo, quelli di un bicameralismo differenziato, quelli che volevano fare del Senato la camera delle formazioni sociali e così via.
Quindi è questo ciò che prescriverà il futuro articolo 70 della Costituzione? Lo chiedo provocatoriamente, dato che non pochi costituzionalisti lo hanno trovato complicatissimo…
Senza ripeterti la solita solfa che nella costituzione tedesca sono ben quattro gli articoli che disciplinano la potestà legislativa, ti vorrei comunque dire che nelle grandi democrazie che prevedono un bicameralismo differenziato è necessario dover specificare bene le funzioni e le prerogative dell’una e dell’altra camera. Per farti un altro valido esempio, sono andato a controllare come sia disciplinata la potestà legislativa nella costituzione americana: beh, ho contato ben 2431 parole!
Poi possiamo discutere che la tecnica del rinvio ad altri articoli alla lettura può risultare poco elegante, ma c’è da prendere anche in considerazione la questione che se tutti i rinvii fossero stati riproposti ed esplicati, il futuro articolo 70 sarebbe venuto lungo più del doppio.
Allora ti faccio una domanda intrisa di populismo. Tu mi hai appena confermato che il Senato della Repubblica avrà comunque un’importante e delicata funzione politica e che continuerà a partecipare, seppur in misura ridotta, al procedimento legislativo. Allora perché non può essere più eletto direttamente dai cittadini, scegliendo un’elezione di secondo livello?
Nel nostro sistema, possiamo già distinguere tre tipi di elezioni: diretta, semidiretta, indiretta.
Quella del Senato non sarà un’elezione indiretta, ma semidiretta: perché la proclamazione diretta dei consigli regionali è comunque bilanciata dalla previsione di un vincolo di scelta.
Difatti la scelta dei membri del futuro Senato verrà effettuata con metodo proporzionale e in conformità alle scelte espresse dagli elettori: tra l’altro questo vincolo potentissimo è frutto di una mediazione parlamentare avuta con la minoranza del partito democratico.
Anche il Presidente del Consiglio sappiamo bene che tecnicamente non viene eletto direttamente dai cittadini: allora c’è da domandarsi, il Presidente del Consiglio è una figura marginale nel nostro sistema politico? Tutt’altro, anche lui è rappresentativo di un certo orientamento della popolazione, e lo stesso si potrà dire per i futuri senatori, figure che dovranno essere una via di mezzo tra la rappresentazione dei cittadini e la rappresentazione delle istituzioni territoriali da cui provengono.
Tenendo anche presente che la primissima proposta era quella di costituire un Senato composto da soli sindaci, direi che secondo me si è trovata un’ottima mediazione.
Non c’è comunque il rischio che il Senato, che avrà inevitabilmente una composizione politica diversa da quella della Camera dei deputati, potrà comunque complicare il procedimento legislativo?
Il Senato potrà esprimersi solo sul 2,7% delle leggi, il restante 97,3% sarà approvato dalla Camera dei Deputati. E inoltre, limitatamente ai casi di sua competenza, l’esame del Senato non potrà durare più di 40 giorni, a fronte di una media attuale di approvazione legislativa di un anno e 165 giorni!
L’esempio perfetto delle complicazioni del sistema attuale è proprio rappresentato dall’approvazione delle unioni civili: due anni di dibattito in commissione, voto favorevole alla Camera, al Senato il sostegno del Movimento 5 Stelle viene meno, si deve ritirare il disegno di legge parlamentare, il governo è costretto a farlo suo e a riproporlo apponendovi la questione di fiducia. Follia».
Gli oppositori però ricordano che provvedimenti come il Lodo Alfano, la Legge Fornero, la stessa legge con cui i 2/3 del parlamento hanno modificato l’art. 81 della Costituzione sono state approvate in tempi brevissimi.
Si tratta comunque di circostanze eccezionali, tra l’altro due di questi provvedimenti che hai citato sono stati approvati in una situazione di particolare unità politica dettata da un momento di grave crisi. E tra l’altro non sono pochi quelli che hanno votato queste leggi e poi si sono subito sfilati.
Secondo appunto intriso di populismo. I futuri Senatori godranno comunque di quella che è chiamata “immunità parlamentare”.
Innanzitutto premetto che nel progetto di legge originario, quello governativo, l’estensione dell’immunità non c’era, ma è stata frutto della mediazione parlamentare.
In seconda battuta quella prevista dall’attuale articolo 68 della Costituzione è una prerogativa che impedisce al potere giudiziario di interferire con l’esercizio del potere legislativo, proprio a salvaguardia della divisione dei poteri, realizzando così uno dei presupposti fondamentali all’esercizio dell’attività parlamentare.
Inoltre bisogna anche ricordare che questa “immunità” non impedisce al procedimento penale di andare avanti e viene meno davanti a circostanze come la flagranza di reato e le sentenze irrevocabili di condanna.
E poi, se andiamo a vedere che uno degli Stati che ha di recente eliminato l’immunità parlamentare è la Turchia, onestamente sono contento di averla mantenuta.
Un altro punto focale della riforma è il riordino delle competenze tra Stato centrale e poteri locali. Secondo te si assiste ad un ritorno al cosiddetto “centralismo” (da alcuni avvalorato con l’inserimento in Costituzione della “clausola di supremazia” esercitabile dallo Stato)?
Preliminarmente vorrei ricordarti che la tendenza della Corte Costituzionale, ideata per essere “giudice delle leggi”, a diventare “giudice dei conflitti” tra il potere centrale e gli enti locali che continuano a non avere chiari i propri ambiti di competenza.
Purtroppo paghiamo il prezzo di una riforma costituzionale, quella del 2001, che sostanzialmente aveva un valore politico, cioè quello di inseguire la volontà politica di alcuni partiti che desideravano un federalismo sfrenato.
Si ritorna ad una centralizzazione? Non direi, dato che per “centralismo” intendo la volontà di togliere qualsiasi competenza alle Regioni, meri esecutori delle direttive statali.
La riforma non fa perdere alle Regioni la loro essenza, va semplicemente a constatare che in alcune materie dal particolare carattere e peso strategico non possono non essere disciplinate a livello nazionale.
Inoltre la cosiddetta “clausola di supremazia” è già contemplata dall’art. 117 della Costituzione: lo Stato si può già sostituire alle amministrazioni locali, ma solo in alcuni casi estremi e ben circoscritti, come la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica dello Stato. Si tratta dell’eccezione, l’amministrazione della Regione non viene messa in discussione.
E le materie di competenza concorrente, di prerogativa sostanzialmente comune di Stato ed enti locali, sopravvivranno? Alcuni sostengono di sì.
In realtà nel futuro articolo 117, al sesto comma, lettera m) si parla sì di “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute” ma è per riportare la materia sanitaria alla piena competenza dello Stato: non verrà più regolata dalla legge regionale, al massimo potranno essere adottati dei provvedimenti amministrativi di organizzazione.
È una soluzione necessaria: finalmente in tutto il territorio nazionale ci sarà uniformità per questioni come l’inserimento dei farmaci nei prontuari, i criteri per la messa sul mercato o per la determinazione dei loro costi. Prendiamo ad esempio il ticket sanitario: qui nella regione Lazio per fortuna il presidente Zingaretti ha disposto la cancellazione del ticket regionale dal primo gennaio del 2017, ma in altre regioni non c’è questa fortuna. Oppure pensiamo anche al problema degli obiettori di coscienza, solo nel Lazio sono l’80%.
Il processo di omogeneizzazione non verrà effettuato al ribasso, ma penso e spero si recepiranno quelle che sono le esperienze “felici” portando ad un innalzamento degli standard qualitativi.
Ma per farti un altro esempio, pensiamo alla questione del turismo, sulla quale penso siamo tutti d’accordo: è paradossale, che so, andare in Cina e vedere la pubblicità magari del “made in Toscana” perché se lo può permettere, mentre il “made in Lazio” no.
Al prossimo Expo, in Kazakistan, il nostro Paese rischia di presentarsi non come nazione unitaria, ma come un semplice insieme di delegati regionali.
Questa cattiva gestione del turismo porta inevitabilmente ad un afflusso di visitatori nettamente più basso rispetto solo a quello potenziale. Non riesco proprio a farmi star bene che una nazione come la Spagna, che per carità è una terra bellissima, riesca ad attrarre più turisti di noi.
Spesso si accusa il fronte del NO di essere populista. Ma sbandierare la cancellazione del CNEL, che poteva essere semplicemente svuotato totalmente di funzioni e competenze abrogando la legge ordinaria che lo istituisce (la l. 33/1957), non è altrettanto populista?
Ma no, si parla semplicemente di razionalizzazione, dato che il CNEL è stato già sostanzialmente svuotato di gran parte delle sue funzioni. Nel 1948 era un ente che poteva pure avere un senso, dato che si voleva dare uno sbocco a quelle teorie corporativistiche che ci portavamo dietro dal regime fascista, tanto da sostenere che il CNEL sarebbe dovuto essere il punto di raccordo tra datori di lavoro e lavoratori, esponenti dell’economia e del mondo di lavoro.
Il problema è che se il CNEL continua ad esistere deve essere per forza messo in condizione di lavorare a pieno regime: perché tenere un organo in Costituzione se poi non gli dai gli strumenti e le possibilità per fare il suo lavoro?
Comunque sono convinto che quello del CNEL non sia un punto fondamentale nel dibattito referendario neanche se vogliamo buttarla sulla questione dei risparmi: il CNEL a regime costa sui 20 milioni certo il risparmio è un bene, ma tutto questo clamore sulla sua abrogazione mi sembra un po’ esagerato. Peraltro nelle disposizioni transitorie e di attuazione della riforma è prevista anche la nomina di un commissario straordinario che entro 30 giorni dalla sua entrata in vigore dovrà procedere alla liquidazione totale dell’ente. Ribadisco che non è il tema fondamentale, almeno dal mio bassissimo punto di vista.
Una questione interessante è quella dell’introduzione di nuove tipologie di consultazione referendaria, come quelli propositivi o d’indirizzo. L’attuazione concreta sarà però demandata ad ulteriori leggi che dovranno essere approvate. Chi ci assicura che non si ripeterà l’esperienza che ha accompagnato l’istituzione del referendum abrogativo, previsto dalla Costituzione del 1948 ma poi effettivamente regolato dalla legge 352 del 1970?
Ovviamente il testo costituzionale non può stabilire minuziosamente effetti, modalità di esecuzione, termini di ogni singolo istituto. Io sono sicuro del fatto che, se si decide di introdurre altri strumenti di partecipazione diretta è perché ci si crede e perché sussiste un’ampia volontà politica condivisa di concretizzarle. Se davvero si è d’accordo non bisognerà attendere quasi 30 anni.
La travagliata storia del referendum abrogativo è stata condizionata dalla forte volontà politica della Democrazia Cristiana, che non era affatto convinta dell’utilità e soprattutto della convenienza dell’attuazione degli strumenti di partecipazione diretta.
Allo stato attuale, io non credo affatto che forze come il Movimento 5 Stelle possano essere contrarie alla regolazione dei referendum propositivi e di indirizzo, non ci voglio credere.
Pertanto dovremo rimetterci alla volontà politica di chi siederà in parlamento. Però, anche se passerà la riforma, Renzi rimarrà sempre Renzi, Grillo rimarrà sempre Grillo, Salvini rimarrà sempre Salvini… dove sarà allora il vero cambiamento?
Come ti ho detto prima, già il fatto che ora siamo qui a discutere e a votare una proposta di riforma costituzionale che per decenni è stata discussa ma mai realizzata è sinonimo di un cambiamento politico. Se passerà la riforma, sono convinto che tutti i parlamentari muteranno il loro approccio alla discussione politica, poiché tutti i parlamentari saranno chiamati a continuare il proprio ruolo di costituenti, esprimendosi sulla sua attuazione. Tutti coloro che daranno un contributo, anche se non saranno d’accordo, rivestiranno il ruolo di costituenti; d’altronde anche chi espresse voto contrario alla Costituzione del 1948 è stato comunque un padre costituente.
Ripeto: se vince il NO, non succede nulla di grave, ma si tornerà ad un vecchio modello di politica che, per la mia visione assolutamente opinabile, non ha fatto granché.
Sono però tantissimi i cittadini che, magari anche affascinati dalle novità della riforma, hanno paura ad approvarla: una maggiore facilità nell’approvazione delle leggi, unita però ad una legge elettorale troppo generosa nella distribuzione dei seggi alla forza vincitrice potrebbe aprire delle autostrade a chi è al governo. Tenendo presente che non si andrà a votare sulla legge elettorale ma sulla riforma della Costituzione, cosa ne pensi di chi paventa una sostanziale “deriva autoritaria”?
Tieni presente che io voterò SÌ sia che la legge elettorale rimanga quella vigente, sia che venga modificata; sia se si opterà per un sistema maggioritario, sia se si deciderà per un sistema “ultraproporzionale”.
La questione sulla legge elettorale non la considero più di tanto perché nella nostra Costituzione dei vincoli in merito non ci sono e non ci saranno. Chiunque verrà dopo, che passi o meno la riforma, potrà scegliere legittimamente quale legge elettorale introdurre.
En passant, con l’attuale Costituzione abbiamo comunque avuto leggi elettorali dichiarate illegittime perché pesantemente distorsive del risultato elettorale e mi riferisco ovviamente al cosiddetto “Porcellum”.
Non dimentichiamoci che la riforma introdurrà il vaglio preventivo della legge elettorale da parte della Corte Costituzionale: ci si assicurerà che la legge elettorale sia costituzionalmente legittima addirittura prima della sua entrata in vigore e già questo mi sembra un enorme passo avanti che dovrebbe indurre ad una grande tranquillità.
Da ultimo, vorrei segnalare che spesso e volentieri le fazioni politiche che avversano l’attuale legge elettorale sono le stesse che non hanno problemi a governare nei comuni in cui sono state elette sulla base di una legge elettorale sostanzialmente uguale a questa. La questione è che la partecipazione non si fa con una legge elettorale: se la paura è quella che vadano a votare poche persone, che siano in pochi ad eleggere chi governa, allora adoperiamoci tutti per portare la gente a votare.
Per salutarci, allora perché la gente non va a votare?
Mi torna in mente una bellissima canzone di Gaber, purtroppo pubblicata dopo la sua morte, dal titolo Io non mi sento italiano, dove viene detto: «Persino in parlamento c’è un’aria incandescente, si scannano su tutto, ma poi non cambia niente.»
È questo il motivo principale: quando si arriva alla prova dei fatti, scompare tutto. Come se non fosse mai esistito e poi si riparte da capo.
Io penso che tutto questo debba proprio finire e proprio perché questo tipo di politica inconcludente si è sviluppata con questo sistema, penso che l’unico modo per cambiare realmente la politica sia anche cambiare il sistema.
Foto di Francesco Marchini.