Attualità: Vi hanno mai fatto un trapianto di cacca?
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Vi hanno mai fatto un trapianto di cacca?

Da quasi cinque anni vado al bagno 10/15 volte al giorno, tutti i giorni, a fare “la 2”, o “la lunga”. Si dice che da ogni malattia si possa imparare qualcosa. È una cosa che posso confermare.

26 Ago
2019
Attualità

Da quasi cinque anni vado al bagno tra le 10 e le 15 volte al giorno, tutti i giorni, a fare “la 2”, o “la lunga”, insomma quella cosa che si fa quando si va al bagno e che non è la pipì. Così descritta, questa infiammazione dell’intestino che mi fa compagnia dal 2014 e che si chiama colite ulcerosa potrebbe all’apparenza sembrare qualcosa di molto noioso, limitativo, frustrante. La verità è che è esattamente tutto questo e anche molto di più. Nel mondo esistono sicuramente malattie più gravi. Ma in quanto a capacità di condizionare le giornate, la colite ha pochi rivali. Potrei dire che questa malattia ha completamente modificato il mio concetto di quotidianità, ribaltandolo, e mostrandomi la vita da un’altra prospettiva. Una vita vista da seduto, diciamo.

Si dice che da ogni malattia si possa imparare qualcosa. È una cosa che posso confermare. In questi cinque anni, per esempio, ho imparato il valore dell’attesa, la gestione dell’ansia, qualcosa sul senso della vita e tutte le scritte dei bagni della mia università (a memoria). Andare al bagno più di 10 volte al giorno, infatti, significa andare al bagno potenzialmente ovunque. Come sa anche chi ha avuto disturbi intestinali minori o più estemporanei, lo stimolo può arrivare improvvisamente, inopportunamente, inavvertitamente. Ed è in quel momento che tutto un sistema di valori che ti eri costruito negli anni crolla e sei costretto a ridefinire le tue convinzioni sul non doversi accontentare, sull’importanza dei no e l’ipocrisia dei mai. Continuerai a farti scegliere e andrai al primo bagno che trovi.

È il piccolo grande mondo dei bagni pubblici. Andare in un bagno che non è il tuo significa ingaggiare un lungo duello contro la sorte. Prima sliding door: il bagno potrebbe essere occupato. Qui si inscena la stessa dinamica di quando cerchi parcheggio e trovi uno che ti dice che sta uscendo ma in realtà non esce. Si aggiusta la cintura, controlla gli specchietti, riordina il cruscotto; ma non esce. Così in bagno. Bussi alla porta non per sapere se è occupato — lo sai, la porta non si apre — ma per segnalare la tua presenza, rivendicare un tuo diritto e far nascere il senso di colpa in chi te lo sta negando. Ma chi si è conquistato quel bagno è spesso un disperato come te, un ex manifestante che ora ha preso il potere, vede quella tazza come un trono e non è in vena di fare concessioni. Non resta che pregare e ascoltare.

Come il cieco che migliora gli altri sensi dopo aver perso la vista, così chi deve entrare in un bagno occupato riscopre, nella speranza di pronosticare i tempi di quell’agonia, un senso dell’udito che non credeva così sviluppato. Quando senti andare giù lo scarico pensi sia fatta, invece è solo l’inizio. Senti la fibbia della cintura aprirsi, poi il rumore straziante dell’acqua del lavandino e infine quello esplosivo dell’asciugamani elettrico. Un rumore che dura così tanto da far apparire quell’eccesso di meticolosità francamente esagerato. Quasi un abuso di potere. Il colpo di coda di un dittatore alle corde che cerca di ritardare la sua fine.

L’ultimo rumore è quello della serratura, quando la chiave si gira e la porta si apre. Lì, per la prima volta, guardi negli occhi il sordo dittatore e sei anche in qualche modo costretto a sorridergli, al momento del passaggio del testimone, per una serie di ragioni che hanno a che fare con il garbo, l’educazione e il non voler far vedere che te la stai proprio facendo sotto. A quel punto, entri. Ed ecco il secondo lancio di dadi: le condizioni del bagno. Come in una resa incondizionata, sei costretto ad accettarle per come sono. Del resto, non sapresti neanche a chi dare la colpa e il sindacato ci ha abbandonati da un pezzo. Potresti prendertela con il dittatore appena uscito, ma ti direbbe che è colpa delle amministrazioni precedenti e chi ha le prove per sapere se sia vero o no? E poi anche tu, in cuor tuo, sai che a breve non avrai più diritto di parola. Da vittima ti trasformerai in carnefice e consegnerai al tuo successore un bagno peggiore di quello che avevi ereditato.

Soprattutto, le fitte che ti colpiscono lo stomaco, la nausea che avanza, la paura di non farcela e di ritrovarti di punto in bianco nella merda nel senso più pieno e letterale di questa espressione non consentono certo di formalizzarsi né di stare a guardare dettagli in quel momento del tutto secondari come — per esempio — la presenza o meno della carta igienica in un bagno. Quando natura chiama, andresti anche nel peggior bagno di tutta la Scozia subito dopo Mark di Trainspotting. Ma in questi anni ho capito che il problema delle condizioni dei servizi igienici è principalmente un discorso di cultura. Il mio girovagare per bagni pubblici ha finito per portarmi anche fuori dal nostro paese e di conoscere da vicino la situazione delle toilette di buona parte d’Europa. Tanto da essere abbastanza certo di avere tutte le credenziali per tenere una sorta di rubrica igienica per la Lonely Planet, se solo me lo chiedessero, con tanto di recensioni, stelline, bagni consigliati e infine una graduatoria internazionale in cui l’Italia occuperebbe gli stessi posti che occupa nelle classifiche che riguardano la disoccupazione giovanile o la percentuale di laureati, cioè uno degli ultimi.

Il valore di una società si vede anche da quanto sono tutelati i cittadini con disturbi gastrointestinali. I paesi con una democrazia solida, un’ampia considerazione per i diritti civili e un welfare che funziona avranno anche bagni pubblici migliori. Il livello medio più alto, sia per pulizia che per quantità d’offerta, l’ho trovato non a caso in Danimarca. Il bagno migliore in cui sia mai andato è quello della stazione di Atocha, a Madrid: un piccolo microcosmo in cui potevi sceglierti la musica e accedere al wifi. Per la prossima estate ho già in programma un pellegrinaggio a Neuchâtel, nella Svizzera francese, sede della casa (che oggi è un museo) del grande scrittore e drammaturgo Friedrich Dürrenmatt: al suo interno, si trova la toilette più bella del mondo, ribattezzata “Cappella Sistina”, dove il buon Friedrich soleva espletare le sue funzioni con una splendida vista sul lago e le Alpi sullo sfondo.

La “Cappella Sistina”, il bagno di Friedrich Dürrenmatt.

Quando mi sono accorto dei primi sintomi della colite ulcerosa mi trovavo invece in Argentina. Lì per lì pensai che i miei ripetuti appuntamenti al bagno fossero dovuti alla dieta non proprio ferrea con cui mi coccolava la generosissima signora Moreno di cui ero ospite e ai doppi strati di dulce de leche che mi ritrovavo in ogni portata: nei biscotti, tra la carne, un giorno anche sulla pizza. Quando sono rientrato in Italia e ho visto i miei sintomi aumentare, ho capito che il cibo c’entrava poco e niente e che si trattava di qualcosa di più delicato. Lì è cominciato il mio lungo iter tra ospedali, infusioni, clisteri e compagnia cantante che dura tuttora. Un iter che, ciclicamente, a intervalli più o meno regolari, mi pone davanti a uno degli esami più umilianti, dolorosi e che più mette in discussione secoli di letteratura sulla concezione dell’uomo come essere dotato di dignità e diritti fondamentali: la rettocolonscopia.

Ho fatto la mia prima rettocolonscopia a 16 anni e mezzo. Per chi non ha dimestichezza con la materia, vado ad illustrare in cosa consiste. È un esame che prevede due fasi: nel giorno precedente, devi ingerire due litri di un bibitone atroce che renda completamente pulito e sgombro l’intestino. Poi, il giorno successivo, una simpatica equipe di gastroenterologi ti infila una sonda dotata di una piccola telecamera esattamente lì e si mette a commentare quanto appare sullo schermo, come davanti a un film di dubbio gusto. Di fatto è una metafora di che cosa sia la vita: tante persone che te lo mettono in quel posto. 16 anni e mezzo sono davvero troppo pochi per ricevere uno spoiler così significativo.

Dopo cinque anni di colonscopie e altri esami vari e con un quadro clinico che non suggeriva alcun progresso, un giorno di qualche mese fa mi hanno proposto una cosa nuova: il trapianto fecale. Sì, è esattamente quello a cui state pensando. Secondo le ricerche scientifiche degli ultimi anni, una delle strade più promettenti per trattare le malattie dell’apparato gastrointestinale consiste infatti nel trapiantare le feci di un soggetto sano nell’intestino di un malato. Questo trattamento permetterebbe di riequilibrare la flora intestinale del paziente e ha portato in molti casi alla riduzione dei sintomi di chi soffre di patologie legate all’intestino, quando non alla guarigione.

Fatto sta che un po’ di tempo fa mi sono presentato all’ospedale sostanzialmente per farmi mettere la cacca di un altro. Ovviamente, si trattava di feci lavorate, più che altro batteri, gentilmente offertemi da un “donatore”, come lo definiva solennemente il protocollo di ricerca a cui ho aderito. Mi sono quindi sdraiato sul lettino, sono stato addormentato e ho accettato il dono. Non appena sveglio, però, l’impulso era sempre quello. Comprenderete l’imbarazzo. Come fare la cacca per la prima volta, per giunta la cacca di un altro. Volete sapere com’è andata? Vado un secondo in bagno e ve lo racconto. Giusto cinque minuti, se non trovo occupato.

Luca Capponi
Luca Capponi
Classe 1998, scrive per non studiare e studia per potersi permettere di scrivere. Ama lo sport, il Sudamerica, i libri e i paesi che non esistono più. Ai prossimi mondiali tiferà Jugoslavia.
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