Attualità: Vivere il semaforo
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!

Vivere il semaforo

Prima di venire a contatto con la locandina del “Traffic light party” in programma mercoledì 9 ottobre alla discoteca K Urban Beach di Lisbona, non avevo la più pallida idea di cosa fosse un traffic light party.

Prima di venire a contatto con la locandina del Traffic light party in programma mercoledì 9 ottobre alla discoteca K Urban Beach di Lisbona, non avevo la più pallida idea di cosa fosse un traffic light party – e nemmeno un traffic party, uno stop light party, uno stoplight party. Pur nella sua grafica scadente, la locandina di ESN (Erasmus Student Network, l’associazione che organizza gli eventi Erasmus come questo ndr) è risultata piuttosto didascalica nello spiegare il concept della festa: all’ingresso ciascun partecipante riceverà uno sticker di un colore a scelta tra il rosso, il giallo e il verde, i tre usati sui semafori di tutto il mondo. Lo sticker rosso conterrà la scritta: “STOP! IN LOVE TAKEN!”. Quello giallo avrà come didascalia: “CAUTION! MAYBE BABY!”. Per lo sticker verde la scritta sarà invece: “GO! AVAILABLE SINGLE!”. Insomma, uno stop light party (adottiamo questa, ovvero quella scelta da Wikipedia, come dicitura ufficiale) è una festa in cui i partecipanti usano il codice cromatico dei semafori per esplicitare il loro status sentimentale.

I primi stop light party di cui si ha traccia risalgono alla fine degli anni ‘90, quando nella città universitaria di Albany, capitale dello stato di New York, il promoter Bill Kennedy lanciò l’idea di feste a tema in cui la condizione relazionale fosse associata ai colori del semaforo attraverso delle collane o dei capi di abbigliamento. L’esperimento era poi salito agli onori della cronaca nazionale statunitense intorno alla metà degli anni 2000 ed aveva trovato successo internazionale, soprattutto negli ambienti universitari. Il format semaforico è arrivato anche in Italia, dove però, almeno al meglio della mia conoscenza, è rimasto perlopiù confinato all’ecosistema Erasmus e non ha trovato una diffusione su vasta scala. L’unica traccia di uno stop light party non Erasmus che sono riuscito a trovare online è questo articolo del novembre 2017 in cui Vicenza Today segnala con commovente, algida puntualità la Traffic light night alla discoteca Custom, «un party per fare nuove amicizie». Ma non lasciamoci travolgere dalla voglia di movida autunnale a base di cocktail al gatto nella città del Palladio.

La diatriba filosofica è sotto gli occhi di tutti: quella degli stop light party è un’idea rivoluzionaria che facilità la vita in pista o una trovata ridicola che aumenta il coefficiente di squallore di serate già tristi per natura? La migliore dottrina oltranzista si rifà al filone giuridico che vede la dignità umana come dote indisponibile della persona e si scaglia contro la reificazione dei rapporti. E ancora, come si può leggere ad esempio in questo articolo su The Tab dall’emblematico titolo Traffic light parties are tragic, fa notare che il format impone un’agenda violenta alla serata, la quale si trasforma in un’arena adibita esclusivamente al rimorchio. D’altro canto la fazione realista argomenta che lo sticker rosso è un dispositivo pensato appositamente per salvaguardare i diritti di chi vuole godersi la serata senza attitudini bellicose, tenendolo al riparo (o quasi) dalle avances indesiderate. Inoltre, entrando nell’ottica di chi invece è armato per la caccia, il semaforo ha il grande merito di efficientare il sistema, eliminando la variabile “status sentimentale” dal computo di quelle che influenzano il risultato finale dell’azione. Personalmente, mi sento più vicino a questa seconda visione.

La prospettiva realista ci porta a parlare finalmente di strategia. Il segreto di Pulcinella della serata è che il bollino non indica lo status sentimentale dell’individuo che lo porta, bensì lo status sentimentale che l’individuo che lo porta vuole manifestare. Banalmente, alcune persone fidanzate potrebbero decidere di non precludersi alcuna possibilità e prendere un bollino giallo o addirittura verde: un comportamento che possiamo definire downgrading, usando come riferimento spaziale l’ordine verticale dei colori del classico semaforo a tre tempi. Questo comportamento, per quanto sleale, non minerebbe il codice della serata: decidere di “scendere” di uno o due colori, infatti, dimostrerebbe una netta predisposizione mentale a impersonare il colore scelto. Il bollino rifletterebbe il reale livello di propensione a fare nuove conoscenze, dunque questa pratica risulta trascurabile, non va temuta particolarmente nell’ambito delle valutazioni strategiche. Il discorso cambierebbe se l’obiettivo della serata non fosse solo una semplice conoscenza: di fronte all’eventualità concreta di un tradimento fisico, un individuo fidanzato che ha usato il downgrading potrebbe essere più incline a ripensamenti dell’ultimo momento.

Come insegnano le strade di Lisbona, dove c’è una discesa c’è anche una salita. L’aspetto più interessante dal punto di vista strategico è la possibilità di operare un upgrading, ovvero di “salire” di colore, millantando alcune remore – o una totale indisponibilità alle attività combinatorie. La manovra, a un primo sguardo controintuiva, gode in realtà di un certo fondamento scientifico, soprattutto per quanto riguarda i ragazzi. La diffusa credenza popolare secondo cui gli uomini impegnati risultano più attraenti è stata infatti recentemente confermata da uno studio di un’équipe di scienziati della University of St. Andrews e dell’Arizona State University, secondo cui ciò dipenderebbe da una tendenza generale a essere influenzati dalle opinioni degli altri. Un ragazzo potrebbe dunque salire di colore per mostrarsi più attrattivo, mentre è più difficile immaginare che l’upgrading possa aiutare l’esperienza delle ragazze, le quali si trovano spesso in una situazione iniziale di vantaggio competitivo (dettato dalla frequente asimmetria numerica nelle discoteche e più semplicemente da quel meccanismo sociale duro a morire per cui il corteggiamento nasce su impulso maschile) e rischierebbero di aumentare oltremodo la barriera all’approccio. Probabilmente l’upgrading femminile avrebbe senso soltanto per ragazze alla ricerca di una specifica nicchia di individui abbastanza sicuri di sé da provare a ribaltare le regole del gioco, convincendo della bontà delle proprie doti persino le meno disponibili. Per chi al contrario non ama i tipi eccessivamente cocky, invece, l’upgrading genererebbe una situazione di selezione avversa ed è quindi altamente sconsigliabile.

Fatte queste considerazioni, quale colore dominante c’è da aspettarsi?  Stamattina, venuto a sapere dell’evento, ne ho parlato con Betty, una mia amica attualmente in Erasmus a Valencia. Le osservazioni di cui sopra erano ancora a uno stadio rudimentale, ma a entrambi è venuto naturale considerare la scelta del giallo come la più razionale. In fondo lo scarto tra il verde e il giallo in termini di propensione a conoscere gente non sembra poi così marcato (al contrario credo che tra il giallo e il rosso ci sia un abisso in termini di percezione) e non dovrebbe essere sufficiente a spaventare potenziali partner interessati. In più, il bollino giallo valorizza la variabile dell’interesse personale con un messaggio del tipo: non cerco disperatamente compagnia, ma sono curioso di vedere se c’è qualcuno in grado di colpirmi. In questo senso, potrebbe essere addirittura più facile andare oltre la semplice conoscenza con un partner giallo anziché con uno verde. Poi ho iniziato le ricerche e mi sono imbattuto in un’intervista del 2005, in cui l’ideatore del format dichiara che nel locale di Albany che ha reso celebre gli stop light party, lo Sneaky Pete’s, il 90% dei partecipanti optava per il verde e il resto era diviso fra giallo e rosso. Al che mi sono ricordato che aldilà di questo breve periodo di studio all’estero, sia io che Betty viviamo a Roma, una città in cui per conoscere gente potenzialmente interessata a una relazione di qualsiasi genere c’è bisogno di applicare i dettami del Della Guerra di von Clausewitz. E allora mi sono detto che forse il nostro è un problema di mentalità, che all’estero e a maggior ragione in un contesto Erasmus, la stragrande maggior parte di chi frequenta una festa del genere è single, ha voglia di divertirsi e di fare nuove conoscenze senza troppe sovrastrutture. Pensare a tutto questo ha spostato le lancette dell’orologio alle 11 e 45: è arrivato il momento di andare incontro a Vittorio, mio fido compagno in questa serata al semaforo e convintissimo bollino verde.

***

Il K Urban Beach è situato, come quasi tutte le principali discoteche di Lisbona, sulla strada che costeggia il fiume Tago, tra Praça do Comércio e il ponte 25 de abril. La fermata della metro più vicina è quella di Cais do Sodré, capolinea della linea verde e del treno per Cascais, oltre che del traghetto che attraversa il fiume in direzione Cacilhas. Cais, d’altra parte, significa qualcosa come “banchina”, un luogo deputato all’imbarco e allo sbarco di cose e persone, e il Cais do Sodré, in quanto tale, gode storicamente di quella mistica malfidenza riservata ai luoghi che sono sempre passaggio e mai approdo. C’è voluta una canzone di Rodrigo, uno dei maggiori interpreti viventi di Fado, per convincere gli abitanti di Lisbona che il Cais do Sodré “não é só bares de prostitutas”. I bar, qualunque che sia la clientela, sono perlopiù riversati nella parte interna della zona, mentre sul cais non ce ne sono più tanti, se è vero com’è vero che il buon Vittorio non riesce a trovarne neanche uno per un’ultima birra lungo la via che porta all’Urban. In metro ha incontrato una ragazza italiana che lavora per ESN ma lei e il suo gruppo di amici decidono di raggiungere il locale con il tram, noi optiamo per una passeggiata.

Nel tragitto Vittorio parla a raffica. Mi racconta dettagliatamente della sua seconda lezione di surf, migliore della prima in termini di risultati per tre motivi – dice calcando la parola “tre” come se ci avesse già riflettuto a lungo e non vedesse l’ora di presentare a qualcuno la sua teoria – ma poi nell’elencarli non ricorda più il terzo e scoppia a ridere. Nel pre-serata, in un centro sociale ad Anjos, ha incontrato una ragazza ungherese che aveva baciato lo scorso weekend. L’ha ignorata per timore di finirci a letto nonostante non ne sia attratto e soprattutto per salvaguardare la nostra serata stop light. In metro, prima della ragazza italiana di ESN, ha incontrato anche un’altra ragazza conosciuta alcuni giorni fa, una polacca che lo ha invitato a bere al Bairro Alto. Lei sì che gli interesserebbe, ma di nuovo ha preferito rinunciare per tenere fede al nostro appuntamento. Vuole che io lo sappia, nonostante ciò non c’è in lui nessun cenno di vanità. È molto alto e molto magro, ha i lineamenti scavati, la barba, gli occhi e i capelli scuri. È anche piuttosto brillo e si nota, ma nello sproloquio etilico mantiene una certa dolcezza. Se non fosse un ragazzo in Erasmus che si appresta a entrare a uno stop light party, sarebbe un personaggio di Calvino.

L’impatto visivo con il K Urban Beach è particolarmente d’effetto. Nel campo di sabbia mista ad erba di fronte al locale, sono poste decine di paletti flessibili di circa due metri d’altezza, intorno ai quali si inerpicano fili di lucine non dissimili per costituzione da quelli che mia madre usa per addobbare il nostro vecchio, spennacchiato albero di Natale. Di tutte le cose che potrebbe richiamare alla mente, il loro rigido schieramento in colonne non fa che farmi pensare a un camposanto. In fondo, a ridosso dell’entrata, campeggia in caratteri cubitali e gialli, la scritta “URBAN BEACH”. È davanti a questo scenario che introduco per la prima volta a Vittorio l’argomento degli sticker, chiedendogli quanto pensa che verrà preso sul serio il codice della festa. Mi risponde che secondo lui non ci saranno neanche gli sticker, perché in questo genere di eventi il concept è solo una trovata pubblicitaria cui non si dà seguito sul serio. Siamo in orario e la fila per entrare è poca. Alla destra della passerella che porta all’ingresso principale ci sono tre ragazze di ESN dietro a un banchetto, distribuiscono i famigerati bollini. Vederli è rassicurante. Le ragazze si prodigano in una rapida illustrazione del format, dopodiché avviene la scelta. Vittorio, come ampiamente preventivato, non ci pensa un attimo: verde. Io opto per il giallo.

Di lì a qualche secondo succede una cosa che proverò a riportare con la massima sobrietà possibile: un buttafuori spaventosamente simile al Tom Cruise di Top Gun mi dice che non posso entrare perché non ho la foto sulla mia ESN card. A nulla vale la mia protesta basata sull’evidente coincidenza dei dati della mia ESN card con quelli certificati dalla Repubblica Italiana e dall’Unione Europea sulla mia carta d’identità, continua a ripetermi: «You don’t have the pic on the card, you can’t come in». Potrei partire con diverse violente invettive: contro tutto l’universo ESN, contro il burocratismo kafkiano, contro la categoria di lavori dipendenti riconosciuti come buttafuori. Basti invece sapere che la discussione dura ben poco e che, dopo alcuni minuti in cui con Vittorio (il quale non ha neanche preso in considerazione l’ipotesi di entrare senza di me) vagliamo la possibilità di trovare una macchinetta per fototessere nei dintorni, decidiamo di arrenderci alla sconfitta. Accompagno il mio compagno a rifocillarsi al Mc Donald’s, poi ci separiamo per tornare a casa. Le vie della Baixa, deserte come quelle dei centro città alle 2 del mattino di un giorno infrasettimanale, sono perturbate soltanto dal cambio dei colori dei semafori. Mentre le risalgo, penso che sarebbe un buon finale se questo fosse un film. Cosa che, ormai dovreste averlo notato, non è.

1/7

***

Alla luce del pesante inconveniente occorso mi sono molto interrogato sul destino di questo pezzo. Il giorno successivo ho provato a contattare Irma, la ragazza italiana di ESN che Vittorio aveva incontrato in metro e che aveva provato invano a intercedere per me durante lo svolgimento della tragedia, per sapere se fosse possibile ricevere dei dati sulla distribuzione dei bollini. Irma è stata molto gentile e si è proposta lei stessa di fornirmi un’intervista sulla serata, ma mi ha anche assicurato che il format sarebbe stato ripetuto molto presto, probabilmente già la settimana successiva, così, non senza difficoltà dettate dall’impazienza, ho deciso di aspettare per avere la possibilità di un riscontro empirico di prima mano.

Passati quasi due mesi senza l’ombra di uno stop light party, ho conosciuto Nadine, un’altra ragazza di ESN, e anche a lei ho posto la mia supplica. Devo esser sembrato molto accorato, o forse è stata solo una coincidenza, ma sta di fatto che a meno di una settimana dal nostro colloquio è stato annunciato per giovedì 5 dicembre un altro stop light party ESN, alla discoteca Art Lisboa.

***

L’Art Lisboa è un locale notturno situato esattamente di fronte all’Urban, sulla sponda interna della tangenziale che costeggia il fiume. È gergalmente chiamato solo Art, diminutivo a me già familiare perché usato anche per una discoteca romana, l’Art Cafè. Se quest’ultimo quantomeno prova a stare dietro al suo nome – tanto che nella descrizione su Google leggiamo: «Disco club che propone brani dance di successo e spettacoli live, con arredi classici in stile decadente» – l’Art Lisboa è un classico locale del peggiore respiro latino, pacchiano in modo esplicito, che si prende molto sul serio. Gode di un pessimo 2.1 / 5 su Google Maps e le ultime recensioni sono piuttosto esplicative. Samuel dice: «Aggressive security, bad service – a place to stay away from!», mentre Gonçalo non ha dubbi: «Pior discoteca de Lisboa em todos os níveis». Anche l’evento Facebook della festa non è particolarmente curato, si limita a riportare le informazioni principali sulla festa dando per scontata la conoscenza del format. Per concludere le note negative della vigilia, Vittorio ha dato la sua ferrea parola a un altro nostro amico e passerà la serata con lui al Bairro Alto. Nonostante i miei proselitismi, non sono riuscito nella disperata impresa di convincere qualcun altro ad accompagnarmi a una serata di giovedì sera all’Art. È da solo che, poco dopo la mezzanotte, prendo la metro verde in direzione Cais do Sodré e mi dirigo verso il secondo stop light party ESN.

All’ingresso la fila è spropositata rispetto alle mie previsioni. Una settantina di ragazzi e ragazze aspetta sul marciapiede con un mix alcolico di entusiasmo e docilità che li rende insensibili alla tortura più degradante dell’animo umano. Distaccata dal disordinato plotone c’è una schiera di generali fra cui riconosco Nadine, la quale mi sorride con una certa complicità, facendo crescere in me la sensazione che si sia attivata praticamente per organizzare questa nuova serata stop light. Vado a salutarla e quando esprimo la mia sorpresa per il numero di partecipanti mi illumina dicendo che quelli che vedo fanno perlopiù parte di un gruppo Erasmus venuto dalla Spagna in uno dei viaggi che le varie cellule ESN organizzano. Presto mi rendo conto che fra loro c’è una percentuale impressionante di italiani. L’unico passatempo possibile durante lo strazio dell’attesa è la conversazione che il tizio davanti a me in fila, con imprecisato accento del nord Italia, intrattiene con una ragazza che dice di essere di Udine. Di interessante in realtà c’è solo l’ennesima constatazione del fatto che tutte le conversazioniErasmus™ sono uguali in modo angosciante. Ci si chiede/ricorda da dove si viene, cosa si studia, in che università lo si studia, se si resta per uno o per due semestri, poi si fanno dei commenti stereotipati sulla lingua locale. Se le due persone impegnate nella conversazioneErasmus™ sono di nazionalità diversa, gli stereotipi si allargano ai due Paesi di provenienza, con la cucina a dominare la scena. Spesso uno dei due conosce un paio di parole nella lingua madre dell’altro, di solito sono parolacce. Questi pensieri nichilisti occupano i venti minuti che mi separano dall’ingresso, con il merito di scacciare l’incubo di un nuovo rimbalzo a causa dell’overbooking. Mostro con fierezza la ESN card dotata di fotografia al buttafuori, una fusione morfologica tra – mi assumo tutte le responsabilità di quello che sto scrivendo – Vin Diesel e Umberto Eco, e finalmento entro.

1/6

L’ingresso, come è tipico di questo genere di locali, è un vestibolo scuro e angusto, dove succede un numero di cose eccessivo in rapporto al tempo e allo spazio: un secondo buttafuori procede a un approfondito controllo con il metal detector, poi consegna una card atta a consumare all’interno del locale mettendo in guarda che lo smarrimento della stessa è punito con una multa da 100 euro, infine un omino di ESN procede alla consegna del bollino. Ancora una volta mi censuro sui buttafuori e sulla policy della card (scientificamente pensata per sfruttare un particolare tipo di denomination bias, ovvero la maggiore propensione al consumo attraverso metodi di pagamento alternativi alla cosiddetta “moneta legale”, i soldi fisici) ma sulla modalità di consegna dei bollini è invece bene soffermarsi. Innanzitutto il luogo e il momento in cui avviene si incrociano nella precisa combinazione spazio-temporale in cui è in assoluto più difficile prendere decisioni razionali. Il che non sarebbe un problema se la strategia fosse già studiata prima di entrare, ma questo è il momento delle osservazioni empiriche e le facce che mi circondano non sembrano quelle di preparati strateghi. L’unica speranza è che, essendo in trasferta, i miei commilitoni abbiano avuto la curiosità di cercare l’evento Facebook della serata in programma e che a quel punto abbiano pensato alla scelta del bollino.

Secondo appunto, non meno importante: la domanda posta dall’omino dei bollini è un caso palese di quelle che negli ordinamenti giuridici di common law si chiamano leading questions, domande tendenziose. Senza alcuna illustrazione sulla funzione dei bollini, l’omino non pone una domanda aperta mostrando le tre possibilità, bensì chiede – «Estas solteiro?» – Sei single?, porgendo il foglio plastificato con i bollini verdi. È evidente il motivo per cui le leading question sono vietate nei processi fondati sulle testimonianze dirette: perché non sono neutre nella forma, anzi suggeriscono una risposta. Dovrebbero, dunque, essere vietate anche al momento della scelta del bollino negli stop light party. Infine, l’utilizzo del verbo estar anziché di ser presuppone che la condizione dell’essere single sia temporanea e non continuativa. Quello che dal punto di vista strettamente grammaticale sarebbe un errore, in questo caso si trasforma, volontariamente o no, in un dispositivo che spinge alla pratica del downgrading: se pure non sei single nella vita, puoi esserlo transitoriamente, qui ed ora, in questa notte che tutti-vogliamo-sia-indimenticabile. Penso di non fare un torto a nessuno mutuando lo slogan dell’altra associazione Erasmus presente qui, Erasmus Life Lisboa, il quale recita un apodittico NO REGRETS.

Nel locale la scelta musicale è sciatta come prevedibile. Più che un dj sembra esserci in console lo Spotify Wrapped con i brani più ascoltati negli ultimi vent’anni dai fratelli maggiori dei presenti in sala, una selezione che va da Asereje a The Lazy Song, fino a raggiungere il suo zenit con una versione house di We are the champions. E d’altra parte, comprensibilmente, non sembra che i partecipanti pretendano più ricercatezza. Provo a molleggiare in pista cercando di nascondere il più possibile il mio essere solo e del tutto sobrio a persone cui comunque non sarebbe interessato.

La prima osservazione boots on the ground è svilente: le luci stroboscopiche violacee sparate in pista falsano completamente la percezione dei colori dei bollini. Mentre fisso in modo equivoco ragazzi e ragazze cercando di decifrare la loro scelta mi sento un idiota per non aver pensato prima ai problemi di visibilità, fra l’altro aggravati dall’assenza di convenzioni condivise sul punto del corpo su cui piazzare il bollino, che rende necessario anche un previo, approfondito screening. Arrivato a questo punto però, i sogni di efficientamento del sistema sono svaniti da un pezzo – almeno dalle prime storture del sistema, all’ingresso – e non nego un certo sadico piacere nel notare che l’effetto delle luci, più che confondere la percezione, la altera in senso scurente. Ho provato a usare un miscelatore di colori online, che pur non essendo in grado di cogliere le sfumature stroboscopiche rende abbastanza l’idea: mescolando un giallo e un viola accettabilmente simili a quelli del bollino e della luce otteniamo il #c77f7f, composto al 78% da rosso sulla scala RGB dei colori primari; ripetendo lo stesso esperimento sul verde, il risultato è #727f7f, in cui la componente rossa primeggia con il 34,5%.

Sarà per questi problemi cromatici, sarà per la presenza di un gruppone di persone che si conoscevano già fra loro, le prime due coppie che vedo formarsi mi sembrano costituite da quattro bollini rossi. La festa scorre a ondate di fomento, con momenti di risacca coincidenti con i punti di minimo del dj, in cui comunque resto saldamente in pista alla ricerca di dati. Fra i non Erasmus ci sono diversi personaggi interessanti: un uomo sulla cinquantina, nero, forse angolano, pesantissimo, l’unica persona insieme a me venuta da sola alla festa, balla muovendo il busto lateralmente e flettendo alternativamente le braccia, non indossa bolini; due donne brasiliane che devono aver superato i 30, il tasso alcolemico di non ritorno e anche il regolamento della serata, visto che indossano entrambe il bollino verde ma fulminano con lo sguardo chiunque si avvicini loro; alcune persone di natura molto varia accomunate dall’essere recintati in una sorta di privè in fondo alla pista e probabilmente dall’aver assunto droghe pesanti. Lo schema della festa è ormai definito, con i sottogruppi degli Erasmus dalla Spagna molto carichi ma altrettanto chiusi e incestuosi, e gli altri ragazzi a sondare le loro scarse possibilità con tutte le poche ragazze rimanenti. La discoteca inizia progressivamente a svuotarsi e il ruolo già secondario degli sticker viene via via a perdersi. Vederli giacere esanimi sul pavimento sudicio della pista conferisce loro una dignità artistica, oltre che una vena dolce di malinconia. È un italiano con tutti e tre i bollini in fronte che decreta simbolicamente la morte dell’utopia. Ricordo di aver visto una foto simile a corredo dell’articolo di The Tab contro gli stop light party e di aver pensato che sono tutti questi comportamenti devianti, da guastafeste, a vanificare lo sforzo efficientatore.

Mentre torno a casa mi chiedo se per i miei intenti di ricerca sociale parascientifica lo zero sia un risultato rilevante e soprattutto come prendere il fatto che a tante speculazioni accurate sia seguita una realtà così trascurata e indifferente. Mi viene in mente una frase di Hegel che devo aver sentito in qualche lezione universitaria dei primi anni e che di tanto in tanto cito più o meno a sproposito: “(Se i fatti non si accordano con la teoria) Tanto peggio per i fatti”. Ho fatto una rapida ricerca per trascriverla correttamente ed è venuto fuori che la frase non è mai stata scritta da Hegel, che l’avrebbe pronunciata come battuta orale in riferimento a una questione astrologica. Arrivato nel gennaio del 1801 a Jena, il filosofo tedesco dovette, per ottenere l’abilitazione all’insegnamento universitario, pubblicare e discutere una tesi, la Dissertatio philosophica de Orbitis Planetarum, in cui asseriva con assoluta certezza e sulla sola base di calcoli aprioristici che non ci sarebbe potuto essere nessun altro pianeta tra Marte e Giove. Solo qualche giorno prima del trasferimento di Hegel a Jena però, e più esattamente il giorno di Capodanno del 1801, l’astronomo italiano Giuseppe Piazzi aveva scoperto un corpo celeste proprio tra Marte e Giove, e lo aveva chiamato Cerere. È così che, provocato sull’argomento, Hegel avrebbe pronunciato la frase di cui sopra, che in tedesco è: (Wenn die Tatsachen nicht mit der Theorie übereinstimmen,) um so schlimmer für die Tatsachen. Circa mezzo secolo dopo, il pianeta Cerere si rivelò in realtà un asteroide.

Come riporta la pagina Wikipedia dedicata alla frase, la prima attestazione certa è in lingua inglese e risale al 23 novembre 1859, in una lettera scritta a Charles Darwin da suo fratello, Erasmus.

Cosimo Rubino
Cosimo Rubino
Cosimo Rubino è nato nel 1997 e vive a Roma. È laureato in Scienze della Politica. Dichiara di perseguire la razionalità perfetta ma tifa Roma.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude