
Io e Aristotele non ci siamo mai capiti. Se tento di fare il vuoto attorno a me, ho discrete probabilità di successo. Aristotele invece, magari ci metteva poca convinzione, non c’era verso, non riusciva. Iniziava a far posto, creava un vuoto… niente, durava solo pochi istanti. Qualcuno o qualcosa si precipitava a colmare quel vuoto. Perciò, secondo Aristotele, «la natura aborre il vuoto».
Aborre, chissà chi ha deciso di tradurlo così. Non era meglio «alla natura non piace il vuoto»?
— Perché tu lo sappia, mi ha detto un amico molto sapiente, è stato scientificamente dimostrato che Aristotele aveva torto.
— Ma va? Bisogna che lo dica al prof di filosofia delle superiori. «Prof, bisogna che gli dica, si metta l’animo in pace. È scientificamente dimostrato che Aristotele era un minchione».
— E chi l’avrebbe dimostrato?, mi domanderà.
— Evangelista Torricelli, c’è bisogno che risponda. Evangelista Torricelli ha dimostrato l’esistenza del vuoto e, come primo corollario, che Aristotele era un minchione.
— Ma lèvati, dirà il prof.
La natura non aborre il “vuoto torricelliano”. Solo che dopo, un altro amico molto sapiente, anche più del primo, mi ha detto che è stato scientificamente dimostrato che il vuoto torricelliano non è del tutto vuoto. C’è della materia in mezzo.
L’universo è un po’ come il vuoto torricelliano. Ci sono i pianeti ma è quasi tutto vuoto. Anche i pianeti sono più vuoti che pieni. E quelli pieni, tipo la terra, sono fatti di materia che però, come tutti sanno, la materia è fatta per lo più di vuoto.
Che anche lì, quel Democrito: prendi la materia, falla a pezzi, prendi l’atomo… vuoto, o quasi, c’è il nucleo e poi tutto vuoto.
Ma la cosa più sconvolgente l’ho saputa da un fisico. Mi ha detto questo fisico che nella meccanica quantistica il vuoto viene descritto come un nulla attraversato da fluttuazioni energetiche. Il fatto sconvolgente è che queste fluttuazioni producono materia. Cioè, in definitiva, è come se il vuoto producesse materia. Perché il vuoto non è del tutto vuoto, come diceva il mio amico sapiente, sembra vuoto ma non lo è, è un ribollire di particelle, è un continuo creare e distruggere particelle. Solo che le particelle vengono create e distrutte a una tale velocità che si fa fatica a stargli dietro. Ecco perché il vuoto sembra vuoto anche se non lo è.
È un serbatoio e dentro questo serbatoio c’è tutto quel che è stato, è, potrebbe essere. Una specie di dimensione nascosta in cui ogni centimetro cubo di vuoto contiene più energia di tutta la materia dell’universo.
Si può anche stimolarlo, il vuoto. Stimolare il vuoto significa, in un certo senso, aprire il serbatoio, svelare la dimensione nascosta, creare. Secondo me, se uno ci pensa, questa dimensione nascosta ricorda da vicino l’inconscio collettivo di Jung. Tiro in ballo Jung perché mi piace pensare al vuoto come ad un serbatoio di energia che, una volta stimolato, avvia un misterioso processo di esplicazione della coscienza dell’universo. Perché mi sembra interessante, da questo punto di vista, provare a smontare il concetto di vuoto come metafora del nichilismo.
Non so se Jung c’abbia mai pensato. David Bohm sì: «in profondità, la coscienza del genere umano è una sola ».
In oriente lo danno per scontato. Il vuoto, in oriente, è la condizione di possibilità di tutti gli eventi. Vuoto nel senso di massimamente pieno. Vuoto nel senso di concetto nascosto che si esplica con l’esperienza. E l’esperienza è la pratica del vuoto. E la pratica del vuoto è la condizione del vuoto produttivo nella mente e nel corpo.
Ora io, se ci penso, non so se sono pronto a fare questo tipo di esperienza. A me sembra di avere le carte in regola ma la verità è che vivo in una realtà che non è pronta a digerire il vuoto. L’esperienza del vuoto, oggi, provoca nevrastenie, diventa patologia.
Per esempio, da wikipedia: «la bulimia è un disturbo del comportamento alimentare, per cui una persona ingurgita una quantità di cibo esorbitante per poi ricorrere a diversi metodi per riuscire a non metabolizzarlo e, quindi, ingrassare. Cioè chi soffre di bulimia si trova costantemente di fronte alla scelta fra pieno e vuoto. Allora in un primo momento divora il cibo per colmare un vuoto inaccettabile. Subito dopo però il cibo diventa un pieno anche lui intollerabile, un “altro da sé”, diciamo, che va eliminato».
È come se questa società non sapesse fare esperienza del vuoto se non attraverso l’uso distruttivo del corpo. Invece il vuoto dovrebbe essere una condizione di possibilità sempre sul punto di realizzarsi. Così chiunque potrebbe farne esperienza, digerirlo in tutta tranquillità e finalmente servirsi del corpo per trasformarlo nel luogo in cui la dimensione nascosta, la coscienza collettiva, si manifesta.
Il gesto è così importante proprio per questo motivo. Mica vero che non facendo nulla si ottiene il vuoto. Questa cosa l’ho capita guardando un video in cui Antoni Tàpies esegue un lavoro stupefacente su due pannelli enormi. L’arte arriva prima, sempre.
L’arte non è nel contenuto ma nel modo, o, se volete, nel contenuto metafisico. Nell’arte il gesto serve a togliere qualcosa, così come la cultura serve a togliere nozioni dal cervello. Accumulare nozioni non è cultura. Nell’arte il vuoto è l’essenziale, vale a dire ciò che non può venir meno, ciò che resta dopo che è stato tolto tutto quello che si poteva togliere, il minimum, l’origine.
Diceva Antoine de Saint-Exupery: «La perfezione si ottiene non quando non c’è altro da aggiungere, ma quando non c’è altro da togliere ».
Ottenere questa perfezione è una roba complicatissima. Anche solo avvicinarsi a questa perfezione… ci vuol proprio un genio, cioè un io senza enfasi. Perché per arrivare all’essenza dell’arte, al vuoto, per svelare la dimensione implicata, è necessario accettare un io a bassissima intensità, un io depotenziato. L’assoluto è più visibile nel vuoto come l’irrappresentabile è più visibile nel rappresentato. Che infatti è imperfetto e inadeguato a simboleggiare il tutto, cioè il vuoto (da cui proviene). Con buona pace dell’io di Aristotele e di quello del prof di filosofia.
Illustrazione a cura di Angelo Montanari.