Chi è Donald Trump? Chi si interessa un minimo di politica USA ne avrà sicuramente sentito parlare, ma negli ultimi giorni (ma anche ultime settimane ed ultimi mesi) il nome di Trump rimbalza su periodici e riviste (ha fatto il pieno di copertine in America, una su tutte Time, se ne è parlato un po’ meno qua in Italia, dove Il Foglio però ne ha scritto molto). A far esplodere il discorso sull’attuale candidato alle primarie per il partito repubblicano (che si terranno nel novembre del 2016), è stata un’infelice osservazione che l’imprenditore ha riservato, a lato del dibattito sulle primarie repubblicane su Fox News, alla moderatrice Megyn Kelly. Non nuovo a pesanti affermazioni sulle donne, cose che la stessa Kelly gli ha fatto presente durante l’intervista, la sera successiva al dibattito, ospite della CNN, Trump ha detto di come non rispetti la Kelly come giornalista e di come la ritenga assai sopravvalutata; fin qua nulla da segnalare, giudizio personale che certo non necessita di essere censurato. Irrefrenabile come a suo solito però, l’imprenditore newyorchese non ha resistito al suo istinto più ciarlone e ha continuato a parlare della Kelly per dire che nella povera giornalista «blood coming out her wherever» (qua il contributo video), a sottolineare come l’acidità della Kelly fosse dovuta ad un presunto ciclo mestruale (goffo il tentativo, nei giorni successivi, di dire che si riferiva al sangue dal naso e non al ciclo mestruale, non sarebbero state un po’ più efficaci delle semplici scuse?).
Dopo questa dichiarazione il blogger Erick Erickson ha ritirato l’invito per il suo evento in Georgia a Trump e proprio a partire da questo fatto Trump si è lanciato ancora una volta, tramite Twitter, contro il politically correct che secondo lui sta uccidendo gli Stati Uniti, questione assai cara al candidato repubblicano che più volte si è scagliato contro la sua egemonia. È evidente a tutti il fatto che questa questione stia un po’ sfuggendo di mano (esempio freschissimo, la polemica sul titolo di “master” dei professori di Yale, scorretta perché portatrice di un’idea di dominio che richiama la schiavitù degli afroamericani), ma nello stesso tempo, scagliarsi contro il pol. corr. non può diventare un metodo per dar voce a qualsiasi tentativo di insulto e presa in giro, anche perché, non scordiamolo mai, ciò che ci diceva Moretti resta sempre attuale: «le parole sono importanti» e il rischio di cadere nel becerismo incontrollato da parte di figure pubbliche è sempre dietro l’angolo, se non già accaduto.
Detto questo, di seguito alcune sfaccettature della figura del candidato repubblicano Donald Trump.
Fuga verso l’alto
C’è chi si accontenta, lasciando la vita terrena, o meglio se ne accontentano i familiari, di mantenere un ricordo nella sua città (se poi si parla di grandi personaggi in più città), prestando il suo nome ad una via, una piazza, uno stadio, un palazzetto, insomma a qualcosa a cui la città tiene e dà un nome. C’è poi chi, grazie a mezzi che non devono per forza essere l’amore della città o della popolazione nei suoi confronti, installa nella città, costruisce all’interno del tessuto urbano, dei monumenti che hanno il suo nome, o quello della sua famiglia. Da un proprietario di una delle più ricche multinazionali, lascito del padre Fred Trump, che si occupano di affitti, resort di lusso e appartamenti a cinque stelle, non ci si può che aspettare qualcosa che appartenga al secondo gruppo di immagini. Lo stravagante Trump conta nel suo patrimonio (stimato in quasi 3 miliardi di dollari) anche due (due! non uno!) grattacieli a New York: la Trump Tower, inaugurata nel 1983, alta 202 metri e adibita soprattutto ad uso commerciale, residenza di Trump che occupa l’attico di tre piani in cima alla torre, e la Trump World Tower, 72 piani per 262 metri, 300 milioni di dollari di costo, settimo grattacielo di New York e tra i primi cinquanta del mondo. Un desiderio di spiccare il volo, di toccare il cielo, specchio di una personalità rampante e mai sazia, ma soprattutto sempre tronfia.
Piccola curiosità: la Trump Tower compare, e spicca, nello skyline di GTA IV.
Wrestling
Per chi non lo sapesse, Donald Trump ha anche calcato i pavimenti e i ring della WWE, tanto che nel 2013 il sito ufficiale della WWE ha ufficializzato l’ingresso di Trump nella Hall of Fame, tra i vari Hulk Hogan, Steve Austin, Ric Flair ecc. Ricordo che c’erano dei momenti nelle trasmissioni settimanali della WWE in cui la noia prendeva il sopravvento, ed erano quei momenti in cui arrivavano due o più babbioni che iniziavano a sragionare sul ring, osannati o insultati dal pubblico: parole parole parole e nessun combattimento. Ecco, Trump era uno di questi. Famoso nel mondo del wrestling per un feud con Vince McMahon, proprietario della WWE, che culminò in un combattimento a cui non presero parte i due vecchiardi (ci mancherebbe!), ma due atleti che li rappresentassero (qua la lunga agonia in cui i due firmano il contratto): a Wrestlemania 23, nel 2007, in quella che fu rinominata Battle of Billionaires, si sfidarono Bobby Lashley in rappresentanza di Trump (che vinse) e Umaga per McMahon. Tra l’altro i due si giocarono anche i capelli, tant’è che McMahon finì pelato in quanto perdente. Trump non combatteva ma aveva una sigla di ingresso degna della sua personalità, dal fantasioso titolo di Money, Money, Money; eccola:
The Apprentice
Come si sa, dagli Stati Uniti si importa tutto, soprattutto in televisione. Che sia bello o brutto, neanche lo si pensa, si pensa solo che replicherà il successo che ha avuto oltreoceano senza considerare quanto una cosa brutta negli Stati Uniti lo possa divenire in Italia. Qualcuno già lo saprà, ma quell’obbrobrio di The apprentice, condotto da un suadente e splendente Flavio Briatore, nasce negli Stati Uniti, presentata ovviamente da Donald Trump, che riveste, neanche a dirlo, anche il ruolo di boss a cui rendere conto. I concorrenti lottano per ottenere un posto in una delle organizzazioni di Trump e si fronteggiano a colpi di sfide manageriali. Solo uno ne uscirà vincitore e quello guadagnerà un sacco di soldi e chissà, un giorno potrà diventare come il suo idolo, il nuovo Donald Trump (che ricordiamolo, deve gran parte della sua notorietà alla televisione).
“Sex and the City” and Donald Trump
Poche righe ma che in ogni caso meritano di essere spese. Trump è un uomo poliedrico, pieno di attività, non ultima quella di attore/comparsa, attività che lo ha visto apparire sugli schermi sia della televisione che del cinema, dove ha avuto cameo e piccole battute. A partire da I fantasmi non possono parlare, passando per Piccole canaglie, Funny money. Come fare soldi senza lavorare (titolo importante) e Two weeks notice – due settimane per innamorarsi. Ma quelle che a me sono sembrate più simpatiche sono l’apparizione nella fantastica serie televisiva La Tata (che purtroppo non sono riuscito a ritrovare online), quella nella serie Sex and The City (anche qui sono riuscito a trovare solo qualche immagine dal red carpet su Youtube) e soprattutto, dulcis in fundo, il ruolo da concierge nell’albergo in Mamma, ho riperso l’aereo – Mi sono smarrito a New York, che, meritevole di visione, possiamo vedere qui:
La candidatura
Qualche giorno fa in Alabama, a Mobile, Donald Trump ha riempito uno stadio da football, si parla di un numero di persone oscillate tra i ventimila e i trentamila (ecco qua la bolgia), non male per un candidato che cade sempre in fallo, tra battute sessiste, rigurgiti razzisti e via dicendo. Il 16 giugno, quando ha annunciato ufficialmente alla nazione la sua candidatura, ovviamente in un evento presso la Trump Tower, ha attaccato il presidente Obama (di cui pretende certificati di nascita e amenità varie), il terrorismo islamico e la Cina, sottolineando come l’America necessiti di un grande leader per tornar grande e quel grosso leader potrebbe essere, guarda caso, proprio lui. Quello che all’inizio sembrava solo un outsider, uno showman che aveva avuto lo schiribizzo di gettarsi in politica, vola nei sondaggi ed è davanti a tutti gli altri sfidanti repubblicani. L’evento in Alabama è stato importante perché ha mostrato, a chi ancora non lo avesse capito, la strategia di Trump, il suo completo disprezzo nei confronti di coloro che lo etichettano come un pagliaccio televisivo. E Trump gioca con questa idea che la gente ha di lui, non è un caso il suo arrivo spettacolare, con il suo Boeing che ha sorvolato lo stadio, le prime note di Sweet home Alabama ad accogliere il suo ingresso, le continue battute sarcastiche dirette ai suoi avversari e le espressioni arroganti verso anche gli stessi sfidanti repubblicani. È inoltre importante anche la tattica per conquistare i paesi del Sud, con la sua politica anti immigrazione, culminante nella folle idea di costruire un muro con il Messico. «Abbiamo dei politici che non sanno cosa fare. Sono tutte parole, niente azione. Lo stato in cui hanno ridotto l’America è una cosa da disgraziati» Questo ha detto Trump durante il suo discorso, mostrando come la sua politica superi le divisioni dei partiti e si possa riassumere in un attacco contro tutto il sistema, contro tutta Washington, e il popolo possa trovare proprio in lui l’uomo del destino, colui che può far tornare l’America a prosperare.
Communication is my only obsession
Nello stesso tempo però Trump è uno che non sempre si prende sul serio ma che gli altri prendono sul serio, è l’immobiliarista ricco e sgargiante, un tamarro e nello stesso tempo un candidato presidenziale, insulta le donne con battute da bar di peggior specie e le coccola promettendo vite da nababbi (due nomi: Lady Diana e Heidi Klum). La domanda più importante che nasce è la seguente: questo uomo che sta domando l’intero circo elettorale è un’eccezione oppure un nuovo modo, magari anche definitivo, di presentarsi al pubblico? L’unica cosa evidente è che Trump non ha nessun talento politico, ma ha un grande tempismo, quello che gli ha permesso di essere circondato da un pubblico orante. Solo una riflessione per ora è possibile, ed è una riflessione che si ferma sul linguaggio di Trump: un linguaggio scioccante, spaccone, che allarga i confini del linguaggio politico inserendovi le stesse parole che troviamo leggendo ogni giorno le bacheche di Facebook, Twitter e dei blog che trattano di politica. Dire che John McCain, prigioniero in Vietnam ai tempi della guerra, non è un eroe perché gli eroi non si fanno catturare è un livello di discussione basso ma popolare, un meccanismo che in ogni caso riesce ad accaparrare se non voti, almeno simpatie. È proprio il suo essere anti-sistema ciò che lo fa ammirare, ma si tratta di quell’anti-sistema ridicolo e inesistente perché vigente dentro il mondo che Trump dice di combattere ma che è lo stesso in cui lo stesso vive e vegeta. Che si tratti di una rivoluzione globale del linguaggio dei politici è forse ancora presto per dirlo, ma l’abbassamento del discorso e l’avvicinamento al discorso comune è sicuramente un’evidenza da indagare.