Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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lucadanteortolani
15 Dicembre 2013

Sora nostra morte corporale

Avete mai visto la morte? L’avete mai vista da vicino? Avete mai avuto la sensazione che
indisturbata vi fosse passata accanto? Ho idea che se quella signora si conoscesse bene, avrebbe
paura di se stessa, ma purtroppo, lei, si ignora.
 
Io l’ho vista la morte. Ne ho viste varie facce. L’ho sentita così vicina da pregare, come un
condannato che ha i fucili puntati contro. Poi l’ho osservata, mentre di colpo strappava l’anima ad
un uomo che avevo appena conosciuto, ed infine l’ho implorata, quando lentamente si portava via
una persona a me cara.
 
Bene, ogni volta che l’ho incontrata, ogni maledetta volta, la signora che tanto temiamo, ha lasciato
in me qualcosa di buono, certo anche il dolore nel ricordo, ma nello stesso tempo, la “beffarda”,
ha esaltato in me la percezione e il valore delle cose. Il valore delle persone care ad esempio: che
non ti mancano mai così tanto, quanto nel momento in cui non ci sono più; il valore del tempo:
che inesorabile passa e sempre più velocemente lo fa per quelli che non lo apprezzano; ed infine il
valore della vita e del suo affascinante mistero.
 
L’ho odiata la morte… quel giorno che l’ho vista rubare l’aria dalla bocca di mia nonna.
Lentamente se la portava via… lentamente… ogni suo respiro era sempre più affannato, più
affaticato, con quel ritmo, spezzato da una pausa sempre più lunga.
 
Era lei, sono sicuro, stava lì, seria, tranquilla, faceva il suo lavoro, con freddezza. Mica se ne
preoccupava lei di mia nonna, faceva il suo lavoro, come fan tante persone che nella quotidianità,
nella routine del proprio mestiere, non pensano nemmeno a quello che fanno.
 
L’ho osservata da vicino, la morte, quella volta che in crociera sul Reno in Germania, guardavo
un vecchio che come me stava sulla prua del battello a godersi lo spettacolo. Eravamo seduti sulla
stessa panchina, posta proprio sulla punta estrema della prua. Sono sicuro che l’armatore di quel
battello l’aveva messa lì per lui quella panchina, tanto era bello godersi da quel punto il risalire del
fiume.
 
Godevamo insieme del vento e del sole sul viso e negli occhi avevamo lo scorrere di uno spettacolo
stupendo. Le sue mani erano aggrappate al mancorrente che era posto lungo il bordo del battello
e tenendosi contrastava l’ondeggiare della barca. Io, le mie, le avevo adagiate sulla panchina,
portandone una dietro la schiena di Dory che era seduta alla mia destra.
 
Era lì, incantato, il vecchio, con quello sguardo sognante e impassibile, sembrava nemmeno battere
ciglio. Io lo avevo notato anche prima, perché quando sentendolo parlare mi accorsi che era tedesco,
mi trovai a chiedermi, come facevo quasi sempre: “chissà come ha vissuto l’epoca nazista? Chi era?
Che faceva?” era più forte di me. Magari quell’uomo nel suo passato era stato uno dei più spietati
soldati delle S.S., o magari era stato l’addetto delle così dette “docce”. Non ne avevo il diritto, lo
so, ma non sono mai riuscito ad immaginare nemmeno lontanamente come si può vivere col peso di
milioni di anime sulle spalle. Certo, lei, la morte lo sa bene, anzi a pensarci meglio, forse lo ignora
totalmente.
 
Insomma era lì quel vecchio, vicino a me, quando all’improvviso vedo le sue mani allentare la presa
e lentamente il suo corpo ondeggiare sempre più pericolosamente verso sinistra. Non compresi da
subito cosa stesse succedendo, quel viaggio era così bello, così magico.
 
Poi di colpo, l’urlo di una donna seduta affianco al vecchio spezzò l’incanto. Non so cosa gridò, ma
immagino qualcosa tipo: “Papà!”.
 
Cosa successe a quel vecchio non lo seppi mai, forse il caldo, il peso degli anni. Dory era così
spaventata che si alzò di scatto e scappò via, era terrorizzata. Io vedendo il povero vecchio già
assistito dalla figlia e da altri parenti, d’istinto, mi preoccupai per Dory e la seguii.
 
La morte! Se ne frega la morte del Reno, del vento, del sole. Era lì. Pure lei si teneva al mancorrente
e aspettava solo quei pochi secondi che mancavano al momento giusto. Fredda e puntuale! Ne un
secondo di più ne un secondo di meno.
 
L’immagine di quel vecchio è rimasta per sempre nei miei ricordi. Spesso, sdrammatizzando, mi
son detto che forse non era poi tanto male morire in quel modo, certo era meglio di tanti altri molto
più bruschi e dolorosi. Ma quello che più mi lasciò il segno di quella toccante esperienza, fu senza
dubbio il lato inaspettato della cosa. La signora ignora cosa facciamo nella vita o a che punto della
vita ci troviamo, se ci sono cose in sospeso, se non è il momento giusto, non gliene importa niente.
Lei arriva, prende e via.
 
La prima volta che la incontrai, la signora, è stato in uno dei luoghi che lei più frequenta. Anzi sono
sicuro che per quel luogo lei, ha pure il cartellino. Segna l’ora d’entrata e d’uscita.
 
Tutto successe quando diversi anni fa dovetti subire una piccola operazione chirurgica e fui
ricoverato in un ospedale. Avevo poco più di vent’anni. Ero già stato operato e tutto era andato per
il meglio, di lì a qualche giorno sarei stato dimesso. Certo ero ancora a letto, ma giusto per il tempo
necessario al rimarginarsi dei punti di sutura.
 
Era sera e probabilmente guardavo qualcosa in tv, quando da fuori il corridoio, si sentì il rumore
inconfondibile di una barella che si avvicinava alla mia stanza. Un’ora inusuale per un ricovero,
pensai, e immaginai dovesse trattarsi di un’emergenza.
 
Entrò un infermiere che tolse i fermi all’anta fissa della porta e la aprì dando modo all’altro suo
collega di spingere la barella all’interno della stanza. In effetti vicino a me c’era un posto vuoto,
non avevo dubbi quindi che da lì a poco avrei avuto un compagno di stanza.
 
Si trattava di un vecchio. Il poveretto aveva appena avuto un incidente con la macchina, si vedeva
che era molto scosso, ma pur cercando ferite, tagli o segni evidenti dell’impatto, non vidi niente.
Gli infermieri, alzando la voce, probabilmente perché sapevano che il vecchio ci sentiva poco, gli
spiegarono che lo avrebbero tenuto in osservazione e che in pochi minuti sarebbero arrivati i suoi
parenti.
 
Era ancora vestito con i suoi panni, trasandati, forse sporchi di lavoro di campagna, ma
probabilmente aveva freddo perché dopo aver sprimacciato il suo cuscino, si era ficcato con tutta
la testa sotto le lenzuola. Non ci parlai subito, ho sempre avuto difficoltà nell’approcciare con le
persone. Lo osservavo, e mi faceva tenerezza, perché in quello sguardo si vedeva la paura. Non so,
ma quel ficcarsi sotto le lenzuola, mi dava come l’idea che si stesse nascondendo o proteggendo.
Come un bambino, che sotto la sua piccola capanna di lenzuola crea il suo mondo, dove nessuno
può entrare.
 
Pochi istanti e arrivò un’infermiera, grossa, con due braccia forti di quelle che fanno paura. E
non smentì il suo aspetto quando con un atteggiamento protervo ed a voce alta, e non perché il
vecchio sentisse poco, ma alta di suo, insomma senza il timore di essere ascoltata dagli altri degenti
e alla faccia della riservatezza, chiese al vecchio: “ti devo cambiare. Mi hanno detto che te la sei
fatta sotto.” Il vecchio ancora sgomento, grugnì qualcosa con lo stesso tono alto e come a dire
“cosa?” . Lei, l’infermiera, per farsi capire bene, quasi scandendo le parole, aggiunse “ti sei pisciato
addosso!” il vecchio allora imbarazzato, abbassò il volume della sua voce e ciangottando gli rispose
“ah… si… ecco…”. Fu terribile, nessun rispetto, nessun minimo sentimento. Ero atterrito.
 
Quando l’infermiera finì il suo lavoro con altrettanti modi poco gentili, che non sto qui a
descrivere per non sembrare esagerato, mi sentii di dover fare qualcosa. Non ce la facevo a vederlo
 
così, inerme, solo. Quindi feci quello che di solito fan tutte le persone che hanno difficoltà ad
approcciare. Esordii timoroso con una frase scontata. “Ha avuto un incidente?” e lui subito, ma
lentamente “Si… ma… non ricordo niente… stavo andando a comprare il vino…” pian piano nel
suo racconto vago e nelle mie domande scontate, lo vidi cambiare atteggiamento.
 
Non lo so, ma forse in me trovò quella voce amica che dall’incidente fino a quel letto, non era
riuscito purtroppo a trovare.
 
Il tempo passava, e nei discorsi più disparati avevamo ormai preso confidenza, ma nessun parente si
era ancora fatto vedere. Era tardi e i nostri argomenti s’erano esauriti. Emilio, così si chiamava, era
tornato sotto la sua capanna di lenzuola ed io ero sdraiato su di un fianco, voltato dalla sua parte.
 
Quello che più mi intristiva di quel vecchio era il fatto che si trovasse solo. Dopo circa tre ore era
ancora là e nessuno dei parenti era venuto a prenderlo o a trovarlo. Era solo.
 
Poi d’un tratto quel che vidi mi tolse il fiato. La capanna di lenzuola del vecchio iniziò a tremare,
sempre di più, finché anche il letto tremava e faceva rumore ed io impaurito iniziai a gridare aiuto.
Fortunatamente la sala degli infermieri di turno era difronte la mia stanza e in pochi secondi ne
arrivarono due. Ero pietrificato. Emilio era supino sul letto, fissava il soffitto e vibrava muto in un
tremito pauroso. Non appena gli infermieri arrivati di corsa si avvicinarono al letto, quel tremito
cessò di colpo e sentii uno dei due urlare un lungo “noooo!”.
 
Qualche istante dopo arrivò un altro infermiere che vedendomi mi prese per il braccio e quasi
di forza mi portò fuori. L’ultima immagine che ricordo, è quella di uno dei due infermieri che
energicamente provava a rianimare Emilio, e lo sguardo di lui, vuoto, a fissare il soffitto.
 
Fuori, nel corridoio, rimasi immobile in un angolo, sconcertato. Non credevo a quello che era
successo, era irreale. Era la prima volta che mi trovavo così vicino alla signora e che la vedevo agire
indisturbata e senza nemmeno un briciolo di pietà per quel pover’uomo.
 
Un embolo, dissero in seguito. Non era tanto per l’embolo e la morte inaspettata che piansi tutta
la notte, ma era per la solitudine di quell’uomo, era per la solitudine che lo aveva ucciso ancor più
dell’embolo, era per il fatto che per tutta la notte non arrivò nessun parente, era per il fatto che la
mattina seguente arrivò un uomo a ritirare i pochi oggetti di Emilio, e non era poi tanto affranto.
Quell’uomo, era suo figlio.
 
Spesso quando si definiscono le cose opposte, tipo il bianco e il nero, o il bello e il brutto, tendiamo
a contrapporre la vita alla morte. Ma non è giusto. La morte non è solo la fine della vita. La morte
è parte della vita stessa. Forse la nascita si può definire l’opposto della morte. Ma la vita, la
comprende la morte, ne è imprescindibile.
 
Non pensate che io creda di conoscere bene la signora. La temo e la rispetto per quanto le è dovuto.
Ma è solo grazie a quegli incontri stampati nella mia memoria, se oggi amo così follemente e con
passione questa meravigliosa vita.

Dude Mag è un progetto promosso da Dude