Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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riccardobartali
14 Dicembre 2013

Metabasi

Le luci erano nette e i palazzi rustici proiettavano ombre decise sulla strada.
Si muoveva fra la folla, i colori delle maglie si mischiavano nelle sue iridi, scansava gli insulti di chi inavvertitamente urtava con un semplice gesto della mano e uno sguardo di commiserazione.
Il cappotto spazzava la pavimentazione del centro storico di quella città, che poteva essere una qualunque ma una qualunque non era: era un guazzabuglio di persone unite che avevano case, vestiti, automobili, lavatrici, amicizie.
Si sentì strozzare da un piede e perse l’equilibrio. Roteò il mondo attorno a lui e cadde a capo riverso, ponendo in anteprima le mani. Inequivocabilmente si sbucciarono e persero alcune gocce di sangue su quella pietra lavorata e lisa.
Eccolo rialzarsi e sedersi; i ginocchi contro al petto, saldati dalle mani.
Forse per sdrammatizzare, forse per riflettere, forse solo per concedersi un momento di pausa, iniziò a guardare i cielo, erano giorni che si proponeva di farlo.
Era primavera.
Gli eventi si susseguivano violenti, non c’era modo di respirare e sicuramente quell’ambiente non era il migliore in cui vivere; non era il peggiore, probabilmente altre realtà, due metri in quella direzione, erano stantie e puzzavano, ma sicuramente nell’altra direzione vi sarebbero stati odori gradevoli e persone socievoli, non quelle facce grigie che si affaccendavano di fronte a lui.
Una presa di tabacco nella sua mano destra, un filtro in bocca e iniziò a girare una sigaretta.
La portò alla bocca e tirò per accendere. Il fumo riempì la sua bocca e poi si dilatò nell’aria disegnando una nuvola indefinita.
Passavano così le stagioni? Era forse il domani quello che si presentava, o l’ennesimo oggi? da vivere momento per momento, cogliendo ciò che veniva, difendendosi dai malcontenti della gente e dal tempo tiranno e dalle foto di cuccioli che assillavano il mondo telematico.
Non erano pensieri per lui questi; lui aveva quei sorrisi,  quei pianti, quelle storie che le persone devono obbligatoriamente raccontare, i caratteri e le paure e gli interessi che rubava via via alle sue amate temporanee.
Osservò passare davanti a lui una bicicletta. La nube di nicotina e catrame si dissolse seguendo la scia di quel profumo troppo intenso e troppo acre per non essere di disturbo. Sopra cavalcava una ragazza distinta e armonica, capelli corvini trascinati dal vento in riccioli perfetti.
Si fermò per guardarlo e poi seguirlo reclinare il capo verso i suoi pensieri. Andò avanti e poi girò ad un incrocio, cambiando mondo, scegliendo l’ombra, che non si spostava nonostante il trascorrere dei minuti, poi trasformati in ore dall’attesa dell’uomo che ancora stava lì a pensare.
Spense la sigaretta e la perse nelle fughe fra le bozze. La cercò a lungo con lo sguardo, ma non la distinse dalle altre già presenti, piegate su loro stesse, fradicie e sporche di rossetto, imperlate di cera di processione e chiuse fra steli d’erba.
Quelle persone sedute al tavolo discutevano. Le loro parole fatte di lettere unite fra di loro, senza suono e musicalità. Parlavano delle tenebre incestuose che si susseguivano sopra delle vite che non erano loro, protette da pellicce di visone, marroni e tremende, bruciate dall’invidia che loro stesse provavano. Ogni gesto dell’altissimo signore sembrava, stando a loro, cadere sui loro colli già gravati da spade di Damocle appese ad un soffitto di cristallo. Alzavano lo sguardo ed invocavano i cerchi celesti che smettessero di ruotare e fermassero l’ingranaggio messo in moto, ridando loro la giovinezza perduta. Ordinarono un caffè, si alzarono. Se ne andarono dopo aver rubato il giornale.
Tirò fuori dalle tasche alcuni fogli e lesse quelle lettere che gli erano state inviate tempo fa, quando ancora leggeva e sapeva di tante cose.
Passava allora un uomo trascinando con se un cane al guinzaglio. Incideva, mangiandosi il selciato con maestosi passi aulici e decisi e la sua andatura pareva inarrestabile.
Il sorriso con protervia ed eleganza attirava gli sguardi; negli occhi il baluginio del giorno e altre cose inscrivibili dentro una cementificazione di verde e arancio. Parlava al nulla e riferiva a questo di quelle storie che capitano solo a quelli come lui, con lo smalto amaro sulle unghie e i denti nuovi. Il cane, nella sua posizione di inferiorità, preferiva restarsene nel suo anonimo beige e nella sua gabbia di rami e prospettive piuttosto che seguirlo;  fagocitava gli escrementi trovati per caso, sdegnando le passanti.
Si alzò lentamente, appoggiandosi sulle ginocchia e poi sulle nocche ossute; il sollevamento richiese al suo corpo uno sforzo elevato nel pompare il sangue e la sua testa fu per un attimo leggera e le immagini persero il loro lume.
Un passo seguendo l’altro iniziò a destreggiarsi fra le persone, cogliendo lo sguardo di quell’altri che come lui ambulavano. I palazzi si susseguivano alti, chiudendo al sole ogni possibilità di penetrare in quelle vie oscure che di volta in volta assumevano odori diversi spaziando dall’urina al sapone attraverso i soffritti delle massaie e i panni stesi su un filo fra facciata e facciata di quelle alte torri.
Sulla destra prese un vicolo  che lo portò ad una fila di porte colorate. Non quella blu, non quella gialla, non quella verde e neppure quella marrone. Fu quella rossa che lo fermò. Suonò il campanello con un gesto repentino del dito e aspettò mangiandosi la pelle attorno al pollice gonfio del suo lavoro. Senza dover neppure attendere il citofono spontaneamente la porta si aprì e una signora dal vestito blu fiorito in viola uscì portando con se un sacco ripieno di immondizia. Si inserì nello spiraglio e si lasciò alle spalle la città, mentre questa ancora lo digeriva.
Il muro senza intonaco gravitava attorno a lui salendo le scale e la polvere di quei mattoni si attaccava ai vestiti; fregandosene la mandò via battendoci il palmo della mano tre volte.
Bussò alla porta dell’appartamento, ma non trovò nessuna risposta dall’altro lato e non sentì i passi strascicati del muoversi in pantofole e vestaglia. Prese le chiavi dalla tasca e, dopo aver trovato quella corretta, la infilò nella serratura e ruotò appena mezza volta; spinse ed entrò.
Sulla soglia si trovava la cucina e oltre un corridoio buio che portava alle camere. Una tappezzeria mimetizzava le tracce che il fumo lascia alle pareti. L’odore dei piatti da lavare e della spazzatura da buttare riempiva l’aria con un olezzi che inconsapevolmente sapevano di fine e di marcio.
Andò nella cucina. Prese da quel mobile un bicchiere e si servi dalla credenza di varie bottiglie già iniziate da tempo. Vide il bicchiere colmarsi di liquido denso e trasparente dalle onde morbide e ascoltò il suo gorgogliare e mescersi: un suono montano di ruscello sassoso.
Ne bevve un po’ e poi lo posò.
E il bicchiere si distrusse contro il pavimento. Il rumore di milioni di frammenti che rifletterono la luce della lampada in alto e ricaddero a terra. Quel capolavoro involontario accompagnò lo scuotersi delle fondamenta dell’edificio che si propagò lungo i muri portanti ad ogni elemento di arredo. Il tempo si fermò. In quello istante tutto scivolò nel nulla per rotolare.
Rotolò anche lui, fini per terra e poi fuori dalla finestra e poi in strada, con la folla, anch’essa rotolante  a suo modo: gambe storte, passi incrociati, braccia in aria, bocche aperte, suoni striduli per le vie.
Si raddrizzò piuttosto rapidamente appendendosi ad un lampione. La scossa l’aveva spento e l’aveva lasciato contorto, quasi in uno stato di costernazione, quasi a voler segnalare la rovina che era uscita dagli appartamenti.
Apparve in strada la ragazza del pomeriggio, trafelata, i capelli neri ricci attorcigliati fra loro e il trucco cadente che si era mischiato alle lacrime sul suo volto. Muoveva la testa mentre cercava di vedere se la gente, in tutto quel trambusto, la stesse notando, commiserandola, o se invece stesse passando inosservata. Così era successo durante tutta la noiosa serata che aveva trascorso a casa di qualche conoscente fino a quando il boato non l’aveva spinta fuori di forza per controllare se i suoi beni fossero ancora tutti integri e al loro posto.
Lui la guardò, poi lo sguardo venne ricambiato e allora chinò il capo, evitando i suoi occhi, evitando di fermarsi sulla sua triste acconciatura e di sottolineare in qualche modo tutta la miseria e lo squallore che, in contrasto con il pomeriggio, lo stavano pervadendo.
La giovane venne notata da quel drappello di vecchietti che commentavano acidi, dallo scranno di un tombino, l’evento del terremoto lamentando le ingenti perdite in denaro, raccontando come quel tal parente avesse subito molti più danni e come, durante la guerra, queste cose fossero nel menù della giornata e nessuno si sconvolgesse se una bomba buttava giù un palazzo, ma sempre perché loro erano giovani e forti e avevano le ossa dure e i nervi saldi. Le loro donne piangevano sulle sedie, dondolavano ritmiche e emettevano suoni gravi e monotoni, impaurite fino al midollo, invecchiate improvvisamente senza quelle pellicce che tanto le facevano sentire sicure dietro il lusso e l’opulenza.
Il ragazzo iniziò a passeggiare. Guardò con un sorriso il gruppo di anziani e passò oltre, guidato dalla curiosità di vedere cosa stesse facendo la gente in quel momento, come l’uomo affrontasse il panico.
E vedeva le persone affaccendarsi: le madri dietro i figli piangenti, con i loro peluche in mano; le coppie abbracciate a consolarsi; i ladri entrati nelle case ed usciti con le tasche gonfie. Alcuni caritatevoli andavano a parlare con le famiglie, con la gente, prestavano i soccorsi e offrivano thè dentro bicchieri di plastica. Anche lui se ne prese uno.
Osservò con gli occhi carichi di tenerezza un cane tirare fuori il proprio padrone. Questo aveva delle tracce di vomito sulla camicia blu e aveva le palpebre socchiuse che lasciavano intravedere il bianco degli occhi riversi da qualche sogno paranoico. Muovendosi all’indietro,  l’animale lo trascinava per il braccio, tenendo la coda alta a segnalare la sua presenza a qualche buonanima che l’aiutasse; mentre i guaiti attiravano l’attenzione,  l’asfalto si opponeva e i muscoli delle zampe erano tesi proponendosi alla rottura.
E il terremoto distrusse ogni cosa, non lasciò scampo  quella sera. Mentre la luna iniziava a scomparire e la volta celeste si illuminava,  la gente assiepata sulla strada guardava ciò che rimaneva della propria casa e dei propri affetti. Ogni cosa determinata, ogni certezza, ogni investimento, era crollato e non c’era più niente dentro quei corpi, che, già privi di ogni individualità, rimanevano anche senza la struttura di idee e pensieri che permettevano al giovane di vederli a lui così estranei.
Lui dal canto suo continuava a camminare verso l’alba
e presto scomparve con il canto mattutino degli uccelli.

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