Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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sandrolimaj
15 Dicembre 2013

Massacri moderni

Erano circa le cinque del pomeriggio.
Un’ora indecente e piatta, sporca d’apatia, dove già, in estate, il sole da lievi segni appena percettibili d’indebolimento, mantenendo comunque la sua indecisione e, di conseguenza, continuando a rendere afoso l’ambiente, mentre in inverno sono già quasi giunte le tenebre.
Un’ora in cui qualunque azione fai è senza eccezioni quella sbagliata, per intenderci.
Ero seduto sulle sedie della banchina della metro. In attesa. Ci tengo a precisare che ero leggermente curvo, avviluppato su me stesso, con i gomiti appoggiati sulle mie gambe. A scanso d’equivoci, c’è chi negherebbe anche che in quel momento io fossi veramente seduto. Comunque, non voglio pensarci neanche troppo: non mi venga in mente di pensare in quale spazio sia il tutto effettivamente poggiato. Non voglio saperlo. Troppo sospeso, troppo aleatorio!
Comunque, ero in questa posizione, con una distanza canonica di una sedia dal mio vicino.
Ah, la sedia canonica. Di solito, in questi casi, la gente si siede con una sedia di distanza dall’altra persona. Lo saprete tutti e l’avrete fatto tutti almeno una volta. A volte si posa, in quella terra nessuno, la giacca, a volte la borsa, ma non ci si posa mai “un altro”, se ci sono altre sedie libere. Sapete… Per “non disturbare”.
Per non mettere a disagio nessuno. Come se un non-contatto abbia mai ucciso nessuno, Persecuzioni presunte dalla propria presunzione e dal proprio egocentrismo. Insomma, tutti inseguono tutti (mentre il realtà tutti inseguono tutto. Scusate, non ho resistito!)
Insomma, sì, ridicolo! Ma non ho troppa voglia di litigare, quindi mi adeguo a questo canone. La mia barba bianca già ispira poca amicizia, anche se corta…
Comunque, per non perdere il filo del discorso… Sì! Ecco. Insomma, riflettevo su questo canone. Fino a quando, finalmente, arriva la terza metro. Questa la prendo, dai, decido. Ho aspettato che si alzasse il mio vicino, in un’improvvisata competizione di: “Chi fa alzare l’altro per primo”. Mi rassegno, salgo.
Dio, l’eternità di tre fermate. Tre fermate possono durare in eterno, ribadisco. È ammirevole guardare il flusso di vite umane così distaccate da sé, da noi. Un uomo, vi garantisco, sfoglia l’angolo osé di un quotidiano, degustando con la retina seni nudi e ampie, armoniose forme. Lo si vede dagli occhi. Una signora rimprovera, sorridendo, il proprio pargolo. Un filo di luce filtra dai finestrini (stavo per scrivere flirta… una relazione clandestina tra luce e finestrini. Perché no?) nell’unico, breve tratto all’aperto del viaggio e va a colpire con precisione millimetrica l’unico broker, tra i quattro riuniti insieme e seduti in fila, a non portare gli occhiali da sole. La luce, intanto, se la ride. Questi quattro sfoggiano con maestria e apatia le loro valigette costate più delle azioni da loro possedute. Dai loro portafogli di pelle pregiatissimi esce una banconota da 20 €, destinata a consumarsi con un solo pasto.
Tutti in schiera. Stessa cravatta, stessa giacca, stessa valigetta.
Spero di non seguire mai un corso d’economia.
Un barbone, sorridendo, decantava ai quattro venti il senso più puro della vita. Sublime, penso, se non fosse che le gote rosse, l’eccessiva ilarità e il potente fetore lasciassero intendere che fosse ubriaco. E non poco! Gli sarebbe caduta la faccia, a forza di sorridere! Era meraviglioso. Ispirava una sorta d’amara tenerezza, mista a un retrogusto di rassegnazione.
La gente, infatti, ben si curava di lasciare una, due, tre, quattro sedie di distanza da esso. Anche vagoni. E il senso della vita fu, così, perso nell’aere.
Io, personalmente, non so che farmene.
Dietro al sostegno principale in ferro per le persone in piedi, una fanciulla bionda allungava silenziosamente le mani. Un ignaro ragazzo con un paio di enormi cuffie in testa lasciò lo zaino a terra, sperando senza rendersene conto che qualcuno, compassionevole, lo liberasse da quel fardello (non c’è altra spiegazione).
Ed ella lo fece. Non capacitandosi del perché un ragazzo abbia lasciato così distrattamente la borsa, lo accontentò senza fare troppe storie.
Senza creare rumore, fuggì via allo scrosciare dell’apertura delle porte.
Un gesto sconsiderato, illegale e incivile, ma non si può lasciare mica la borsa in quel modo. Eh, pure lui! E poi lei era molto carina, aveva movenze da cerbiatto e un elegante tailleur. Nessuno avrebbe sospettato di lei. Io, poi, non avevo voglia di litigare e crearle troppi problemi. Poi, ripeto, il ragazzo è stato fin troppo ingenuo.
In tutto questo, ero solo alla prima fermata. Esasperato, scesi. Il mio viaggio non aveva uno scopo, era uno di quelli mirati solo a perdere un po’ di tempo. Solevo passare così le giornate, aspettando la mia splendida, sorridente moglie.
Mi diressi verso la banchina che portava alla direzione opposta della linea. Mi ci vollero sette passi di pura delusione: speravo di camminare un po’ di più. V’era un elegante trio di sedie, affilato come un tridente, ma posto come oasi nel deserto per i pendolari un po’ troppo stanchi che non avevano ancora portato a termine il loro errare. In questa santissima trinità v’erano il figlio, o meglio, la figlia, e lo spirito santo, o meglio, il corpo del reato: la bionda cerbiatta sedeva, rilassata, e accanto a sé lo zaino in bella vista. Nero. Nerissimo. Sfoggiava, protervo, il suo uniforme colore e le sue perfette forme e dimensioni, quasi a voler rappresentare la perfezione d’un corpo di reato. L’antonomasia del tesoro anelato.
Ciò che non quadrava in tutto questo era l’effettiva posizione. La ragazza stava nel mezzo, lasciando la borsa su una delle due sedie agli estremi. Esattamente, alla sua destra.
Questo andava contro ogni logica! Insomma… Non rispettava… Il canone!
Perché? Perché? Già l’amavo. Nonostante fosse un po’ più giovane di me, già immaginavo la mia vita con lei. La mattina, a colazione, poi il pranzo, litigare per chi deve portare fuori il cane nonostante sia un’attività amata da entrambi, per il semplice sapore del conflitto, tornare dal lavoro, avvicinarsi al divano e unirci in modi indecenti e immorali. Immaginare i suoi biondi capelli sparsi intorno a quel suo viso. Per tutti i giorni.
Mi siedo accanto a lei. Non riesco a contenermi. Lei appena mi vede, si agita un momento: teme che io l’abbia vista! Mi ha notato! Mi ha visto in treno! Quindi… Si ricorda di me! Le gioie della vita. Eravamo già destinati a una vita insieme.
-Scusa.- le chiedo, -perché non ti sei seduta a lato?-
Lei storce il naso. Non tanto per la domanda in sé, quanto perché si aspettava un argomento, probabilmente, diverso. Decisi di non darle il tempo di essere perplessa.
-Sì, insomma, il canone della sedia di distanza.-
Lei annuiva, sempre con lo sguardo perplesso, ma seguiva.  -Sì, certo.- rispondeva, sincera. Dio, la amavo!
-Quindi.- Pausa. -Perché sei in mezzo?-
A tale domanda, la ragazza sorrise.  Sì, era amore. Con fare quasi apprensivo, con quel dolcissimo fare che si rivolge in genere a quelli che alle cose ci arrivano tardi, rispose:
-Ma è rispettato. Lo zaino è a una sedia distanza da te. E io sono in mezzo.-
Rimasi io, stavolta, perplesso da tale risposta. Non era questo il canone che m’aspettavo. Insomma, m’aspettavo una persona, sapete. Eppure più guardavo i suoi occhi più mi rendevo conto che era assolutamente a conoscenza del canone. Anzi, forse ne sapeva più di me. Non poteva essere in errore. Rimasi due secondi ad arrovellarmi il cervello su questa tragedia moderna.  La radio, in metro, passava Smooth di Carlos Santana, i suoi ritmi latineggianti non facevano altro che conferire alla situazione maggiore assurdo imbarazzo. L’attesa rimandava vagamente ai film di Sofia Coppola. La chitarra continuava a suonare e io, intanto, rimuginavo. E in fondo a tutto questo v’era una soluzione talmente irreale da risultare, poi, tristemente vera. E, di conseguenza, desolante.
“Ma sì.” pensai. “In fondo, non può /
La ragazza si alzò, causandomi l’ennesima amnesia. O meglio, la ragazza venne sollevata dalla sedia. Fu un gesto troppo meccanico per essere spontaneo, intenzionale. Fu come se la crudele mano dell’abitudine avesse premuto un tasto di un chissà quale telecomando e avesse azionato un fatale comando dentro di lei. Si alzò senza rendersene conto, perdendosi altri preziosi attimi della sua vita… Per inconsapevole pigrizia. Ma non potevo mica fargliene una colpa: come dice il celebre motto, “l’abitudine ne fa più della spada”. O più o meno…
Mi alzo di scatto. Lei sorride, non dice niente e, come silenziosamente è uscita dalla mia metro, silenziosamente uscì dalla mia vita entrando in un altro treno.
Ero rimasto nuovamente solo.
Abbassai lo sguardo. Chissà dove stava andando, ora. Forse dal suo ragazzo, pronti a condividere chissà quale tesoro trovato in quel dispotico zaino. Forse troverà un lavoro. Forse sarà arrestata dopo una denuncia. Probabilmente, un uomo nerboruto la seguirà fino al primo angolo buio della strada. Ma lei la immagino scaltra, fuggirà silenziosamente dalle sue forti braccia.
E tu non sarai presente.
Il silenzio. Quell’alone intorno a lei non era altro che silenzio, fin troppo vivo, di cui è fatto il suo stesso sangue.
 
E nello stesso silenzio lei è fuggita
O sei fuggito tu?
-Ha intenzione di stare qui ancora per molto?-
Ausiliario della metropolitana. Già. Quanto ho intenzione di restare?
-Vorrei.- Ma non ho voglia di litigare: salgo sulla metro seguente.

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