Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
silviacolombo
14 Dicembre 2013

Alle otto e mezzo

Vivo con mia madre. È una brava donna, fa l’infermiera. Anzi a questo punto faceva l’infermiera. Non era male come tipo di lavoro. Sempre stanca certo, ma almeno felice. Faceva molte notti, pagano di più. Ho cominciato ad apprezzare la cosa a quattordici anni quando non ho più dovuto andare a dormire dalla vicina. Era fantastico, restavo alzato quanto volevo e mi guardavo tantissimi film horror. Verso le dieci uscivo in bicicletta e andavo al videonoleggio di VHS vicino a casa. Mi piaceva moltissimo pedalare nella notte, illuminato dai lampioni arancio e dai fari delle rare macchine. Vivevamo in campagna, facevo quattro chilometri all’andata e quattro al ritorno. Io, la bici, la notte e il fido walkman con in cuffia l’ultimo album degli Offspring, Americana. Mi preparavo i popcorn burro e sale, oppure mi scaldavo una pizza surgelata e mi mettevo comodo sul divano. Il caso Venere privata, Il segno rosso della follia, La notte dei dannati e il migliore Zora la vampira. La casa totalmente buia con il gatto di mia madre, Boris, che mi saltava sulla pancia a tradimento. Andava a finire che mi addormentavo sul divano stringendo Boris fra le braccia per avere un po’ di calore umano. Sobbalzavo per ogni scricchiolio della casa svegliandomi sudato per la cena pesante. A sedici anni mia madre mi lasciò invitare gli amici a dormire. Prima le altre madri non si fidavano. Personalmente non ho mai capito il perchè, dato che crescendo sono solo peggiorato. Le mie nottate diventarano un must per pochi e selezionati eletti. Pantagrueliche cene a base di patatine fritte e würstel, seguiti da una pasta aglio e olio, che si concludevano in ordine sparso con gelato al croccantino, svariati Mars, diverse moke di caffé e ancora patatine. Il tutto innaffiato da birrette, poi da vino e poi direttamente da limoncello e sambuca.
Eravamo un gruppo di sbarbati molto uniti. Quando qualcuno stendeva meticolosamente il cellophane sul cesso nessuno rivelava al prescelto che presto o tardi si sarebbe pisciato, o peggio, cagato addosso (o anche variante molto comica, per me gravosa però, vomitato in faccia). Qualche volta, ma solo con gli amici più intimi, ci siamo guardati anche qualche porno. Per procurarceli Vincenzo rubava la tessera del videonoleggio a suo fratello Antonio di diciannove anni che faceva il servizio di leva a Catanzaro e che quindi non poteva sgamarci. Ci scoprirono ugualmente quando la madre di Vincenzo disse al commesso che il figlio era a militare. Guardavamo i classici soft porno, Gola profonda, Io zombo, tu zombi, lei zomba, Solco di pesca, Barbarella. Poi Maurizio, un tipo in classe con noi ma ripetete di due anni, si fece la ragazza e spesso la portava alle mie nottate. Ovviamente quella doveva raccontare che dormiva da amiche, e anche le amiche raccontavano che dormivano da amiche quindi in breve ognuno di noi potè toccare con mano le cose viste solo in video. Maurizio però non ci aprì solo le porte del paradiso; ci portò anche dell’erba buonissima che faceva un suo amico. Le ragazze scomparvero nella nube dei bong e dei cilum e la vicina cominciò a insospettirsi per l’insolito via vai tra amici e clienti. Fine dei festini notturni a casa mia. Mia madre, inflessibile e ferita dal mio tradimento a base di canne e ragazze, decretò il coprifuoco. Ma non durò molto anche perchè mia madre ottenne il tanto agognato trasferimento in città, più vicina a sua madre. Fine quindi anche delle mie scampagnate in bicicletta, della caccia notturna alle lucciole che da bambino era un divertimento puro e da ragazzo una scusa per portare le ragazze nel bosco, fra l’erba profumata d’estate. La città, una media città, mi fece subito cagare immensamente. La gente era stronza, le tipe se la tiravano, andare in bicicletta era una merda totale. La mia vicinanza spirituale alle canne si acuì e nella città si trovavano un sacco di altre droghe che nel posto da dove venivo aveva solo il tossico. In città finii anche il liceo e dopo un paio di anni sconclusionati all’università mi trovai, viva Iddio, un lavoro come programmatore. Semplice, noioso, ripetitivo, a tempo indeterminato. Continuavo a guardare moltissimi film, l’unica cosa che mi dava la sensazione di essere vivo. La ragazza non l’avevo, mia madre diceva che dovevo andare in palestra per buttar giù la pancetta da birra e panino. Un anno mi aveva perfino regalato l’abbonamento; l’avevo rivenduto al mio collega amante del sudore solitario. Insomma la mia vita trascorreva tranquilla, tra il lavoro con gli sfottò fra colleghi e le pause pranzo a guardare i nuovi video di Sara Tommasi, le partite di calcetto al circolino, i film del cineforum e qualche rara scopata occasionale. Fino a questa sera.
Questa sera sono tornato a casa dopo il lavoro e mia madre non c’era. All’inizio ci sono rimasto male, avevo fame, quella fame pesantissima da quasi nausea che mi assale verso le sei e mezza. Ho anche imprecato «Dove cazzo è quella stronza? Vuoi vedere che è andata a yoga dimmerda?». Sono andato davanti al frigo dove c’è la tabella di marcia di mia madre: turno del mattino, portare fiori sulla tomba di papà, serata in biblioteca ore 20. Erano le sette, dov’era finita? Chiusa dentro il cimitero? Ebbi una rapida immagine di mia madre che, vista la sua sbadataggine, non sentiva gli avvisi di chiusura, non sentiva il campanile suonare e poi spegnevano le luci e lei restava sola, nel buio della cripta con le lucine rosse dei morti a farle compagnie. Mi venne un brivido. Chiamai mia nonna. Era una versione femminile di Highlander, del tipo che al posto di mozzarsi la testa con la spada si trafiggevano gli occhi con i ferri da maglia. Aveva novantadueanni ma certe volte era più lucida di me.
«Ciao nonna, sono io»
«Oh ciao tesoro, come stai?»
«Bene nonna, grazie, senti»
«E il lavoro come va?»
«Bene nonna grazie, senti non è che»
«Ma la fidanzata non ce l’hai ancora?»
«No nonna, senti ma la mamma è per caso»
«Ma non sarai mica…come si dice, omosessuale?»
«No nonna»
«Guarda che non è un problema, a me lo puoi dire. Anche mio fratello Francesco mi sa che era omosessuale, magari è di famiglia, è ereditario»
«Nonna ma che caz- senti nonna la mamma è lì da te?»
«No perchè?»
«No niente, è che non è a casa, non fa niente nonna sarà da qualche sua amica»
«Fammi sapere quando la trovi, tua madre è sempre stata una svampita, non era adatta ad avere un figlio, non so come faccia a fare l’infermiera»
«Va bene nonna ti saluto, devo chiamare Giustina»
Giustina, l’amica storica di mia madre. Infermiera come lei, amiche dall’asilo, senza figli. Una volta mi ha toccato il cazzo e mi ha detto che avevo bisogno di una donna matura che sapesse il fatto suo. Giustina.
«Ciao Giustina, sono io»
«Ciao caro, come stai?»
Allontano il telefono di cinque centimetri buoni dall’orecchio. Giustina ha un tono di voce molto alto, non parla ciangotta.
«Bene, grazie. Senti Giustina»
«E il lavoro come va?»
«Bene, come al solito. Senti non è che per caso»
«E la fidanzata? Non ce l’hai ancora?»
«No Giustina, vado a puttane»
«Come vai a puttane?» annaspa «No, ma scusa, un bel ragazzo come te ridotto ad andare a puttane! Ma perchè non vieni a cena da me una sera eh? Mangiamo una cosina, beviamo un po’ di vino buono e poi quel che succede succede!»
«No senti Giustina ti devo chiedere una cosa importante. Non è che hai visto la mamma oggi?»
«No, non vedo tua madre da giovedì, perchè?»
«No niente, è che non è a casa e non so dove possa essere»
«L’hai chiamata sul cellulare?»
«Ehm… no»
«Ecco vedi! Sei un bambinone! Hai bisogno di una donna matura che ti guidi sul sentiero della vita!»
«Sì certo, grazie, ciao»
«Figurati, e vieni quando vuoi»
La canna post lavoro che ho fumato mi ha messo addosso ansia mista a paranoia e mi fa agire come un cretino. Non ho chiamato mia madre sul cellulare, che pirla. Adesso la chiamo e le dico pure di prendere del cinese per cena, che non ho voglia di aspettare che mi cucini qualcosa.
Il telefono suona libero un paio di volte. Non risponde. In preda a purissima ansia la richiamo. Libero e poi cade la linea. Brutto segno. Mi dico: magari sta salendo le scale di casa e non ha senso che risponda. Apro la porta. La tromba delle scale è silenziosa e in penombra. La richiamo, il telefono è spento. Magari ha finito la carica. No, non ha senso, non avrebbe attaccato. Dev’essere da qualche parte e non mi può rispondere, così ha spento direttamente il cellulare. Aspetto, prima o poi mi richiamerà.
Accendo la televisione e guardo il telegiornale. Mi viene la nausea. Spengo. Mi è passata anche la fame. Potrei farmi un’altra canna, poi mi dico che sono già nervoso, sarebbe peggio. Vado in cucina e appoggio la fronte al vetro della finestra. Sotto di me la città che imbrunisce, i fari bianchi e rossi delle macchine, i cartelloni pubblicitari sei metri per sei. Il parco spelacchiato sotto casa dove c’è un barbone che dorme sulla panchina, due marocchini che fumano e un vecchio che porta fuori il cagnolino. Squilla il telefono di casa e io mi precipito a rispondere.
«Pronto?»
«Sono Luciana, la bibliotecaria. Tua madre è a casa?»
«No, mia madre non c’è, arrivederci»
Attacco il telefono precipitosamente.
Merda non è neanche in biblioteca. Mia madre non salta i suoi impegni extralavoro, sono l’unica cosa che fa. Cerco di ricordarmi il nome di qualche sua amica, collega, conoscente. Nulla, il vuoto. Eppure mia madre mi parla mentre io sto seduto e mangio, lei mi racconta la sua giornata, quello che fa, chi incontra. Vado in camera sua. Non ci entro mai, io e lei rispettiamo con scrupolo i reciproci spazi. La stanza è semibuia, la tapparella è mezza abbassata e fuori c’è solo quella luce delle città, quel bagliore luminoso perenne che quando mi sono trasferito non mi lasciava dormire. Mi avvicino al comodino. Da parte alla abat-jour un libro di Erri De Luca, un pacchetto di fazzoletti, gli occhiali da lettura e una vecchia foto di noi due. La prendo in mano, la cornice è pesante dev’essere di argento vero. Ci siamo io e lei, un suo braccio mi circonda le spalle mentre io, che non ero abbastanza alto, le cingo la vita. Indossa uno di quei vestiti leggeri che metteva in quella vacanza, poi non gliel’ho più visto addosso. Anche se la foto è in bianco e nero mi ricordo perfettamente la punta di azzurro del vestito. Pallido quasi carta da zuccherro, con la fantasia a piccole ananas stampate grossolanamente arancio e gialle. Io ho una maglietta a righe che odiavo, rossa e bianca. Sorridiamo felici in camera. Lei radiosa con gli occhi che brillano e io con le guance tirate, imbarazzato quasi. Non ricordo chi ci fece quella foto; so che eravamo al mare in Liguria. Lo so perchè poi non ci siamo più andati insieme. Andavo solo io in vacanza, da una sua cugina che abitava in Veneto a Lignano Sabbiadoro. Che posto orrendo. La Liguria invece mi era piaciuta. Ricordo tante giornate passate in spiaggia, sotto l’ombrellone anche quando era mezzogiorno a mangiare i panini che lei aveva preparato. Poi giocavamo a carte, mi aveva insegnato Machiavelli e Scopa Quindici. Finiva sempre che ci addormentavamo per poi risvegliarci mezz’ora dopo completamente rincoglioniti, con la faccia rossa per il caldo. Ricordo che durante una di queste sieste diaboliche mi svegliai come per un rumore lontano e vidi che mia madre non era da parte a me. Mi alzai sul gomito e la vidi entrare in acqua senza il costume. Ricordo perfettamente la sua schiena scura che finiva nel sedere bianco, lambito dall’acqua cristallina. Mi ristesi subito. Non volevo che mi vedesse, che vedesse che l’avevo vista. Rimasi steso con gli occhi sigillati anche quando la sentii tornare, sfregarsi con l’asciugamano e rinfilarsi velocemente il costume. Non le dissi mai nulla. Quando poi mi svegliai lei era già al sole che fumava una sigaretta. Sorridendo mi chiese: «Gelato?»
Rimetto a posto la foto e apro il cassetto del comodino. Comincio a frugarci: vecchie bollette, atti di proprietà della casa, vecchi stipendi, e poi più sotto affiorano i biglietti dei battesimi, dei compleanni, dei matrimoni, e poi ancora i miei disegni (io e mamma, io e Boris, io e la bici) datati e con legenda descrittiva. Trovo anche le lettere che si scriveva con Giustina, quando noi vivevamo in campagna e lei in città; le lettere tra mia madre e mio padre quando lui stava a militare. Resto seduto sul pavimento con tutti quei fogli sparsi attorno a me. Che devo fare? Che sto facendo? Boris II salta sul letto di mia madre. Boris originale è morto, ho regalato a mia madre un cucciolo qualche anno fa per il suo compleanno. Lei ha voluto chiamarlo nello stesso modo, ma si lamenta perchè questo ha il pelo un po’ più rosso di Boris e si capisce che non è sempre lui. Guardo Boris II che lento e sinuoso si inoltra sul letto, sprimacciando con le sue zampine il piumino, poi lo vedo chinarsi e annusare una lettera. Balzo sul letto a quattro zampe, Boris II se ne va miagolando malignamente. Ecco cosa stavo cercando. La apro con le mani che tremano:
«Ciao tesoro, l’altra sera ho visto in televisione un film di Petri, mi pare si chiamasse I giorni contati. Mentre seguivo la storia ho avuto voglia di mangiare del cioccolato, così mi sono alzata e ho preso il gelato. Poi mi è venuta voglia di bere qualcosa di forte, così ho preso la Vecchia Romagna. Alla fine mi sono accorta che l’unica cosa che volevo fare veramente era piangere. Quel film di merda mi ha ricordato che la mia vita è composta da un giorno che scivola in un altro, e io non posso farla rallentare. Ogni giorno che passo al lavoro, ogni giorno che trascino è un giorno che non tornerà più. Forse tu non ci vuoi pensare ma ti sbagli. Davanti a questo fatto ineluttabile e naturale, figlio mio, abbiamo solo due scelte: accettarlo e continuare, o cambiare nel tentativo illusorio e probabilmente fallimentare di raggiungere lo stato più simile alla felicità. Io non posso più accettare. Tanto varrebbe uccidermi perchè accettare di continuare a condurre questa vita che non mi rende felice è come essere morta e io non voglio essere una morta vivente, come gli zombi dei tuoi film. Quindi cambio tesoro mio. E tu per ora non ci puoi essere in questo cambiamento, mi rovineresti tutto. Per cui per farvore non mi cercare, al massimo ti scriverò io prima o poi. Un bacio, mamma»
Resto seduto sul letto. Le parole della lettera davanti a me cominciano a sfuocarsi. Le orecchie mi ronzano. Boris II mi si struscia sul un braccio, lo scaravento dall’altra parte della stanza.Mi dico: devi pensare, devi riflettere. Ok quindi, se ne è andata? Ma in che senso se ne è andata? E poi con quale cazzutissimo diritto se ne è andata? Per trovare la felicità? Ma per l’amore del cielo, è una bambina? La felicità? Ma la felicità non esiste! Che vuol dire? Ah io sono felice! Che vuol dire uno può essere felice anche per cose stupide, come mangiare il gelato e bere Vecchia Romagna, non sei felice? Prova con la cioccolata e il Braulio. Mi sto incazzando. E la mia di felicità? Secondo lei io mi sono mai preoccupato della mia feliticà? Io non potevo essere felice se non ero un bravo bambino. Che mattana è andarsene di casa a cinquantanni per cercare la felicità? Che poi scusa, in che senso io sono di ostacolo? Ma se non faccio un cazzo dalla mattina alla sera! Non le ho mai detto niente, vietato nulla, fatto storie su nulla.
Praticamente sono un vegetale, richiedo solo acqua, cibo e vestiti puliti ogni due giorni! E la storia ti prego non mi cercare! Se davvero non avesse voluto che io la cercassi non mi avrebbe lasciato questa lettera del cazzo! È ovvio questa è una purissima richiesta d’aiuto nascosta sotto forma di lettera d’addio. Della razza peggiore per giunta. Questa lettera dice: aiuto sono pazza, sto impazzendo , ho la mia crisi di mezza età, per favore vienimi a prendere. Mia madre ha l’affettività di una dodicenne, e adesso mi tocca pure cercarla. Appoggio la schiena alla testata del letto. Pensa demente, mi dico, dove può voler andare tua madre?
E poi un bagliore. Potrebbe essere andata lì, l’unico posto di cui parlava oltre la città dov’era cresciuta e la campagna. Afferro il giaccone ed esco di casa. La città è buia attorno a me e per strada non c’è nessuno, solo le auto sfrecciano lungo le tre corsie per direzione. Rialzo il bavero del giaccono, la stazione è abbastanza vicina e ci posso andare anche a piedi. Continuo a pensare a mia madre, ho un ricordo vago del suo viso che diventa sempre più doloroso man mano che ci penso. È andata a cercare la sua felicità. Mi sembra una frase assurda, non vuol dire nulla, è vuota. Questa fissazione maniacale per la felicità vaga, la realizzazione personale, il trovare se stesso. Ecco la stazione che brilla in fondo al viale, imponente e bellissima, illuminata nella gelida notte dicembrina. Arrivo sui binari, il deserto. Solo qualche latinos, un dipendete della FS con un trolley. Sul mostruoso cartellone delle partenze vedo un treno che potrebbe andare. Gironzolo sul pavimento che risuona dei miei passi finchè vedo la freccia che indica il salone d’attesa. Mi avvicino rapidamente, poi non entro. Qualcosa mi trattiene. Mi metto da parte alla porta e sporgo la testa per guardare dentro la stanza, attraverso il vetro. Ed eccola lì, con il suo cappotto marrone invecchiato con lei, le scarpe e un ridicolissimo cappellino in testa. Un uomo mi passa accanto ed entra nella sala d’attesa, lei alza la testa. Mi scanso indietro. Ho paura che se mi sporgo di nuovo mi ritroverò faccia faccia con lei. Invece no, mi sporgo di nuovo e vedo l’uomo che è entrato in sala d’aspetto che le porge un caffè, uno di quei cartoni americani. Lei gli sorride e lui da seduto le passa un braccio attorno alle spalle.
Si baciano. Arretro e me ne vado senza guardami alle spalle. Sulle scale comincio a correre. Corro finchè il fiato me lo permette, poi mi piego sulle ginocchie e piango. Mi addosso contro il muro di una casa e piango per un buon quarto d’ora. Calde lacrime salate e un cerchio alla testa prepotente. Mi asciugo gli occhi. Mi ricompongo. Mentre cammino a testa china verso casa penso che potrei accettare l’invito di Giustina.

Dude Mag è un progetto promosso da Dude