Cinema, Tv e teatro: Abbiamo intervistato Enrico Malatesta
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Abbiamo intervistato Enrico Malatesta

Abbiamo intervistato Enrico Malatesta che si esibirà stasera durante la rassegna Digitalive Romaeuropa, in una versione solista per percussioni della serie “Occam” della pioniera della musica elettronica francese Eliane Radigue. 

4 Ott
2019
Cinema, Tv e teatro

Se vivete a Roma o la frequentate assiduamente conoscerete benissimo il peso specifico del Romaeuropa festival nella proposta culturale della città: per un consistente pezzo di autunno propone spettacoli e performance multidisciplinari che mantengono la Capitale ancorata al tessuto culturale contemporaneo e d’avanguardia delle grandi città europpe. All’interno del Romaueropa festival, giunta alla seconda edizione con questo formato, esiste una rassegna che avvalora ulteriormente quanto detto sinora: Digitalive. Un intero weekend dedicato alle arti multimediali performative, all’innovazione artistica e alla creatività emergente a cura di Federica Patti, che si svolgerà negli spazi dell’Ex Mattatoio.

Il programma è da mettere le tende a Testaccio: Nicolas Jaar, Mara Oscar Cassiani, ZU, Hiroaki Umeda, Franz Rosati e davvero moltissimo altro, per una proposta che è difficile da catalogare in un genere o in un filone identificabile in poche parole. È uno di quegli appuntamenti che non bisogna mancare, in poche parole.

A proposito di parole, ne abbiamo scambiate quattro con Enrico Malatesta, percussionista e ricercatore sonoro attivo nel campo della musica sperimentale e della performance. Malatesta presenterà a Digitalive un adattamento solista dello spettacolo Occam della compositrice francese Eliane Radigue, pioniera della musica elettronica. Due piatti e un tamburo. Occhi chiusi con vista verso l’ignoto.


La tua performance è un omaggio alla compositrice francese Eliane Radigue, pioniera della musica elettronica e ambient. Come mai questa scelta specifica?

La performance che presenterò, riguarda la musica di Éliane Radigue e, nello specifico, Occam Ocean – Occam XXVI per sole percussioni del 2018. Il concerto non è proprio un omaggio ma la presentazione dal vivo del lavoro sviluppato a Parigi con Éliane, risultante in una piece, parte del progetto Occam Ocean.

Occam Ocean comprende una lunga serie di lavori per strumenti acustici soli in cui Eliane ha riversato la sua profonda esperienza nella musica elettronica, come compositrice e autrice, rendendola “abitabile” da una serie di musicisti e artisti entrati in contatto con la sua pratica e disponibili a favorirne la crescita. Il lavoro con Eliane è relazione e scoperta della sua personale sensibilità all’ascolto del suono, all’inarrestabile vitalità in esso celata e alla profondità umana che esso ci permette di attraversare. Il musicista rende disponibili i suoi strumenti e le proprie qualità tecniche per permettere alla bellezza della musica di Eliane di trovare una rinnovata intensità nello scambio con lei, in un movimento fluido di continua risonanza.

Sono ventisette i soli fino ad ora realizzati, ognuno frutto della relazione tra Eliane e un musicista diverso. Per citarne alcuni: Charles Curtis, Dafne Vicente Sandoval, Silvia Tarozzi, Julia Eckhardt, Rhodri Davies.

Come ci sei entrato in contatto e quando ha iniziato a formarsi l’idea di lavorare a questo progetto?

Sono entrato in contatto con Eliane attraverso Julia Eckhardt, direttrice di Q-o2 – workspace for experimental music and sound art, a Bruxelles. Julia è violista e collabora con Eliane da lungo tempo; data l’assenza di un solo per percussioni nella serie Occam Ocean, ha pensato di stabilire una connessione tra me ed Eliane, che si è dimostrata molto disponibile ad accogliermi per valutare le eventuali possibilità di scambio e collaborazione. Sono andato quindi a Parigi, dove Eliane vive, per conoscerla personalmente e farle ascoltare i suoni e la ricerca che porto avanti sugli strumenti a percussione; all’interno della mia pratica Eliane ha trovato delle zone potenziali in cui il suo lavoro è potuto emergere e crescere attraverso i miei suoni consentendomi di scoprire qualità che mai avevo esplorato in precedenza.

Come si intreccia con la tua ricerca artistica e con gli aspetti performativi del tuo lavoro?

Non saprei rispondere in modo specifico a questa domanda; posso solo dire che sono grato che ci siano persone la cui ricerca è talmente intensa e generosa da permettere ad altri di abitarla e crescere in essa. La collaborazione con Eliane è stata molto importante per me e in un qualche modo necessaria per dare una nuova dignità ai suoni e alla vitalità degli strumenti che utilizzo e che mi accompagnano da tanti anni.

Come se la passa attualmente la musica sperimentale in Italia secondo te?

Penso che ci siano musicisti e ricercatori estremamente preparati, aperti e resilienti così come gruppi e organizzazioni attente e che svolgono un lavoro enorme di disseminazione e apertura di nuovi spazi. Personalmente trovo che le mancanze infrastrutturali e di comunicazione istituzionale (sia su piani locali che diffusi) per favorire in modo stabile la circuitazione di idee e persone che operano in ambiti di ricerca siano palesi a chiunque si muova e si confronti con altri contesti oltre a quello italiano. Non credo abbia molto senso perdere tempo a lamentarsi enfatizzando le deficienze in Italia, ma che sia anzi necessario imparare a muoversi tra esse senza lasciarsi sedurre dalla negazione che conducono (anche se è molto difficile) e agire per contribuire a ciò che è edificante. Io cerco di contribuire orientandomi alle persone e da sempre organizzo concerti, workshop e incontri a Cesena e in Romagna… Per anni mi sono impegnato ad organizzare come indipendente e dal 2016 attraverso MU.

Infine una riflessione sui temi di Digitalive di quest’anno, una rassegna all’avanguardia e che comprende esperienze VR e AR e live streaming e coinvolgono il pubblico sia su un palco reale che virtuale. Tu in quanto musicista sperimentale come ti relazioni con l’utilizzo delle nuove tecnologie in tutto quel che coinvolge il tuo lavoro?

Sono molto attratto dalla tecnologia ma mantengo con essa una posizione di distanza, sono recalcitrante a utilizzare direttamente dispositivi tecnologici nel mio lavoro personale: sono estremamente legato al suono acustico e alla produzione diretta del suono attraverso il movimento delle mani e le reazioni superficiali degli strumenti… di conseguenza trovo da sempre molto più interessante valorizzare questa tendenza, radicalizzarla e allagare le potenziali simpatie tra suoni acustici e suoni generati e diffusi da dispositivi; mi interessa di più trovare delle forme mimetiche, lavorare sulle soglie e sulla tensione che si crea durante il posizionamento di suoni diversi in uno spazio sonoro condiviso. Mi riferisco in questo caso alle collaborazioni che porto avanti da alcuni anni e che mi vedono sempre coinvolto con musicisti che utilizzano primariamente la tecnologia audio (microfoni, registratori, dispositivi elettronici vari) come strumenti principali di produzione del suono. Giusto per citarne alcuni: Giuseppe Ielasi, Giovanni Lami, Attila Faravelli, Nicola Ratti, Adam Asnan… Lavorare con queste persone mantenendo un’attitudine precisa rispetto ad una pratica e al suono acustico mi ha portato a problematizzare sia in termini percettivi ed ecologici, sia in termini tecnici e di presenza del corpo (e del movimento) ciò che l’atto di percuotere una superficie può produrre nella definizione di uno spazio d’ascolto.

Dorsj Godciolahji
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