Cinema, Tv e teatro: Quando ami, devi partire — Intervista a Jérôme Reybaud
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Quando ami, devi partire — Intervista a Jérôme Reybaud

“Jours de France” è uno degli esordi più belli di quest’anno. C’è una fuga e un inseguimento, Parigi e tutto quello che è lontano da lei. Abbiamo intervistato il regista Jérôme Reybaud.

È stato proiettato ieri sera in anteprima italiana al MedFilm Festival, il festival del cinema mediterraneo, Jours de France, il primo lungometraggio di Jérôme Reybaud, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione della Settimana Internazionale della Critica.

È uno degli esordi più belli che ho visto quest’anno, una fuga e un inseguimento, Parigi e tutto quello che è lontano da lei, una coppia e un sacco di altri personaggi, tanta letteratura, tanta musica classica e pure Grindr.

Alla fine del film avevo voglia di sentir parlare ancora Pierre Thomas e ho scritto a Jérôme Reybaud: è iniziata una lunga chiacchierata dalla mia camera all’aeroporto di Mumbai: una fuga e un inseguimento, Parigi e tutto quello che è lontano da lei, una coppia e un sacco di altri personaggi intorno, tanta letteratura, tanta musica classica e pure Grindr: ma questa volta c’è anche Trastevere.

 

Come ti è venuta l’idea per “Jours de France”?

Guidando. Aspettando l’ombra di un uomo sulla collina di Croix des Gardes a Cannes all’una di notte. Guardando il viso di Fabienne Babe e ascoltando la sua voce…

 

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Uno degli elementi che rendono “Jours de France” un film unico sulla fuga è che non sappiamo dall’inizio alla fine le ragioni per le quali Pierre Thomas scappa. Non vediamo nessuna discussione con il suo ragazzo, Paul, nessun possibile precedente con qualsiasi altro personaggio che possa farci capire perché il protagonista stia scappando da Parigi. Forse la sua non  è nemmeno una ricerca della libertà, quanto un momento d’evasione dalla sua vita quotidiana. Ci puoi spiegare questa scelta di “non-spiegare”?

La scelta di non spiegare viene prima di tutto dal fatto che la maggior parte dei road movies iniziano con 5 o 10 minuti di spiegazioni sulle ragioni della partenza: non volevo quel tipo di inizio perché è intrinsecamente noioso, (e lo è anche nel sublime Professione: reporter di Michelangelo Antonioni) e inutile. Inutile perché — e questo è il secondo punto — lo spettatore può riempire il vuoto da sé, facendosi una propria opinione sulle ragioni della fuga, che sono principalmente quattro: fuggire da un problema, fuggire per il richiamo della strada, fuggire per fuggire, e, questa è la paradossale ragione di Cendrars, fuggire proprio per la felicità e per amore. Cendrars scrive: «Quando ami, devi partire». Come spettatore del mio film, ho le mie opinioni sulla fuga, ma preferirei che gli spettatori cercassero le loro mentre guardano il film, senza che io gli imponga spiegazioni predeterminate.

Nel tuo film vediamo fuggire, uno dopo l’altro, due personaggi, e tutti e due si allontanano dalla città. Come descriveresti il tuo rapporto con la tua città?

Ti rispondo dall’aeroporto internazionale di Mumbai, a 7.000 km da Parigi, e, a distanza, ti direi che amo la mia città, e che mi manca tantissimo. Certo, nei dettagli della sua vita quotidiana, l’amore svanisce un po’, e spesso sogno di avere una casa nel più profondo del profondo della Francia, o un appartamento a Trastevere… L’erba del vicino è sempre più verde… o i “Verdi Prati” di Händel… L’erba, l’erba vera, è quello che mi manca di più nella minerale e bellissima città di Parigi.

Trastevere! Sei stato a Roma? Per quanto tempo? E da dove viene il tuo amore per Trastevere, più che per gli altri quartieri?

Vengo a Roma ogni primavera da 6 o 7 anni ormai. Amo Trastevere per ragioni ovvie (le stradine bellissime ecc.) ma anche perché è in una posizione davvero particolare nella città: non nel cuore, un po’ decentrata, dall’altra parte del fiume (noi ve ne abbiamo parlato qui n.d.r.) — devi attraversare Ponte Sisto per andare verso il centro… con un immenso giardino vicino (il Gianicolo) e l’inizio della periferia dall’altro lato (il tram su viale di Trastevere). La migliore posizione per darti l’illusione di poter cogliere un paesaggio o una città — una cosa che non puoi fare mai, soprattutto in una città come Roma.

 

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Mi sembra che in “Jours de France” il desiderio dei personaggi principali di muoversi sia a tratti coincidente, a tratti più forte del desiderio di cambiare. L’intero film sembra, come in un brano di musica classica, un “movimento”.

Il movimento è cambiamento, giusto? Nella forma classica della sonata o della sinfonia, o nel caso del Da capo in un’aria, è lo stesso movimento a portare un cambiamento (di un umore o di un personaggio), e lo fa in una maniera più sottile dell’esplicito desiderio di cambiamento.

La parola “Francia” e tutto il mondo che porta con sé, è ripetuta molte volte nel tuo film. In tutti i riferimenti culturali di “Jours de France” c’è una grande identità nazionale. La storia dei tuoi personaggi sarebbe stata diversa se tu l’avessi ambientata in un altro paese?  Quali sono le peculiarità della Francia che tieni di più a mostrare? E cosa vuol dire essere un francese oggi — è vero, come dice un tuo personaggio, che la Francia è: “piena di uomini, piena di possibilità”?

Assolutamente: se avessi 10 vite, vorrei provare a girare Jours d’Italie o Jours de Portugal e penso che sarebbero film radicalmente diversi, pure con gli stessi temi alla base: altri paesaggi creerebbero altri viaggi mentali (senza il duro episodio delle Alpi, per esempio), altri comportamenti sessuali condurrebbero ad altri incontri, un’altra musica porterebbe altri stati d’animo… forse Jours de Russie potrebbe finire con un omicidio! Ti immagini la vecchia attrice di teatro interpretata da Sandra Milo? Sarebbe meravigliosa, ma lontanissima dall’incredibile essenza francese di Liliane Montevecchi. Per quanto riguarda le peculiarità francesi… facendo un film ho provato a mostrare e far sentire, e non voglio corrompere il lavoro fatto con spiegazioni e razionalizzazioni. Tutti conoscono la differenza tra la musica francese e quella tedesca. Debussy e Beethoven. Ma se provassi a precisarlo a parole, ti annoieresti a morte prima della fine della lista! Che comunque non sarebbe mai completa, perché c’è sempre quel qualcosa che continua a ronzare intorno.

Il nickname usato da Pierre in “Jours de France” è “Sorel”. È un omaggio a Il rosso e il nero?

Sì, il nickname che Pierre usa su Grindr viene da Stendhal, così come il suo cognome viene dal cognome del poeta e romanziere Henri Thomas. Pascal Cervo (l’attore protagonista di Jours de France, n.d.r.) l’ha scoperto solo qualche settimana fa ed è rimasto interdetto, perché aveva questa sua interessante teoria secondo la quale il personaggio si fosse chiamato Thomas in omaggio a San Tommaso, il santo che per credere doveva toccare, così come nel film Pierre ha bisogno di prendere la strada per “toccare” la Francia lungo le sue stradine più remote…

 

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Uno dei miei momenti preferiti del film è quando Pierre è in macchina con una dei personaggi sconosciuti che incontra durante il suo viaggio, la donna che fa l’autostop. Mentre sono nella macchina di lui, a un certo punto lei chiede a Pierre di rompere il silenzio, e iniziano una sorta di piccolo botta e risposta con lei che gli fa: “Dimmi la prima cosa che ti viene in mente!” e lui risponde con una serie di parole, facendo un elenco di persone, cose, organi del corpo umano. La prima risposta è “Kylie Minogue”, poi “buone maniere”, dopo “polmoni”, e arriviamo anche al nome di un baritono francese, “Camille Mauran” e a quello di un compositore francese, “Fauré”. È solo una piccola lista, ma ci permette di scoprire meglio, e nel profondo — con veramente pochissime parole — chi è Pierre. Per me è uno degli scambi più belli tra due personaggi dell’intero film. E arrivo al punto: come hai scritto i dialoghi per Jours de France?

Questa è la scena dove per la prima volta abbiamo l’occasione di conoscere Pierre, la sua situazione, cos’è Grindr e così via, è molto teatrale, i due personaggi sono posti di fronte al pubblico. Per rendere la scena più leggera e darle degli elementi di sorpresa, ho scelto il gioco dell’enumerazione che hai citato, combinandolo con un piano sequenza. Per girare la scena ho messo la telecamera sul cofano della macchina, ho fatto nascondere i tecnici nei sedili posteriori e nel bagagliaio, e ho fatto guidare per davvero il protagonista… se aggiungi a tutto questo anche un dialogo piuttosto difficile e lungo 6 minuti, in un’unica sequenza dove può succedere di tutto… la scena riesce grazie al talento degli attori e alla fortuna del momento: qualcosa di fragile e commovente.

Ti piacciono tutte le cose che elenca Pierre?

Ti dico solo che avevo scritto una scena per Kylie Minogue, che avrebbe dovuto essere ambientata all’hotel di lusso dove Paul dorme a Alvernia…

In questo scambio tra Pierre e la donna, come in tanti altri durante Jours de France, i personaggi parlano di musica classica. Le prime due persone che vengono in mente a Pierre sono un baritono e un compositore. Paul lo aspetta, invano, all’Opera, quando lui è lontanissimo da Parigi e da Così fan tutte. Pierre guida, e ascolta quasi sempre musica classica. Credo che questa passione non sia solo di Pierre e Paul, ma anche tua.

Per me la letteratura e la musica sono parte di un paese:  vengono dalla terra, dal tempo, dalla luce, dalle danze più antiche, dai suoni della lingua… Per me non sono riferimenti, ma altre forme di paesaggio, altri modi di provare a sentire cos’è la Francia. Non c’è niente di prestigioso o intellettuale a riguardo, piuttosto il contrario. Lo spero: sono sentimenti, intimi e materiali. Non spiegherei mai a una persona italiana perché il Vespro della Beata Vergine di Monteverdi non avrebbe mai potuto essere scritto in Danimarca! Potrei? Ecco perché tutta la musica del film — saltando la parentesi mozartiana all’Opera — è francese.  Io ho scoperto la musica classica, sul serio e di colpo, a 23 anni, una sera che ero all’Opéra comique, con Les Indes Galantes di Rameau. Ha letteralmente cambiato la mia vita.

 

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Alla fine del film, tra le cose che mi sono mancate di più ci sono stati i bellissimi paesaggi attraversati dai tuoi personaggi, ognuno a rappresentare uno stato d’animo diverso lungo il viaggio. Sono eleganti e grezzi, sereni e oscuri. Come li hai scelti?

Li ho scelti scrivendo la sceneggiatura. Li conoscevo personalmente, perché anch’io ho viaggiato tanto in macchina per la Francia: diciamo che ho fatto 10 anni di sopralluoghi. Ogni strada presa mi trasmetteva qualcosa, le facevo una foto, scrivevo il suo nome e me la segnavo su Google Maps… La sceneggiatura, e il viaggio di Pierre, sono stati scritti con questo enorme numero di bellissime / perse / suggestive / straordinarie strade in mente. Ho scritto il viaggio di Pierre per le strade che volevo filmare e far vedere, così come ho scritto le parti dei personaggi per quegli attori. Poi, due elementi hanno portato a inevitabili (ma piccoli) cambiamenti: la realtà (una strada troppo pericolosa o chiusa, una cattiva luce che le fa perdere bellezza), e il montaggio: le strade, a quel punto, dovevano avere una loro logica nel film, indipendentemente da quello che avevano significato per me per tutti questi anni.

È vero che “la bellezza autorizza tutto”?

Assolutamente. La bellezza è ingiusta e va contro tutti i nostri principi egualitari. Ma un bel volto dona nuova bellezza al mondo: è qualcosa di cui tutti dovremmo essere grati. I proprietari dei bar e i produttori lo sanno molto bene, basta vedere come scelgono camerieri e attori…

Fare il regista è sempre stato il tuo desiderio? Quali sono stati i tuoi studi?

A 14 anni giravo e montavo in Super 8 una sorta di videoclip per una canzone pop di Tracey Ullman; a 19 anni, sempre con la Super 8, ho fatto altri due filmini:  uno sui luoghi da crociera francesi come le Tuileries e l’altro sull’incontro tra due ragazzi. Poi, per dieci anni, ho vissuto una vita piena di letture, ricerche e ascolti musicali. Ho scritto una tesi sul poeta franco-svizzero Philippe Jacottet e mi sono goduto la parte di chi analizza, non crea. Il piacere di perderti in dettagli minuscoli, la gioia che ti dà la protezione delle librerie, la comodità del non essere in prima linea… poi, a un certo punto, l’urgenza di fare è tornata, e allora ho comprato una nuova Super 8 e una MiniDV e ho ripreso da dove mi ero fermato: filmando condom e altre tracce di amore nei luoghi pubblici.

Cosa pensi di app come Grindr e Tinder? Sono secondo te intrusive o funzionali alla vita moderna? Non c’è anche il rischio di essere ridotti a un elenco di nickname molto ben esposti in una vetrina virtuale? Un personaggio femminile molto affascinante del tuo film dice: «La vita anonima è fenomenale»: è vero anche per te?

La frase è del poeta e romanziere Henri Thomas, e l’anonimato evocato non ha tanto a che fare con l’invasione virtuale di internet tanto quanto l’immensa bellezza dell’essere un completo sconosciuto che vive in una fattoria sperduta, o in un bosco sperduto, da qualche parte sulla terra… Per Grindr: non ho nemmeno un telefonino, e quindi non lo uso. Forse sono troppo vecchio per questo, ma per me fare sesso con uno sconosciuto è un’esperienza inseparabile dai luoghi, la natura, l’aria aperta, gli alberi, il mare… e gli occhi. Sono loro a dire che tutto può succedere, se c’è desiderio da entrambe le parti, e non la sordida recensione di una qualche esperienza sessuale.

Quali sono i tuoi registi preferiti?

Manoel de Oliveira, Jean-Claude Biette, Éric Rohmer, Fritz Lang, Max Ophüls, Roberto Rossellini, Julien Duvivier, Jacques Demy, Paul Vecchiali, Chantal Akerman, Otar Iosseliani, Douglas Sirk, João Pedro Rodrigues …

In una tua intervista hai detto che stai lavorando su 5 progetti. Puoi darci qualche indizio? Quanto saranno vicini o lontani da “Jours de France”?

Sono tutti molto diversi da Jours de France, specialmente quello che sto per finire. Dividendoli per genere: uno è una tragedia, l’altro un detective movie.

Natalia La Terza
Natalia La Terza
È nata a Orbetello nel 1990. Vive a Roma. Collabora con Il Tascabile, Nuovi Argomenti e IL - Idee e Lifestyle de il Sole 24 Ore.
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