Ma che colpa abbiamo noi
Curioso tentativo di combinare i temi della commedia nevrotica alleniana con i toni farseschi della comicità italiana. Il soggetto è semplicemente grandioso: terapia di gruppo, muore l’analista. Primo punto di svolta: i pazienti, vincolati l’un l’altro, decidono dunque di intraprendere assieme la ricerca del nuovo analista: è l’inizio di gag e drammi su cui poggia l’incapacità di ritrovare un equilibrio (?) perduto. Ognuno dei personaggi incarna gli stereotipi delle nevrosi dell’uomo contemporaneo, palesando con involontario cinismo, una certa pateticità dell’individuo nevrotico, ognuno vittima di circostanze esterne al proprio es. I loro sono drammi quotidiani, comuni, affatto complessi e interiori. C’è l’amante illusa e stressata (Margherita Buy, e te pareva), il figlio remissivo e impotente, la studentessa bulimica che ha un relazione con il professore, l’avvenente signora borghese che non accetta di invecchiare (potevo scrivere milf), il gay fidanzato con l’etero, e il marito sbattuto fuori di casa che riesce a dormire solo sui treni (geniale!). Le storie, e in questo c’è grande maestria, si sviluppano, si intrecciano, poi si risolvono, poi si rintracciano nuovamente, permettendo ad ogni personaggio di prendere spessore. Nessuno di loro ha veramente bisogno di un analista. Ed è proprio senza analista che, costretti ad affrontare per la prima volta le proprie ansie riescono a trovare un punto di svolta alle loro nevrosi: a volte drastico, a volte semplice come un’iniezione di botulino.
Perché ricordarlo? Ad eccezione della scena epica della ragazza legata alle rotaie (di quelle scene che metti pausa e ridi, poi la rivedi, metti pausa, e ridi più forte) è un film dove si ride poco. E questo agli italiani non piace (male!). Una pellicola nella quale il grottesco prende il posto del comico, dove gli animi umani sono tutti peccatori: bugiardi, traditori, autocommiseranti e invidiosi di chi sta meglio. Verdone, anche qui con sferzante cinismo, lascia morire suicida l’unico personaggio che aveva deciso di smettere la terapia; questa, più che un espediente narrativo, è una deliberata intenzione di mettersi dalla parte dei peccatori (un classico italiano) ma con quella sfumatura drammatico/grottesco che da sempre ha contraddistinto il suo cinema.
A lupo a lupo
La trama ha molto di autobiografico: tre fratelli, ognuno diverso dall’altro, sono in cerca del padre, poeta e scultore famoso, fuggito da casa e scomparso non si sa bene dove. La ricerca diventa ovviamente un pretesto per ravvicinare le vite molto distanti dei tre personaggi, i quali si ritrovano a riaffrontare situazioni e litigi appartenenti al passato. Il personaggio di CarloVerdone (Gregorio), mai così poco affetto da nevrosi e in un certo qual modo simile nelle movenze ad Ivano, il coatto, (sebbene in parte spogliato dall’uso del dialetto romanesco e decisamente meno cafone) lascia grande spazio agli altri due personaggi: il fratello Vanni, pianista di musica classica interpretato da Sergio Rubini (che incarna la figura del figlio modello) e la sorella Livia, moglie insoddisfatta di un uomo ricco, interpretata da Francesca Neri. Tra i fratelli nascono contrasti di ogni sorta, a partire da quello musicale, di grande ilarità, tra Vanni e Gregorio, dj di elettronica nei pieni anni ’90.
A lupo a lupo è un film che basa il suo equilibrio nello spessore dei personaggi, senza che nessuna figura prevalga narrativamente e comicamente sugli altri, e senza impedire situazioni da gag verdoniane. Una su tutte la scena in cui Gregorio sdraiato nella vecchia cameretta mentre legge il libro di poesie del padre, chiede al fratello: «Vanni, ma quante pippe ci siamo fatti su ‘sti letti?». Vi è in questo film, forse mai come negli altri, una particolare attenzione del regista per le location e per gli arredamenti, probabilmente per via del sapore autobiografico che investe il film. Carlo, di buonissima famiglia borghese, trascorse l’infanzia e l’adolescenza nell’ampia “casa sui portici” a lungotevere dei vallati 2. Sono luoghi che riescono a raccontare una borghesia romana ormai scomparsa. Come la casa del padre, suggestivo attico in pieno centro romano: sfarzoso, ricco di statue e feticci di ogni genere. Oppure la casa al mare, che pare richiamare quella in Sabina appartenuta al vero padre di Carlo, Mario.
Perché ricordarlo? Rispetto alla media dei suoi film, le gag comiche sono poche ed il personaggio di Verdone è meno preponderante. Ma è proprio il suo equilibrio nella mescolanza di componenti tipicamente verdoniane come la famiglia, la malinconia, la musica, la sensualità femminile, che lo rendono un film degno di nota e un valido strumento per addentrarsi nelle memorie del regista romano.
