Ascesa e declino del principe di Bel-Air
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Ascesa e declino del principe di Bel-Air

C’è stato un tempo molto, molto lontano, in cui ha salvato il mondo dagli alieni. A dire il vero, l’ha fatto ben quattro volte.

C’è stato un tempo molto, molto lontano, in cui ha salvato il mondo dagli alieni. (A dire il vero, l’ha fatto ben quattro volte, senza contare una ribellione di robot positronici e un’epidemia zombie.) Ancora prima, in un’età preistorica, ha vinto il primo Grammy mai assegnato alla migliore performance rap e, adocchiato dalla tv generalista come rappresentante di tendenze inesistenti sui radar dei principali network, ha portato un po’ di ghetto nelle case della bianchissima America del 1990.

Will Smith è stato uno degli attori più quotati di Hollywood, con una origin story rocambolesca quel tanto che basta da renderla credibile. Nato e cresciuto nella poco raccomandabile West Philadelphia, a 21 anni era già passato dalle stelle alle stalle un paio di volte e non aveva mai recitato in vita sua, quando venne contattato per interpretare il ruolo da protagonista in un pilot della NBC. Nel 1988, come MC del duo hip-hop DJ Jazzy Jeff & The Fresh Prince, si era guadagnato i consensi del pubblico e della critica con brani orecchiabili e tutt’altro che controversi come Parents Just Don’t Understand, che raccontava il disagio di andare a scuola vestito da sfigato e della mamma che non voleva comprargli un paio di Adidas.

Lui, invece, di Adidas deve averne comprate un bel po’, perché nel ’90 si trova ridotto sul lastrico, con tanto di beni sequestrati dal fisco.

La telefonata della vita arriva a marzo, mentre è in Indiana per un concerto, e deve essere andata più o meno così: «Senti, Willy, abbiamo visto il tuo video su MTV, carina l’idea della cameretta piena di graffiti e di tua madre coi bigodini che ti rompe le scatole. Puoi venire a Los Angeles a girare la stessa cosa tipo subito?». La produzione era in tremendo ritardo sulla stagione dei pilot e non c’era tempo da perdere, se volevano debuttare a settembre. Willy non se lo fa ripetere due volte. Dopo un viaggio della speranza di 17 ore tra autobus e aereo, arriva a casa di un certo Quincy Jones, appena passato alla produzione televisiva e pronto a portare qualcosa di nuovo sulla scena. Il provino va alla grande: la carriera da rapper gli ha insegnato qualcosa in fatto di memorizzazione delle battute e, quanto a presenza scenica, dimostra subito l’energia giusta e tempi comici da veterano.

La prima stagione di The Fresh Prince of Bel-Air (Willy, il principe di Bel-Air) è un piccolo fenomeno televisivo. In quel momento, negli Stati Uniti, le rappresentazioni della blackness sul piccolo schermo sono di due tipi: da una parte c’è il delinquente del ghetto, uno stereotipo cui contribuiscono tanto MTV quanto i polizieschi, dall’altra c’è la famiglia alto-borghese, rispettabile, che piace anche ai bianchi, del Cosby Show (I Robinson). In qualche modo, la nuova comedy mette insieme i due elementi, quando Willy, simpatico scavezzacollo che frequenta cattive compagnie, viene mandato a vivere in California dal suo altolocato zio Phil, avvocato di successo e vicino di casa di Ronald Reagan. A differenza del Cosby Show, The Fresh Prince of Bel-Air non sorvola sulla questione razziale e sullo scontro generazionale tra diverse concezioni di blackness, anzi, le usa come carburante narrativo e comico. Willy, nel ruolo di pesce fuor d’acqua, entra subito in contrasto con lo stile di vita di casa Banks: maglie da basket e cappelli da baseball coloratissimi contro candidi completi da tennis, Malcolm X contro Tom Jones, boombox contro violini, Black English contro General American. Lo slang dà continui spunti per incomprensioni e divergenze tra il teenager un po’ petulante, orgoglioso delle sue radici, e il ricco zio, visto come un traditore che ha dimenticato chi è. Più distesi sono i battibecchi tra i due cugini, bandiere di due adolescenze diverse: se, nella sua hit di un paio d’anni prima, Will voleva disperatamente un paio di Adidas, Carlton avrebbe adorato le camicie da sfigato scelte dalla mamma. La serie prosegue per sei stagioni, con un elenco infinito di guest star che va dai Boyz II Men a Oprah Winfrey, passando per Tyra Banks, Chris Rock e Kareem Abdul-Jabbar, fin quando zio Phil lascia l’ormai ventisettenne Smith libero di lanciarsi verso il successo di botteghino dell’estate ‘96, Independence Day, e verso una carriera cinematografica che si promette folgorante.

Diciotto anni dopo, invece, Will Smith si barcamena tra le carriere dei figli e le paturnie di M Night Shyamalan, ingrossando le fila dei sedotti e abbandonati da un decennio glorioso e irripetibile, tipo Keanu Reeves o Loredana Bertè.

Cos’è andato storto? Come si è ridotto così? A tal proposito esistono diverse scuole di pensiero.

1. L’attuale stato della sua carriera può essere interpretato come una sorta di bad karma da troppa ambizione. A un certo punto, forse all’epoca delle riprese di Alì (2001), dev’essersi messo in testa la fissa dell’Oscar: da allora non ha più smesso di parlare di pattern, di come ogni evento sia predeterminato da una logica interna e di come, per vincere una statuetta, nel 90% dei casi si deve interpretare un personaggio storico o un malato di mente. E, visto che dovrà attendere qualche anno prima di poter interpretare quella biopic su Barack Obama che il presidente già da tempo auspica, la malattia mentale sembrerebbe essere la sua ultima speranza.

2. Le smanie di protagonismo. Dai tempi del film su Mohammed Alì, diretto da Michael Mann, non ha più partecipato a film d’autore o con attori importanti. Anzi, ultimamente la sua tendenza all’accentramento ha iniziato a rivolgersi anche alle sceneggiature. Il suo ultimo flop, After Earth (2013), non solo si avvaleva della dubbia maestria del sopracitato Shyamalan, ma recava un inquietante «Story by Will Smith» nei credits iniziali. E quanto ai suoi co-protagonisti…

3. Il nepotismo. Lo testimoniano tante altre star, da Tom Cruise a Gwyneth Paltrow: avere figli fa diventare scemi. Ma con Will, la cosa raggiunge livelli senza precedenti. Più ancora che dall’ansia da Oscar, l’ultimo decennio della sua vita è stato contrassegnato da un’impressionante dedizione per la carriera di suo figlio Jaden, 14 anni, co-protagonista proprio in After Earth. I due ormai si autodefiniscono la nuova coppia inseparabile del cinema americano dopo Tim Burton/Johnny Depp e Martin Scorsese/Leonardo DiCaprio. 

Un video amaro ed esaltante. Guardatelo tutto.

Polpettoni pretenziosi, registi mediocri, dinamiche clientelari che neanche all’Ama: tutti gli elementi puntano il dito contro Gabriele Muccino e La ricerca della felicità (2006) come origine del male. Ma non è troppo tardi, Will. Sei ancora in tempo. Già una volta sei riuscito a tirarti fuori da un pantano professionale e finanziario, puoi farlo di nuovo. Guardati intorno, guarda cosa fanno le altre star un po’ sbiadite.

Alcuni provano a buttarsi sulla musica: Lindsay Lohan lo fa ogni due anni, per Kevin Costner è l’unica valvola di sfogo dai pressanti impegni col tonno Rio Mare. Tra febbraio e maggio sono uscite notizie di uno o più incontri in studio di registrazione con Kanye West, che starebbe cercando di convincerti a rispolverare le vecchie buone abitudini. In alternativa, caldeggiamo fortemente anche un ritorno al piccolo schermo, altro piano B molto popolare tra i tuoi colleghi. Consiglio: se non sai da dove iniziare, prova a rimediare il numero del signor Nic Pizzolatto, che un provino per True Detective non lo nega a nessuno. 

Martina Cervino
Nata a Roma nel 1988. Laureata in lettere, dottoranda in spettacolo. Assistente ai programmi a Rai Storia. Sottotitolo cose bellissime per Subsfactory. Da grande voglio diventare Maggie Smith.
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