All’interno di quella sorta di Fight Club seriale che è il mondo dei telefilm vige una regola, conosciuta da tutti, ma non per questo rispettata: vietato spoilerare.
Per chi non lo sapesse (ma so che lo sapete tutti) lo spoiler è la rivelazione più spietata, quella che non tiene conto dei tempi altrui e che si basa esclusivamente sul proprio ciclo vitale; della serie «io l’ho visto, e quindi ne posso parlare». Il termine, ed il verbo ad esso collegato, nascono ovviamente dalla lingua inglese con il significato di “rovinare” o “guastare”. Si tratta proprio di questo: rovinare a qualcuno il momento migliore di un prodotto, che si tratti di una serie televisiva o di un film.
A questo proposito, nel 2005, il famoso critico cinematografico Rogert Ebert, parlando di Million Dollar Baby, si lanciò in un pesante attacco alla pessima abitudine di alcuni critici a rovinare un film allo spettatore lasciandosi andare troppo spesso a dettagli cruciali della trama. Secondo Ebert qualcuno dei suoi colleghi era colpevole di aver riempito i propri pezzi di spoiler, rivelando il finale del film in questione (cosa che io non farò) attraverso un semplice giudizio sulla decisione finale intrapresa della protagonista. Nell’attaccare i due critici coinvolti nella faccenda, o meglio i due opinionisti politici Rush Limbaugh e Michael Medved, Ebert sdoganò quello che è diventato, soprattuto per il mondo delle community online, una sorta di mantra, un concetto di due lettere in grado di salvare amicizie e rapporti umani: spoiler alert. Queste due paroline, inserite nel momento giusto, sono il lasciapassare per qualsiasi tipo di rivelazione.
Contrariamente a quanto potreste pensare, il fenomeno dello spoiler, e tutta l’isteria derivatane, non è però di nascita recente: il termine spoiler alert ha infatti origini ben più profonde, e in parte slegate dal mondo dei social network. Una delle prime tracce di queste parole risale al 1994 quando, in un articolo apparso sul Washington Post dal titolo Gardens on the Internet, si rimaneva stupiti dal ripetuto utilizzo dell’avvertimento spoiler alert all’interno di alcuni gruppi di discussione tra appassionati di cinema. In realtà, volendo andare a scavare nei meandri di Usenet Archives potremmo addirittura ritrovare delle conversazioni geek datate 8 Giugno 1982 nelle quali spoiler alert campeggiava prima di alcune scottanti rivelazioni su Star Trek II: L’ira di Khan, uscito solo pochi giorni prima in sala, e dove tale Wayne Hamilton si lanciava in un’accurata interpretazione della morte di Spock, mettendo però subito in chiaro il suo eventuale disappunto nel caso il personaggio fosse stato riportato in vita negli episodi successivi – cosa poi successa, con buona pace di Wayne.
Se per critici ed utenti anglofoni il termine spoiler poteva considerarsi parte del proprio bagaglio linguistico, lo stesso non si può dire per la cultura italiana. Uno dei casi più conosciuti dal web è stato quello di Paolo Mereghetti, famosa firma de Il Corriere della Sera, reo di aver riempito molti dei suoi articoli di momenti chiave di film come The Reader e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo dove, senza fare troppi complimenti, aveva rivelato uno dei colpi di scena del film nelle prime tre righe, dicendoci senza nessun senso di colpa cose come «I Maya erano marziani e Roy Neary, il protagonista di Incontri ravvicinati del terzo tipo, aveva ragione: gli extraterrestri ogni tanto fanno visita alla terra». Grazie Paolo, ti perdoniamo solo perché il film era decisamente pessimo.
Da quella discussione, come da queste righe, può nascere un’interessante domanda: può la critica prescindere dallo spoiler? La risposta è in realtà ampia, e necessariamente legata alla continua evoluzione dei media.
Come fatto notare da Tom Jicha nel suo post How soon is too soon for spoilers?, la finestra temporale che trasforma un semplice commento in una fastidiosa rivelazione è ampia e variabile ma, soprattutto, dipesa in gran parte dal media in questione. Commentando una polemica nata sulle pagine del L.A. Times Jicha fa notare come, in un media come quello televisivo, il concetto di spoiler sia completamente diverso dal cinema, dove il suo significato è in relazione al tempo di programmazione in sala di un film. Per questo l’intero post è riassumibile nella frase «As soon as it’s on the air, it’s fair game», proprio perché il cinema non è la televisione, dove un determinato evento è ridotto a qualche ora di messa in onda – o qualche giorno in caso dell’on demando del dvr – e perché per un giornalista o un blogger risulterebbe impossibile commentare un evento sportivo o uno show senza poter entrare nel dettaglio. Anche in questo caso l’articolo si chiude con la conclusione che un adeguato avvertimento è l’unico modo per mettere in guardia lo spettatore distratto, senza però negare agli altri la possibilità di commentare gli ultimi prodotti messi in onda.
Dovendo rispondere alla domanda sul rapporto tra critica e spoiler la risposta è «ni», proprio perché, come detto sopra, cinema e tv si muovono a due velocità differenti. Il critico cinematografico è quindi tenuto a parlare di un film riducendosi magari alla sinossi e ad un’analisi approfondita, mentre quello televisivo avrà il diritto di poter parlare liberamente. Gli spettatori distratti, invece, possono solo stare attenti.
Indipendentemente dalla legittimità o meno di uno spoiler, ciò che colpisce di più è la grandezza sociale assunta dal fenomeno. Solo qualche mese fa Netflix, il principale sito di cinema e serie tv on demand, ha lanciato il sito Living with Spoilers con l’intento di alleggerire l’eccessiva tensione nata intorno al fenomeno. Nelle tre sezioni del sito, oltre al test per capire che tipo si spoileratore si è, si può scegliere quale rivelazione dovrebbe essere ormai di pubblico dominio (esiste qualcuno che non conosce il finale di The Departed?) o intraprendere una spietata roulette russa a base di spezzoni di film e serie tv. Evidentemente però Netflix deve avere particolarmente a cuore i suoi 50 milioni di iscritti, dato che all’epoca della messa on-line della seconda stagione di House of Cards il servizio di streaming aveva lanciato anche l’app Spoiler Folder, in grado di individuare i tweet dannosi e di oscurarli come si fa con i documenti altamente classificati. Nonostante li sforzi di Netflix però il mio premio personale al «Servizio anti-rivelazione più isterico» va a Fetch TV: Spoiler Spoiler, un’estensione dei browser lanciata la scorsa estate, e pensata appositamente per oscurare qualsiasi tipo di notizia e risultato sui passati mondiali di calcio. Quasi converrebbe vivere in una caverna.
Probabilmente non esiste una risposta all’intera questione spoiler, ed è anche giusto così, in modo che io possa continuare a far tremare gli amici più ritardatari con la minaccia di eventuali rivelazioni su Interstellar mentre loro continueranno a dirmi che sono come quei bambini che strappano i lembi dei regali di Natale.