Cinema, Tv e teatro: “Baby“ e il teen-drama in Italia
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“Baby“ e il teen-drama in Italia

Se c’è un genere seriale con cui in Italia abbiamo fatto sempre fatica a confrontarci è il teen-drama. Le vicissitudini dei liceali, più in generale dei teenager, sono state al centro di prodotti planetari, partoriti (quasi sempre) negli USA ed esportati nell’immaginario comune occidentale. Basti pensare all’Upper West Side di Gossip Girl o al blog […]

12 Dic
2018
Cinema, Tv e teatro

Se c’è un genere seriale con cui in Italia abbiamo fatto sempre fatica a confrontarci è il teen-drama. Le vicissitudini dei liceali, più in generale dei teenager, sono state al centro di prodotti planetari, partoriti (quasi sempre) negli USA ed esportati nell’immaginario comune occidentale. Basti pensare all’Upper West Side di Gossip Girl o al blog di Jenna Hamilton in Awkard o ancora alle tumultuose storie di Skins. Indiwire ha provato a fare una classifica dei migliori teen-drama degli ultimi vent’anni (giusto per dare una spolveratina ai ricordi), buttando nel calderone anche dei capisaldi del genere come Dawson’s Creek, Gilmore Girls, The O.C., delle pietre miliari per gli appassionati del genere, dove i drammi degli adolescenti hanno comunque il centro della scena ma vengono, di volta in volta, alternati a episodi in cui sono i genitori a prendersi il palco. Le sfaccettature del genere sono infinite ma quello che alcuni show sono riusciti a fare meglio di altri è proprio la costruzione di una prospettiva squisitamente teen. Gli adulti servono per dare un contesto, ma i protagonisti indiscussi della serie rimangono i teenager, i loro problemi, i loro drammi, la loro crescita.

 

 

Se provate a googlare “teen drama italiani” scoprirete che non compaiono risultati degni di nota. Classifiche di siti, articoli sparsi, tutti riferimenti a una cultura seriale non italiana, al massimo vengono citati alcuni prodotti che del teen-drama non hanno niente. Viene da sé che il salto da serie come Un medico in famiglia o come I Cesaroni o anche da esempi più recenti come Tutto può succedere, allo sviluppo di Baby, è un balzo notevole. Sia chiaro non si parla di qualità, quella rimane una valutazione che non ha necessità di esistere in questa sede, quanto di inversione del paradigma, della volontà di fare qualcosa molto lontano dagli script triti e ritriti della televisione italiana. Il fatto che sia la seconda serie italiana Originale Netflix (dopo Suburra) conferma che per saltare nel buio serve un paracadute affidabile, che può permettersi dei lanci sbagliati senza preoccuparsi delle perdite dovute allo schianto.

 

 

Il collettivo romano GRAMS* (le iniziali dei nomi dei componenti tranne quello dell’unica ragazza, vai a capire), coadiuvati da Isabella Aguilar e Giacomo Durzi, hanno portato il teen-drama in Italia sfruttando l’unico canale che, ad oggi, può avere, anzi vuole, nel suo catalogo, un titolo italiano con questa impostazione. Baby prende le mosse da un fatto di cronaca (il giro di prostituzione che ha coinvolto alcune minorenni ai Parioli) ma si sviluppa come un prodotto fresco, emotivo, relazionale, teen.

 

Un esperimento

Baby è un esperimento. Da qualsiasi punto la si voglia guardare, la serie incarna la creatività nostrana, il timido tentativo dell’industria televisiva italiana di uscire dal guscio e il risciacquo netflixiano che tutti i prodotti proposti dall’azienda losangelina devono subire. In quanto esperimento, primo del suo genere per quanto riguarda l’Italia (in realtà ci sarebbe SKAM, ma parliamo comunque dell’adattamento di una serie tv norvegese. Non c’è niente di male ma ecco, non è stato pensato ex novo), le possibilità che venisse fuori un capolavoro erano molto risicate.

Ad aggiungere ambiguità alle valutazioni che circolano in rete e all’interno del vostro gruppo di binge watcher, c’è la promozione della serie; presentata come una narrazione cronachistica, con elementi teen ma comunque ancorata al dibattitto pubblico sulla vicenda delle baby squillo, in realtà ha soltanto grattato la superficie del fatto di cronaca, dimostrandosi molto più interessata a confezionare un prodotto fruibile senza dover provare troppa pena per le vicissitudini delle protagoniste. C’è la cocaina ma non si nota, c’è un tentativo di abuso interrotto bruscamente da un incidente stradale, le scene di sesso sono praticamente assenti, la crudezza tipica di certi prodotti della tradizione italiana non viene minimamente ricercata. È come se Baby si svolgesse in un universo ovattato, distante, in questo molto simile alla New York di Gossip Girl, dove il contesto assume un ruolo molto marginale e sfocato. La prospettiva è data dalla lente dei ragazzi che popolano la serie, dove il problema è dire alla tua amica che vai a letto con suo fratello o che vi piace lo stesso ragazzo. Anche i genitori, seppur presenti nella narrazione, svolgono un ruolo comprimario, quasi mai al centro della scena. Non è dato sapere se la volontà di GRAMS* fosse questa fin dall’inizio oppure se abbiano dovuto piegare la loro scrittura alle direttive dalla casa di produzione o di Netflix, fatto sta che il risultato è un teen drama quasi del tutto asciugato dal fenomeno delle baby squillo.

Un altro elemento sperimentale è il format adottato: sei episodi da una quarantina (abbondante) di minuti ciascuno. La sensazione è quella di guardare qualcosa che è stato compresso, amputato. Indipendentemente dal numero di episodi, nelle singole puntate è come se mancassero cinque, sei, sette minuti per introdurre o spiegare certe dinamiche buttate lì con troppa frenesia. Inoltre, non esiste un antagonista credibile, una figura divisiva un po’ alla Julie Cooper su The O.C.: non un mostro, ma un antagonista perfetto per un teen-drama. I problemi ci sono, ma parliamo comunque di un collettivo nato nel 2017 al battesimo del fuoco con gli occhi di tutti puntati addosso.

Il fatto che un gruppo di ragazzi e ragazze under 30 si sia costruito uno spazio nel sonnolento (ma ultimamente un po’ più vigile) mercato seriale italiano dimostra che il periodo è quello giusto, c’è tanta voglia di battere sentieri inesplorati e adottare come guida una categoria fino all’altro ieri etichettata come troppo giovane. Come detto non c’era la necessità di scrivere una pietra miliare del genere, quanto quella di sconfinare dove ancora nessuno, in Italia, aveva provato ad avventurarsi. Già farlo con dei risultati apprezzabili pone le basi per sviluppare una sottocultura teen che, indipendentemente dal gusto personale, intercetta una buona fetta di pubblico sottraendola magari a programmi come Uomini e Donne o Temptation Island, il che già può considerarsi una piccola vittoria.

 

Il teen-drama vive e lotta con noi

Quasi due anni fa, Silvia Schirinzi si interrogava su Studio riguardo le sorti di un genere che all’inizio del nuovo millennio aveva monopolizzato i palinsesti di tutto il mondo, ma che sembrava avesse esaurito la sua spinta propulsiva. La vera chiave capace di mettere in moto un teen-drama coinvolgente è la costante ricerca della serialità affiancata alla contemporaneità. La capacità di Tredici di tenere incollato lo spettatore per ascoltare la prossima cassetta è stata sistematicamente seguita dal suo addentrarsi in tematiche scottanti e attuali, come cyberbullismo, public shaming, cameratismo tossico maschile. Proprio la serie di Hannah Baker si è presa la briga di riportare una certa fetta di audience al teen-drama e di conseguenza il genere sta cercando di riappropriarsi dei fasti passati. Ovviamente quando si ritorna su un campo battuto si rischia di prendere delle cantonate (Riverdale, Elite), si tentano vie sperimentali (Everything Sucks!), però possono anche venire fuori dei piccoli gioielli come The End of the F***ing World, una commistione di generi tenuta insieme dal rapporto tra due ragazzini troppo intelligenti e instabili per andare a scuola.

In questo tentativo di “svecchiamento” compiuto da uno dei generi più seguiti nella storia delle serie tv si inserisce anche il prodotto di casa nostra. Baby è stato costruito per essere “bingeabile” con irrisoria facilità e mentre la storia scorre si accavallano una serie di domande sui personaggi che chiamano una seconda stagione. Questa necessità di intessere relazioni all’interno della serie è ciò che, più di tutto il resto, rende Baby un teen-drama. Difficilmente il mercato italiano darà una spinta considerevole nel far tornare il genere quello che era nei primi duemila, ma è invece probabile che, con l’arrivo sulla scena di scrittori e produttori appartenenti a un’altra generazione, si continui a ricercare l’ignoto, l’inesplorato dalle precedenti classi di età.

Baby è la dimostrazione che la serialità italiana tende sempre più l’orecchio verso ciò che arriva da fuori, cercando di assorbire il trend e di reinterpretarlo secondo la chiave artistica di casa nostra. La serie creata dai GRAMS* non è un capolavoro, ci sono ottime possibilità che se ne siano resi conto anche loro, ma non esiste nessun buon motivo per non guardarla cercando di cogliere la semplicità e il romanticismo nel raccontare la vita di due ragazze che non vogliono stare a scuola, non vogliono stare a casa, non vogliono e basta, fanculo. È il liceo, è l’adolescenza, è uno spezzone di esistenza che merita di essere raccontato.

Paolo Stradaioli
Paolo Stradaioli
Classe 1995 studia Scienze Politiche a Torino e nel tempo libero guarda tanto sport e tante serie tv. Un giorno vorrebbe scrivere per mestiere e finché non ci riesce continua ad intasare qualsiasi spazio abbia il coraggio di dargli un pubblico e una buona ragione per rimandare lo studio.
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