Cinema, Tv e teatro: «Chi balla deve essere la musica» — intervista con Claudio Cocino
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«Chi balla deve essere la musica» — intervista con Claudio Cocino

  Mercoledì 8 febbraio al Costanzi di Roma è andata in scena la Bella addormentata allestita dal coreografo francese Jean-Guillaume Bart. Era la prima, il ventottenne Claudio Cocino interpretava il principe Désiré e al termine della recita è stato nominato primo ballerino della scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Nato a Torino il […]

 

Mercoledì 8 febbraio al Costanzi di Roma è andata in scena la Bella addormentata allestita dal coreografo francese Jean-Guillaume Bart. Era la prima, il ventottenne Claudio Cocino interpretava il principe Désiré e al termine della recita è stato nominato primo ballerino della scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma. Nato a Torino il 12 maggio del 1988, Cocino ha vissuto tanti anni a Civitavecchia, dove risiedono i genitori e il fratello più grande. Lo abbiamo incontrato e abbiamo trascorso assieme due ore piacevoli, a parlare di sé e di arte.

Allora Claudio, iniziamo dalla fine, questa nomina era nell’aria, te l’aspettavi oppure è arrivata all’improvviso?

Un po’ era nell’aria. Sono tantissimi anni che ricopro ruoli da primo ballerino di teatro e in quasi tutti i balletti in programma sono l’interprete principale. È vero che la mia nomina era una cosa che doveva succedere, ma il teatro, si sa, spesso ti usa nel modo che ritiene più opportuno, quindi non era così scontato. Alla fine si tratta di una scelta della direzione artistica, la quale decide e propone la nomina al sovrintendente del teatro, che ha l’ultima parola in totale autonomia. Nonostante il nostro sovrintendente (Carlo Fuortes, ndc) non sia un ballerino, è comunque un uomo di grandissimo spessore che conosce perfettamente danza, musica, opera. Mercoledì (8 febbraio, ndc) è venuto alla mia prima nella Bella addormentata. Io ballavo in coppia con Iana Salenko, una ballerina ucraina bravissima e famosissima (prima ballerina dello Staatballet Berlin, ndc). Ballare con un’ospite è qualcosa di abbastanza prestigioso, e il teatro prende molto in considerazione cose di questo genere. Mi era già successo in altre occasioni di ballare con una ballerina ospite, ad esempio nello Schiaccianoci, ma stavolta c’erano molti altri tasselli che facevano pensare a un esito del genere. Finché non succede, però, tendi a non crederci fino in fondo.

 

 

Era la “prima prima” della Bella addormentata per te?

Esatto. È stata la prima volta che sono andato in scena nella Bella addormentata. La scorsa stagione alla prova generale mi sono rotto il piede e dunque era sfuggita all’ultimo. Ovviamente avevo fatto altre volte la Bella addormentata ma mai nel ruolo principale. Nelle produzioni del teatro dell’Opera ho fatto tutti gli scaglioni, dalla scuola di ballo, ho fatto i bambini piccoli che accompagnano i balletti, poi i gruppi più grandi, un piccolo ruolo da solista, un altro ruolo da solista e via via su fino al ruolo da primo ballerino.

Cosa hai provato subito dopo l’annuncio della nomina?

Un’emozione indescrivibile. Era qualcosa che desideravo ardentemente. Sembrerà sciocco ma è un riconoscimento che premia un percorso di fatica e di lavoro incredibile. Malgrado dal punto di vista concreto non cambi nulla, ricevere questo titolo dalla mia compagnia per me era fondamentale. Dietro la nomina ci sono sacrifici, rinunce e persone importanti: un grande padre, una grande madre, un grande fratello, insomma la mia famiglia. Ho avuto la fortuna di avere tutto questo. Mi sono sempre stati vicini, sia nei momenti felici che in quelli di sconforto. La cosa che mi ha fatto più piacere in questi giorni è l’affetto ricevuto dalle persone e i tanti complimenti.

 

 

Quando e dove hai cominciato a ballare?

Ho iniziato nella metà degli anni ’90 a Civitavecchia in una scuola che si chiama Ballet Center. Quando rientravo da scuola insieme a mia madre passavamo esattamente davanti alla scuola di danza. Io rimanevo incantato. Ricordo come se fosse ora che osservavo i ballerini e le ballerine che si muovevano e si divertivano e ne rimasi incantato. Per me era assolutamente un gioco. Ma la cosa bella è che anche allora, prima di cominciare, avevo la consapevolezza di saperlo già fare. Un giorno mia madre mi ha perso un secondo di vista e sono entrato direttamente in sala. Dissi all’insegnante, Maria Luisa Rubulotta, che volevo provare. Avevo 7-8 anni. Feci dei piccoli test e li passai tutti: ero molto elastico, il collo del piede naturale e sapevo fare tutto quello che mi veniva chiesto di fare. Mia madre andò a scusarsi con l’insegnante, lei le fece «signora, me lo lasci per piacere…». Nella mia famiglia non ci sono ballerini, non ci sono pittori, non ci sono artisti. Ho una zia che è una cantante d’opera che lavora al Carlo Felice a Genova, ma non l’ho frequentata tantissimo. Insomma, diciamo che il mio incontro con la danza è stato abbastanza fortuito.

Hai ricoperto tanti ruoli anche nel moderno e nel contemporaneo lavorando con molti coreografi, però la tua predisposizione è indiscutibilmente per il classico. Cos’è che ti fa battere di più il cuore della danza classica?

Personalmente sperimento una connessione particolarissima con la musica, per me l’associazione danza e musica è fondamentale, l’aspetto più sublime. La danza in sé è un’arte fisica molto faticosa, ti logora per sempre, tutto quello che di brutto si può immaginare. Dietro ogni elemento, però, dietro ogni passo fatto da un ballerino su un palcoscenico ci sono anni e anni di lavoro e di fatica che si stenta ad immaginare. Un gesto in scena vale 10 anni di studio. Ma al di là dei passi e della struttura coreografica, quando la musica si fonde con la danza scatta qualcosa. Quel momento lo senti. Chi balla deve essere la musica. Il ballerino non ascolta la musica, il ballerino è la musica. Quando quel momento arriva, te ne accorgi. Quando la coreografia è fatta sulla musica, la musica ti coinvolge totalmente e tutto diventa più semplice. C’è una frase di un mio coach che ricordo sempre con grande gioia: «piedi fra le spine e testa fra le rose». Ecco, questa è un po’ la chiave di tutto.

 

 

Come dicevamo prima ti capita però di ballare anche moderno e contemporaneo, giusto?

Assolutamente sì. Trovo la musica classica eccezionale ma sono anche un progressista. Ascolto molti generi, ho fatto coreografie con compositori supermoderni che sono bravissimi e artisticamente validi. La danza si evolve, non è solo classico. Esistono balletti su musiche underground, techno che sono favolose e hanno un valore indiscutibile.

Torniamo alla tua carriera, al percorso che ti ha condotto lì dove sei ora…

Al Ballet Center sono totalmente impazzito innamorandomi in modo definitivo della danza. La scuola teneva dei corsi di aggiornamento, venivano degli insegnanti famosi da altre scuole o da accademie per tenere delle lezioni. Così venne quest’insegnante che lavorava all’Accademia nazionale di Roma, Clarissa Mucci, e mi propose di fare un provino per la scuola di ballo. Clarissa disse a mia madre «signora, siamo pronti, lo deve mandare a Roma a tutti i costi». Avevo 11 anni. Feci l’ammissione ed entrai alla Scuola di danza del teatro dell’Opera, una scuola piccola ma molto selettiva e dura, che cerca di far arrivare all’ottavo anno di corso meno allievi possibili; anziché avere un corso di 20 diplomandi, preferiscono averne due ma buoni. Ho fatto tutti gli anni della scuola di ballo ma con un’interruzione. Nel 2005 a 15 anni ho vinto il concorso di Spoleto che mi ha permesso di avere una borsa di studio per la Royal Ballet School di Londra, così ho frequentato gli ultimi due anni della scuola inglese. Mi sono diplomato, poi sono tornato a Roma e la direttrice del teatro dell’Opera di allora, Carla Fracci, visto che ero rimasto legato alla scuola, volle che mi diplomassi anche in Italia. Prodotto ufficiale del teatro dell’Opera, a 18 anni sono entrato nel corpo di ballo del teatro dell’Opera. Sono state 4 stagioni molto intense con la direzione di Carla Fracci, una coach davvero incredibile. In quel periodo ero carico di entusiasmo, volevo fare tante cose ma il teatro mi teneva un po’ a bada. Io volevo fare, forse strafare, loro invece pensavano a farmi studiare, a non bruciarmi. Allora non me ne resi conto ma quel tipo di gestione fu ottima. Quella smania in ogni caso mi spinse poi a lasciare l’Italia. Me ne andai al Tulsa Ballet in Oklahoma, una compagnia molto famosa, raggiunta grazie a un’audizione in Italia con un direttore italiano che mi propose un contratto da solista. Anche quella, nonostante risiedessi in un posto dimenticato da dio, è stata un’esperienza fondamentale, la compagnia era fantastica, il repertorio ottimo, c’erano dei coreografi meravigliosi, abbiamo girato tantissimo, tournée a Washington, al Joyce di New York.

 

 

E dopo gli States cosa è successo?

Ho vissuto un momento un po’ particolare. Forse troppa danza, la lontananza da casa e alla fine ho detto basta, avevo ballato troppo. È così che mi sono fermato, per almeno 6-7 mesi.

Poi però hai ripreso a ballare?

Esattamente. Sarò stato troppo timoroso, fatto sta che ho capito di non saper fare altro nella vita. Così sono tornato sui miei passi. Non potevo sprecare tutto, per cosa poi? Quindi rientro all’Opera, con la direzione di Micha van Hoecke. Io arrivavo dal nulla, in compagnia mi conoscevano tutti, è vero, ma il direttore andava riconquistato. Ciononostante lui mi affidò diversi ruoli interessanti. Poi è cambiata la direzione, due anni e qualche mese fa è arrivata Eleonora (Abbagnato, ndc) e lei praticamente ha preso in mano la mia vita, inserendomi come protagonista in tutte le produzioni. Se sono arrivato sin qui gran parte del merito è anche suo. Le devo molto.

Consideri la nomina a primo ballerino del teatro dell’Opera di Roma come un punto di arrivo o come una base di partenza?

C’è sempre l’incarico da etoile da raggiungere… (ride, ndc) Certo, ci vuole un po’ di tempo, ma penso si possa fare. L’importante è che io dia sempre il massimo nella mia professione. Ma non può che essere così per uno come me che ha dedicato tutta la sua vita alla danza. La mia vita privata è abbastanza schifosa ma è giusto così, amo quello che faccio.

Cos’è per il te il talento?

Penso sia qualcosa che ci portiamo dietro sin dalla nascita e, soprattutto, che sia qualcosa di nettamente percepibile. Io lo noto nelle persone, si riesce a capire quando una persona ha qualcosa da dire. Nella danza il talento è qualcosa che esce fuori da chi balla, è una luce, ma non un riflettore puntato addosso, piuttosto una forza che sprigiona da dentro e che cattura l’occhio dello spettatore. Perché l’occhio a volte arriva anche a un ballerino che sta in ultima fila? Non lo so. La risposta non ce l’ho. Quello che so è che l’occhio arriva.

Un ruolo che non hai mai interpretato e che non vedi l’ora di fare e quelli che invece ripeti con maggiore piacere?

Nella prossima stagione ci sarà Manon, un ruolo che devo fare assolutamente. Nonostante siano i più faticosi, i grandi balletti classici sono per me una gioia, Il lago dei cigni, La bella addormentata, Giselle. Sono ruoli in cui mi trovo molto bene e nei quali, soprattutto, ogni volta che li interpreto, scopro cose diverse, emozioni e spunti differenti. All’inizio si ha sempre più timore, timore di faticare troppo, di non arrivare alla fine, di perdersi; poi però, più si va avanti, più si entra nel ruolo e più tutto diventa semplice e bellissimo.

 

 

Cosa si prova mentre si balla in un grande teatro con un grande pubblico, tante attese e un’atmosfera magica?

È una domanda mi pongo spesso. Cosa si prova? All’inizio c’è una fase di coscienza e di consapevolezza, poi cala una specie di velo, uno stacco dopo il quale la percezione cambia, mi capita di essere trasportato dai passi, ascolto il mio respiro, la musica, il pavimento, guardo la mia partner intensamente, cerco di stabilire un legame con lei. In ogni caso puoi ballare anche davanti a ventimila persone ma a un certo punto, il pubblico scompare, non ti accorgi più della sua presenza. Certo, gli spettatori ci sono, gli occhi puntati addosso si sentono, stranamente però non è una sensazione di disagio come trovarsi nudo in piazza, è qualcosa di molto più naturale, una sensazione di calore molto piacevole.

Cosa ne pensi della critica? Come vivi le stroncature?

La danza è molto soggettiva e ci sta. Ogni spettatore riceve un’immagine diversa di un balletto o di un’esecuzione specifica. Ho letto molte recensioni su di me, non tutti hanno scritto bene, è ovvio che dispiace, soprattutto perché a volte è una questione di tempo. A volte ti dici «ah, se quel critico avesse visto lo spettacolo un altro giorno». È comunque tutto normale. Gli addetti ai lavori possono essere dei giudici straordinari, a patto però che si liberino un po’ da alcuni pregiudizi.

Cosa pensi invece dei pareri dello spettatore che non è degli addetti ai lavori?

Il pubblico che non sa, che non si sofferma, è il pubblico migliore. Certo, si ricevono anche dei commenti abbastanza assurdi. Però anche questo fa parte del gioco. Una volta ricordo che avevo faticato tantissimo a fare un certo passo, mi ero visto in un video ed ero perfettamente consapevole dello sforzo che avevo condensato in quel passaggio. Accanto a noi c’era una signora che disse di quel ballerino «che aveva fatto con la gambetta così…». Insomma, puoi fare l’arabesque più bello del mondo ma ci sarà sempre qualcuno per il quale hai fatto così con la gambetta…

 

 

Il teatro in cui hai ballato che ricordi con maggiore piacere?

Il Costanzi è casa. La sensazione di casa ce l’ho soltanto là. Uno dei teatri più belli è sicuramente La fenice di Venezia, un teatro molto bello e accogliente. Quest’anno abbiamo ballato al teatro degli Champs-Élysées a Parigi, anche quello bellissimo. Io però amo i teatri antichi, barocchi, quelli italiani. Anche il teatro Massimo di Palermo non è proprio male (ride, ndc). Comunque il Costanzi è il migliore, c’è un’acustica pazzesca, ce lo invidiano in tutto il mondo, peccato che in pochi sappiano davvero dov’è, neanche i romani sanno dove sia.

Prima hai detto che la tua vita privata lascia un po’ a desiderare. Perché?

Non è che abbia molto altro da fare oltre alla danza. Quello che faccio già mi basta, mi impegna talmente tanto. Non esco moltissimo, da 6 anni a questa parte penso solo al lavoro, in ogni momento della giornata sono in sala ballo. Sembra triste, forse un po’ lo è, ma se ho scelto di fare il ballerino a questi livelli, la mia vita non può essere diversa da così. Se vuoi raggiungere dei risultati, se vuoi diventare qualcuno, se in scena vuoi essere consapevole di quello che stai facendo, devi lavorare e devi rinunciare a tante cose. La cosa più bella che ho sono i miei amici, molti interni alla compagnia, e la mia famiglia. Tutti loro hanno capito perfettamente quello che sto facendo e perché.

C’è qualcosa che non ti piace della tua vita professionale?

Mi pesa un po’ il fatto di non essere libero nelle scelte. Dipendo molto ancora dalle decisioni del mio teatro, non ho molto spazio da prendermi off, ma forse ora è giusto che sia così. Per tutti è così.

Qual è la tua giornata tipo?

Entro in teatro alle 10 e molto spesso esco alle 19. Dopo vado in palestra, quasi tutti i giorni, sono un amante del crossfit, non seguo una dieta particolare, mangio tantissimo e di tutto, per fortuna ho un ottimo metabolismo. Esco poco ma quando esco mi piace divertirmi.

Vivi a Roma ormai da qualche anno. Come ti trovi in questa città?

Non saprei vivere in nessun altro luogo al mondo. Amo gli angoli di Roma e i quartieri, soprattutto quelli periferici. Mi piace viverli e capire come stanno cambiando. Roma è perfetta, forse un po’ troppo grande ma complessivamente perfetta.

Che generi di musica preferisci?

Amo il country-blues e il jazz, Johnny Cash e Woody Guthrie.

Cosa farà Claudio Cocino nei prossimi anni e come vedi il tuo futuro a 40 anni?

Nel breve periodo voglio continuare a fare quello che faccio, con questa consapevolezza e la stessa determinazione. Ora è il momento di dimostrare di essermi meritato il titolo. Da qui a quando avrò 40 anni non saprei, al momento non mi vedo come maestro o coreografo. Adoro i bambini, che secondo me sono molto più intelligenti degli adulti. Con i professionisti non so vedermi. Con gli amatori credo sia bello, però non so se a lungo andare possa stufare. Comunque oggi non ho la velleità di diventare insegnante. Penso piuttosto di avere un’ottima capacità organizzativa, sono un grande organizzatore, ecco, forse mi piacerebbe iniziare a collaborare con qualche direzione artistica. Potrebbe essere interessante. A me lavorare piace. Di certo proverò a trovare un lavoro che mi consenta di non dipendere da nessuno. La libertà nel lavoro penso sia la cosa più bella.

 

Illustrazione di Resli.
Foto di Yasuko Kageyama.

Vincenzo Sori
Vincenzo Sori
Vincenzo Sori nasce a Roma nel 1982, dove si laurea in Relazioni Internazionali. Appassionato di letteratura, musica e arte in genere, dal 2008 collabora con Il Messaggero e altre riviste. Giornalista professionista, prova come meglio può a raccontare quello che gli capita attorno e nella testa. Con risultati in questo secondo caso tra il catastrofico e il grottesco.
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