Bellaria Festival: incontri e visioni respirate #2
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Bellaria Festival: incontri e visioni respirate #2

Due ragazze fanno i conti con il principio di identità di Aristotele: “per fare la ballerina devi essere una ballerina”. L’episodio mi ritorna in mente quando…

Due ragazze fanno i conti con il principio di identità di Aristotele: “per fare la ballerina devi essere una ballerina”. L’episodio mi ritorna in mente quando ne El Sicario Room 164 di Gianfranco Rosi l’ex killer al centro del documentario racconta quale sia la differenza tra un sicario e una sua imitazione. L’imitazione sparerebbe all’impazzata su tutta la macchina guidata dalla vittima, il vero sicario esploderebbe solo due colpi. O alla testa o al serbatoio. In poche parole spiega la differenza tra reale e simulacro. Un critico seduto qualche poltroncina più in là rumoreggia. Saranno ormai dieci minuti buoni che russa. Sistemo la camicia, la ragazza che stavo aspettando arriva. La forma è tutto. Il sicario mentre parla disegna. I disegni sono primitivi, rudimentali, spesso non fa altro che trascrivere ciò che dice. E’ la scelta vincente di Rosi. Non potendo filmare il volto dell’uomo, coperto per ragioni di sicurezza, rivela un mondo privato attraverso il flusso di parole e di immagini.Vederlo scarabocchiare come se fosse al suo primo giorno di asilo trasmette un senso di innocenza impensabile. Anche quando questa grazia si scontra con la sua vita, in cui rapiva, torturava e uccideva. Il critico si risveglia. La ragazza sorride a qualcuno nell’ombra.

Mentre apprendo che la vendita della crema per non far più crescere peli ha registrato il tutto esaurito a New York, mi fiondo a vedere Into Eternity di Michael Madsen (anteprima italiana). In Finlandia è stato costruito il più grande deposito sotterraneo per lo smaltimento delle scorie nucleari. Durerà 100 mila anni. L’unica cosa che mi viene in mente è Leni Riefenstahl. La regista che riuscì a rendere affascinante il nazismo. Madsen fa la stessa cosa, arrivando a rappresentare un mondo fantascientifico. Le immagini sono talmente belle e curate che vorrei comprarmi un barile di scorie e mettermelo dentro casa. Capisco che ciò che viene chiamato thanatos ha un peso enorme nella mia vita, ma continuo a guardare e ad immaginarmi tra esplosioni, cavee buie, e spazi ignoti. In definitiva invece che innamorarmi della bomba mi innamoro di barili nucleari. Anche questo è progresso.

Cerco di riprendermi provando ad inseguire la ragazza dagli occhi chiari. Non mi faccio notare. Ne perdo le tracce pochi colpi di pedale dopo. Io sono a piedi e lei sfreccia non so dove lasciandomi con i desideri in mano. Frustrazione. Mi rifaccio con l’ultima proiezione: Love During War Time di Gabriella Bier. Una ragazza ebrea e un palestinese decidono di sposarsi. Ritrovo il critico di prima pronto a replicare la performance di qualche proiezione fa. Scorrono alcune sequenze coppoliane (intesa come Sofia) sostenute dalla musica de El perro del Mar. Aspetto fino alla fine di veder sbucare Kirsten Dunst o Bill Murray. Non accade. Non riesco a trovare nulla che mi interessi nel film, eppure mi piace. E’ una sensazione bellissima, amniotica. Sarà che della storia d’amore non mi importa nulla. Sarà che il fascino segreto è dato dall’attesa. Gabriella Bier ha seguito per tre anni questi due innamorati. Se c’è un modo per definire la dedizione e il coraggio dovrebbe essere il suo viso sorridente. Anche il critico sonnacchioso sembra apprezzare. Nel finale, un gran colpo di coda. Che riprende le parole di quel vecchio sciupafemmine alcolizzato di Schopenauer sul valore dell’arte. Se la cultura non paga, almeno permette all’amore di sopravvivere. Continuo a pensare a Kirsten, alla ragazza in bicicletta e non ricordo più dove sia la macchina.

Leggi Bellaria Film Festival ’11: incontri e visioni respirate #1

Marco Fagnocchi
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