Brevi dal Torino Film Festival – 1° e 2° giorno
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Brevi dal Torino Film Festival – 1° e 2° giorno

Quando hai oltre duecento film a disposizione e una settimana per vederli, non puoi fare altro che fidarti delle trame che trovi sul programma (rigorosamente stampato su carta biblica patinata). Sai benissimo che «un grande viaggio fatto di suoni, colori, volti e incontri» è una supercazzola che sta per «niente trama, abbiamo girato finché sono […]

Quando hai oltre duecento film a disposizione e una settimana per vederli, non puoi fare altro che fidarti delle trame che trovi sul programma (rigorosamente stampato su carta biblica patinata). Sai benissimo che «un grande viaggio fatto di suoni, colori, volti e incontri» è una supercazzola che sta per «niente trama, abbiamo girato finché sono finiti i soldi e il montaggio l’ha fatto la nonna di Pino che sta a fa’ il corso di alfabetizzazione tecnologica al centro diurno», ma sai anche che ci sono abstract molto più subdoli e che una percentuale di cazzate col fiocco (oltre che una di cazzate soporifere) te la becchi. È in vendita con l’abbonamento.

Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto, a volte (ma non sempre), le aspettative siano distanti dalla realtà.

PRIMO GIORNO

Tokyo Tribe di Sion Sono

(Giappone, 2014, 116’)

Put your hands up in the air.

Sinossi: Tribù giovanili e sottoculture metropolitane, a Tokyo in sgargiante conflitto. Dopo un’invasione di territorio e l’omicidio di uno dei capi, la città è sul punto di esplodere nella più spettacolare e violenta guerra fra bande. Da Sion Sono (Rapporto Confidenziale Tff 2011) un altro tassello di cinema barocco, eclettico e umoristicamente surreale, un’epopea che mescola musical, yakuza e hip-hop, interpretata da rapper, artisti del tatuaggio e stuntmen. Tratto dal manga di Inoue Santa.

Visto da noi: Il musical che incontra il rap e l’hip-hop che incontra Tekken. Se barocco diventa sinonimo di esagerato ed eccessivo, allora sì, Sion Sono lo è. Ci sono una nonna che fa dj set in strada con il grembiule addosso, una poliziotta sexy, pistole che fungono anche da telefono, nani e ballerine, citazioni di Kill Bill, katane a piene mani. Dopo violenze di vario genere, stupri, cannibalismo e altre amenità, i capi delle varie gang intonano una simpatica canzoncina rap il cui succo è: volemose bene.  Gli ultimi trenta minuti sono un tripudio di legnate e delirio.

Attenzione spoiler: tutto il casino è scatenato per una questione di chi ha l’uccello più grosso.

Hit 2 Pass di Kurt Walker

(Canada, 2014, 72’)

Le premesse per l’adrenalina c’erano, ma qualcosa è andato storto.

Sinossi: Hit 2 Pass è una corsa di automobili nella quale per sorpassare devi colpire l’auto dell’avversario: anelito di contatto, bisogno di fermare il moto altrimenti perpetuo e circolare dell’eterno ritorno. L’incontro e l’ascolto irrompono nel circuito del tempo con il colpo del sorpasso, e la parola, lucida e pacata, sorpo libero nella sospensione inerziale, indica una nuova traiettoria della Storia.

Visto da noi: non è che ci aspettassimo Fast and Furios, ma almeno quell’adrenalina provata in adolescenza giocando a Destruction Derby, almeno quella sì. E invece niente, arrivano la noia e la melatonina. Accenni di Rust Cohle nella sinossi (“time is a flat circle”, e aridaje) buttati lì un po’ a caso, a pompare un po’ la supercazzola finale che è semplicemente una sorta di giustificazione per la piega che prende il documentario poco dopo la metà, quando abbandona automobili e corse e si dedica a esplorare il tema dell’identità, intervistando un ragazzo di origine indiana (anche in Canada ci sono gli indiani d’America, e probabilmente si chiamano indiani di Canada, ma questo il film non lo specificava). Peccato che questa specie di secondo documentario finisca presto.

Nota positiva: la colonna sonora come quella dei videogiochi 8-bit.

SECONDO GIORNO

Life After Beth di Jeff Baena

(Usa, 2014, 91’)

Stay hungry, stay foolish, ma soprattutto stay zombie.

Sinossi: Quando la fidanzata Beth torna miracolosamente in vita dopo una morte improvvisa, Zach cerca di sfruttare questa insolita seconda chance: ma la natura di zombie di lei prende il sopravvento. Riuscitissimo mix di commedia, horror e dramma, che diverte, inquieta e parla con intelligenza d’amore e di coppia. Con Dane DeHaan, Aubrey Plaza, Anna Kendrick e John C. Reilly; favolosa colonna sonora dei Black Rebel Motorcycle Club. Meglio di Joe Dante.

Visto da noi: Gli zombie ormai sono come il prezzemolo: te li trovi dappertutto.

Forse memore della lezione de Les Revenants, anche qui chi torna non è ancora del tutto sfatto e non ricorda com’è morto. Beth (all’inizio) non puzza né cade a pezzi, è spaesata e fa tenerezza. La stessa cosa che provi per il/la tu* ragazz* quando, dopo averl* lasciat*, e dopo essere stat* male come non credevi possibile, cedi. E ci riprovate.

La cosa pazzesca è che il vecchio Jeff Baena riesce a farti vedere contemporaneamente due film – un po’ come succedeva due anni fa con Ruby Sparks (anche se il genere era un altro, la commedia surreale) – e lo fa così bene che alla fine, quando Beth rotola giù da una scarpata sfasciandosi come una bambola, il sorriso un po’ amaro è lo stesso che avevi quando hai dovuto strapparti dalla testal’immagine di qualcuno che hai amato, e distruggerla.

Chicche: un fotogramma in cui si vede un poster dei Bosnian Rainbows in camera di Zach; i Black Rebel Motorcycle Club che aiutano il film nel salto di qualità verso il cult (certo, anche il fatto che lo smooth jazz sia l’unica cosa che ammansisce gli zombie è un bell’aiuto); la madre di Beth che nella corsa al climax si taglia le dita della mano sinistra per nutrire la figlia e si giustifica dicendo: “qualcosa dovrà pur mangiare”.

Baal di Volker Schlöndorff

(Germania, 1969, 85’)

La sorpresa di Fassbinder quando si rende conto di somigliare a Muccino.

Sinossi: Dalla pièce di Bertold Brecht, un viaggio nell’isolamento e nell’autodistruzione per un poeta (il regista Rainer Werner Fassbinder) che non riesce a scegliere fra l’amor fou e l’egoismo. Diretto da Schlöndorff per la televisione tedesca, interpretato fra gli altri da Margarethe von Trotta e Hanna Schygulla, fu all’epoca fermamente ostacolato dalla vedova del commediografo che ne proibì la programmazione. Soltanto di recente è stato restaurato e recuperato dall’oblio.

Visto da noi: Se la signora Brecht, quarantacinque anni fa, aveva proibito la programmazione di questo film, due domande avremmo potuto farcele. È vero, si tratta di un viaggio nell’isolamento e, soprattutto, nell’autodistruzione, ma dello spettatore. Con un giubbino di pelle rubato a Fonzie, il poeta Baal non oscilla mai fra l’amor fou e l’egoismo, sceglie sempre il secondo facendo girare non poco le palle.

La Chambre Bleue di Mathieu Amalric

(Francia, 2014, 76’)

Incastro perfetto.

Sinossi: Julien (Mathieu Amalric) ed Esther si conoscevano da bambini. Si ritrovano adulti e diventano amanti. Entrambi sono sposati. Per otto volte si incontrano nella camera azzurra di un hotel vicino al paesino in cui entrambi vivono. Il rischio di essere scoperti è alto e Julien preferisce chiudere la relazione. Ma il meccanismo che porta alla tragedia è innescato. Amalric restituisce con grande maestria le atmosfere di uno dei romanzi più rarefatti di Georges Simenon.

Visto da noi: Attenzione: questo giudizio è filtrato dalla lettura del libro. Non serviva la credenza shabby chic al profumo di lavanda, ma la casa super tech di Julien – che palesemente è appena stata protagonista dell’ultima stagione di Case verdi dal mondo – e il suo bagno modern chic (versione deluxe) stridono con il paesaggio della campagna francese peggio di una psichedelica Wanna Marchi nei panni della suocera di Esther. Ci siamo convinti che la scelta di ambientare il film ai giorni nostri anziché negli anni ’60 fosse la conseguenza di un budget ridotto: anche se il regista riesce a restituire quelsentimento di ineluttabile, di una tragedia già consumata prima ancora che la morte succeda realmente, restare in un tempo passato avrebbe rafforzato il tono rarefatto di una storia che in fondo parla di come la vita cambi quando la si ricorda e quando la si vive. Fa eccezione la scelta della protagonista: Stéphanie Cléau è la milf definitiva ma senza leopardato: baccante (elegante), alta e statuaria, con un viso nobile e senza tempo. All’uscita incrociamo un novello Mereghetti: “Non succede niente, ma ti prende fino alla fine”. Morandini annuisce.

Inupiluk di Sébastien Betbeder

(Francia, 2014, 34’)

Chi doveva portare il pallone?

Sinossi: Thomas e Thomas sono amici da sempre. E da sempre si incontrano nello stesso bar. Uno è in crisi con la fidanzata, l’altro in attesa dell’arrivo del padre dalla Groenlandia con due amici. Ma all’ultimo il padre da forfait e i due Thomas devono accogliere i due inuit. Unico problema: la lingua. Sébastien Betbeder (premio speciale della giuria al 31° Tff con 2 automnes, 3 hivers), restituisce con humour e infinita tenerezza l’incontro tra due mondi agli antipodi.

Visto da noi: Essere trentenni oggi (senza call center e senza usare mai la parola generazione): i due Thomas, grazie all’incontro con gli inuit, guardano il mondo con occhi di nuovo bambini. A Betdeber piace scegliere protagonisti con i capelli un po’ lunghi, sporchi e radi (come Vincent Macaingne di 2 automnes, 3 hivers), sempre sulla soglia dell’età adulta ma incapaci di attraversarla, lontanissimi dallo stereotipo mucciniano. Meravigliosa la scena in cui Ole (l’inuit baffuto) suona l’ukulele e i due Thomas ballano.

La chicca: uno dei due Thomas indossa una maglietta dei The Brian Jonestown Massacre.

Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto
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