Brevi dal Torino Film Festival – 3° e 4° giorno
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Brevi dal Torino Film Festival – 3° e 4° giorno

Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto, a volte (ma non sempre), le aspettative siano distanti dalla realtà.   TERZO GIORNO Magic in the Moonlight di Woody Allen (USA, 2014, 97′) Magggia? Chiarovegggenza? Mago Oronzo dove sei? Sinossi: Nella prima […]

Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto, a volte (ma non sempre), le aspettative siano distanti dalla realtà.

 

TERZO GIORNO

Magic in the Moonlight di Woody Allen

(USA, 2014, 97′)

Magggia? Chiarovegggenza? Mago Oronzo dove sei?

Sinossi: Nella prima metà del XX secolo, un mago inglese (Colin Firth) specializzato nello smascheramento di frodi nel mondo della magia va in Costa Azzurra per sbugiardare una ragazza (Emma Stone), famosa per la sua presunta capacità di parlare con l’aldilà. Ma se fosse tutto vero? Fra La maledizione dello scorpione di giada e Scoop, la nuova commedia romantica alleniana con un cast che fa faville (fra gli altri, anche Marcia Gay Harden e Catherine McCormack).

Visto da noi: Come sprecare un incipit strepitoso. Il tema è già tutto lì: il più grande mago del mondo è anche la persona che crede meno nella magia e nelle illusioni (religione, aldilà). I restanti 80′ minuti sono un susseguirsi di spiegoni e di personaggi che, pur avendo in potenza uno spessore, diventano macchiette. Alla prima battuta di cinismo di Colin Firth ridiamo e la troviamo sagace, alla ventesima ci chiediamo perché Woody scelga, di nuovo, la strada della maniera. Tecnicamente tutto ineccepibile, protagonisti bravissimi, scenografia perfetta al punto che vorresti vivere in una villa della Francia del sud. Il tema (razionalità vs irrazionalità) s’incarna perfettamente nella figura di un mago (positivista e nicciano): il vecchio Woody potrebbe andare in profondità a ritmo di charleston, ma sceglie di galleggiare placido sulla superficie di un nome che è diventato ormai un brand.

Le chicche: Colin Firth travestito da mago cinese, con tanto di baffoni lunghi e occhi a mandorla; sempre il vecchio Colin che per conquistare Emma Stone la minaccia: «Davvero vuoi passare tutta la vita con uomo che suona l’ukulele?». A conferma che l’hipster esisteva già nel 1928.

Il viaggio di Marco Cavallo di Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi

(Italia, 2014, 55′)

Sinossi: Marco Cavallo è un cavallo di legno e cartapesta costruito dagli internati del manicomio di Trieste nel 1973, simbolo dell’abolizione di un orrore risalente al codice penale del 1930. Ma la chiusura dei cosiddetti OPG, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, continua a essere rimandata nonostante il monito di Napolitano. Nel novembre del 2013 Marco Cavallo è tornato a viaggiare attraverso 16 città, 10 regioni e 6 manicomi criminali. Un viaggio che è una denuncia indignata per risvegliare coscienze fin troppo sopite.

Visto da noi: Nel cinema quando parli di viaggio ci stai dicendo che il protagonista farà un percorso che lo porterà a cambiare. E che questa cosa succederà anche allo spettatore. L’unica cosa che succede qui, invece, è un lungo comizio. Peggio: i preparativi di un lungo comizio: inclusi i partecipanti confusi, le bandiere che non sventolano, le strette di mano a sindaci e parlamentari, i viaggi in macchina, i ringraziamenti di rito, i cortei che cantano rigorosamente De André e Bella ciao. Alla fine non sai niente di più di quanto già sapevi o hai letto nelle scritte iniziali. Peggio: le poche volte in cui senti parlare gli internati (verso la fine, perché devi essertelo guadagnato con sofferenza) percepisci il loro disagio mentale e la condiscendenza di chi li sollecita a farlo. Se l’intento era risvegliare le coscienze, non ci riesce. E non solo perché probabilmente noi siamo delle brutte persone, ma soprattutto perché non vediamo altro che la fatica organizzativa di questo tour. Incipit potente – due uomini montano la testa di Marco Cavallo sul resto del corpo (lungo, dinoccolato e scomposto: bellissimo) – rovinato tra le altre cose da una musica che, ogni dieci minuti, in genere durante i viaggi in macchina, ti invita ad avere una qualche specie di epifania.

Se Peppe Dell’Acqua e i suoi fossero stati dietro la macchina da presa e non davanti, anziché raccontarci la loro fatica, ci avrebbero portati al di là dei portoni sbarrati degli Opg. E non avremmo avuto l’impressione, che spesso si ha quando si tratta di sociale, di partecipare a una terapia di gruppo.

La chicca:  Cameo di Pietro Grasso e Leoluca Orlando.

QUARTO GIORNO

It Follows di David Robert Mitchell

(Usa, 2014, 94’)

Quando il follower fa paura.

Sinossi: Jay, dopo la prima notte d’amore con il fidanzato, viene narcotizzata e legata. Il ragazzo le spiega che con quel rapporto l’ha condannata a un inferno: un’entità è sulle sue tracce e la seguirà fino a ucciderla. L’unico modo di liberarsi è trasmettere la maledizione a qualcun altro. L’opera seconda di David RObert Mitchell riprende le inquietudini esistenziali degli adolescenti suburbani di The Myth of the American Sleepover per virarle in incubo horror.

Visto da noi: Non ci spaventavamo per un horror dai tempi de L’esorcista andato in onda su Italia Uno la stessa sera di Miss Italia (cosa volevano dirci? Messaggio occulto?).

Cosa resta dopo una scopata? Malattie veneree? Sensi di colpa? Gravidanze indesiderate? Non in questo caso. Qui ti resta addosso una maledizione che ti segue nel vero senso della parola. L’unica cosa che può salvarti è passare il testimone a un altr* pover* disgraziat*, ma nemmeno in questo caso sei al sicuro.

David Robert Mitchell ha imparato la lezione del maestro John Carpenter: la suburbia di Detroit è inquietante come Haddonfield; movimenti di macchina che aumentano la tensione (nello specifico, i movimenti più efficaci della macchina da presa sono quelli circolari, in cui nell’esplorazione dello spazio si percepisce sempre la presenza di un elemento inquietante); una colonna sonora (di Rich Vreeland, che lavora sotto il moniker Disasterpeace) disturbante che mette il suo bel carico di ansia e inquietudine.

La chicca: un’amica della protagonista dice di aver avuto una grande idea, poi molla una scorreggiona bella piena e subito dopo afferma che la grande idea è svanita.

Wir waren könige /the kings surrender di Philip Leinemann

(Germania, 2014, 107’)

Eins zwei polizei.

Sinossi: Un team delle forze speciali della polizia, una gang giovanile: due mondi paralleli, attraversati da tensioni elettriche e legami magnetici. Il caso e un timido tredicenne prima li avvicinano e poi li fanno scontrare per la sopravvivenza. Un noir metropolitano cupo e teso, sospeso tra suggestioni scorsesiane e richiami alla via scandinava al genere, che non fa sconti a nessuno e parla con ruvidità di verità e giustizia, amicizia e lealtà.

Visto da noi: Leggi “Germania” e “polizia” e pensi subito a Il commissario Rex o a Squadra Speciale Cobra 11. E invece ti ritrovi le forze speciali che vogliono fare il cazzo che vogliono, un tredicenne che si accolla a una gang (giovanile fa pensare all’acne, per cui non userò quest’aggettivo) che in realtà sono solo un gruppo di ragazzotti disoccupati con velleità da bulli di periferia, risse a caso e una spolveratina di corruzione. Non bastano queste cose, un’ambientazione urbana e una fotografia tendente al grigio periferia per legittimare l’aggettivo scorsesiano. L’unica tensione che attraversa sia le forze speciali che la cosiddetta gang è testosteronica: le lunghe scene di fratellanza al bar e al bowling sono abbastanza noiose e ridondanti. Come le botte: o sei pirotecnico e sopra le righe (come il Sion Sono di Tokyo Tribe), e allora ci divertiamo, oppure, alla quarantesima rissa nei primi venti minuti, ci annoiamo a morte.

La chicca: il regista fa una scelta coraggiosa e mette in bocca al capo della polizia il tema del film: «Non possiamo dare l’impressione che questa unità sia fatta di pistole e testosterone!».

Mr Kaplan di Álvaro Brechner

(Uruguay, 2014, 98’)

Sinossi: Jacob Kaplan, settantenne ebreo emigrato in Uruguay durante la Seconda guerra mondiale, fa fatica ad accettare la vecchiaia e si convince che un coetaneo tedesco, gestore di un bar sulla spiaggia, sia un criminale nazista. Nonostante lo scarso interesse dimostrato dalla sua famiglia, decide di condurre delle indagini con l’aiuto di un ex poliziotto. Una commedia divertente e amara sul riscatto, la seconda possibilità e la dignità.

Visto da noi: Nell’immagine di Mr. Kaplan in giacca e cravatta aggrappato al trampolino (e in quella di sua moglie che si tuffa in modo goffo per salvarlo quando lui cola a picco) c’è tutto il film. Kaplan è un personaggio donchisciottesco, tanto da avere un Sancho Panza (Wilson) commovente, che sposerà la sua stramba battaglia: è l’ultima possibilità per Jacob di lasciare un segno nel mondo.

Wilson, più che semplice aiutante o personaggio secondario, è un vero e proprio alter ego di Jacob: ha i baffoni neri, è gordo, suda copiosamente ogni goccio di birra che beve, ha una vita familiare disastrata non per causa sua (sarà l’incontro con Jacob a spingerlo a rimettere insieme i pezzi).

Álvaro Brechner scrive un film con la cura che si mette nelle cose che stanno davvero a cuore. Il risultato sono personaggi di spessore anche quando hanno due scene.

Si può parlare di ebrei e di nazismo senza retorica e senza toccare il tasto dei sensi di colpa.

La chicca: S.S. in Uruguay di Serge Gainsbourg è la canzone d’apertura.

Cold in July di Jim Mickle

(Usa, 2014, 100’)

Da ematologo forense a cornicaio con il grilletto facile.

Sinossi: Un padre di famiglia (Michael C. Hall, Dexter) uccide per sbaglio un ladro nel suo salotto, e la sua vita è costretta a prendere strade impreviste e violente, che lo trasformeranno profondamente. Da un romanzo di Joe R. Lansdale, un noir ambientato nel 1989 zeppo di colpi di scena, di virate comiche e di personaggi indimenticabili, con due vecchie glorie da applauso: Sam Shepard e Don Johnson! Grande successo di pubblico all’ultima Quinzaine des Réalisateur di Cannes, pronto per diventare un cult.

Visto da noi: Due film in uno. All’inizio c’è Dexter, coi baffi e un taglio scalato alla Kevin Costner di Robin Hood, che sventa una rapina in casa sua, uccidendo il ladro (senza coltelli né piastrine-ricordo stavolta). Poi succedono un colpo di scena, un allarme forzato e una capatina in notturna al cimitero: Dexter si fa coraggio, dice ciao alla famiglia in pericolo, esce dal film sui rischi della paternità in Texas e s’infila dritto filato, fucile alla mano, in una pellicola sanguinaria contro gli snuff movies. Musiche roboanti a parte, il film non annoia e fa fare qualche salto sulla poltrona, il personaggio dell’investigatore con il debole per i porcelli che ribalta lo stereotipo del texano stupidone e gretto è una perla. Sam Shepard è l’unico personaggio realmente noir: violento, tormentato da un senso di giustizia tutto personale, umano.

Le chicche: Dexter che beve la Lone Star di Rust Cole; il sangue che esce dal cervello di un cattivo, si spalma sulla lampada del soffitto e vira tutta la scena in rosso.

Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto
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