Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto, a volte (ma non sempre), le aspettative siano distanti dalla realtà.
QUINTO GIORNO
The Disappearance of Eleanor Rigby: Him (89’) Her (100’) di Ned Benson
(Usa, 2013)
Nel trailer non si vedono, ma ci sono anche gli organizzatori del Tff.
Sinossi: Eleanor e Conor s’incontrano, s’innamorano, si sposano. Lui apre un ristorante, lei torna a studiare all’università. Nel momento in cui si trovano davanti alla tragedia, la coppia si spezza. Versione integrale del film rimontato e accorciato presentato a Cannes, racconta la storia dalla parte di lui e da quella di lei: due film gemelli e drasticamente diversi, dove le soggettive modificano le psicologie e gli eventi chiave da ricordare. Umanissimo, con una sceneggiatura dolorosa e meticolosa e un cast perfetto: Jessica Chastain e James McAvoy (lei&lui), William Hurt e Isabelle Huppert (i genitori di Eleanore), Cioran Hinds e Viola Davis.
Visto da noi (Him): Chi ha scritto la sinossi deve aver visto un pezzo di film che a noi manca (vedi sotto): la storia inizia davvero quando loro finiscono. Non c’è un amore che cresce, ma due trentenni fermi, intrappolati nel dolore per la morte del figlio. Non sappiamo niente di questo bambino, tranne che non c’è e che il vuoto di questa assenza si allarga quanto meno se ne parla: per Conor è impossibile. Come è intollerabile la musica alta che tutti vogliono fargli sentire, a un volume altissimo, e che lui spegne continuamente. La memoria sceglie cosa ricordare senza che noi possiamo farci granché, come succede al padre di Conor, famoso ristoratore che inizia a perdere la memoria. E il tempo – che Conor sta cercando di fermare evitando qualcosa, illudendosi che il locale che ha messo in piedi senza l’aiuto del ricco padre funzioni, girando attorno alla moglie che sembra solo voler camminare, anonima, lungo le strade di NYC – non torna più indietro. Anche se riesce a raggiungere e afferrare la coppia che fugge dal suo locale senza pagare, proprio come lui ed Eleanor avevano fatto sette anni prima.
La chicca: Un poster di Masculine Féminin di Godard e uno dei Beatles sulle pareti di casa di Eleanor e Conor, tracciano il confine sociologico del film: solo a NYC. E nei film ambientati a NYC.
Immaginato da noi (Her): La seconda parte prende una piega meta-cinematografica. Una coppia è a un festival e cerca di guardare la seconda parte di un film che racconta la stessa storia vista da due prospettive diverse ma, alla fine della prima parte, ecco il dramma. Costretti a uscire, i due ragazzi – insieme ad altri cineamatori – si trovano in fondo a una coda chilometrica di entusiasti che sono intenzionati a guardare la seconda parte del film senza aver visto la prima. La sala si riempie e gli sventurati cineamatori rimangono a bagnarsi sotto una fitta pioggerellina, in una valle di lacrime e bestemmie. Scritto e diretto da Emanuela Martini, direttrice del Tff, la storia di un film unico inspiegabilmente diviso in due parti, con un cast stellare: un gruppo di organizzatori miopi.
La chicca: Un ardente entusiasta – uno di quelli che ha visto solo la seconda parte del film – ci tiene a dire che non gli è piaciuto, non certo perché ha visto un prodotto monco, ma perché i due film erano indipendenti e quella gente “ricca e annoiata” proprio no. Meglio, dice, l’onesto film danese di cui non ricordiamo nemmeno il titolo. Di certo un classico per BB (bisognosi balordi), direbbe Lopez.
Turist/Force Majeure di Ruben Östlund
(Svezia/Danimarca/Norvegia, 2014, 118’)
Non è un film sui Puffi, è solo l’allegra famigliola in pigiama.
Sinossi:La settimana bianca di una famiglia svedese si tramuta in un incubo dopo che una valanga (senza conseguenze) fa esplodere i conflitti e le contraddizioni fra moglie e marito. Un thriller familiare condito con ironia, sarcasmo e senso dell’assurdo, sul quale aleggiano tanto lo spettro di Bergman quanto quello di Allen. Elegante come il design scandinavo, affilato come un rasoio, spesso esilarante. Dirige il Ruben Östlund di Play. Candidato all’Oscar per la Svezia.
Visto da noi: Da un thriller ci aspettiamo tensione, suspense, eccitazione, non noia, impazienza e voglia di essere da un’altra parte. E vanno bene i conflitti e le contraddizioni all’interno di una coppia e dell’individuo, ma In Treatment (la versione originale o quella americana) ci mette venti minuti scarsi a puntata e non annoia, anzi.
Bel colpo la scelta di ambientare la storia in un hotel di lusso, forse per intercettare quella fetta di pubblico che Stanis La Rochelle chiama “AA”, abbronzati abbienti. Troppo facile tirare in ballo l’eleganza per giustificare la noia.
Le uniche risate che ci ha strappato erano isteriche.
La chicca: L’inserviente di Scrubs travestito da Robert De Niro da giovane che fuma in un interno e osserva con un’espressione da Taxi Driver i patimenti dei due coniugi.
P’tit Quinquin di Bruno Dumont
(Francia, 2014, 200’)
Di certo non è tempo di vacche magre.
Sinossi: In un villaggio del Passo di Calais, un gruppo di bambini è spettatore partecipe delle indagini su strani omicidi che han come vittime contadini della zona. La serie tv dell’anno, diretta dal Bruno Dumont che non t’aspetti, dove Twin Peaks incontra La pantera rosa e entrambi incontrano i Monty Python. Esilarante e paradossale, si tramuta inesorabilmente, ma senza perdere equilibrio, in una spiazzante riflessione sulla natura umana e le sue deformità.
Visto da noi: Uno dei DUDE disse: “lynchano is the new kafkiano”. In questo caso viene tirato in ballo Twin Peaks in modo un po’ forzato, visto che quell’atmosfera è evocata solo sul programma ufficiale, non sullo schermo. Se scegliamo la via delle influenze a caso, allora è valido anche tirare in ballo True Detective, visto che anche qui ci sono due agenti che girano in macchina per la campagna francese (aridaje).
In un villaggio in cui sembrano tutti stupidi, anche i tic di quello che dovrebbe essere il personaggio esilarante per eccellenza, il comandante Van der Weyden, parente stretto dell’ispettore Clouseau, lasciano indifferenti.
La chicca: la lunga scena del funerale (primo episodio), in cui anche gli attori non riescono a trattenere le risate.
SESTO GIORNO
20,000 Days On Earth di Ian Forsyth e Jane Pollard
(Uk, 2013, 95’)
Non è che se c’è un tizio che guida allora è subito Drive.
Sinossi: Forsyth e Pollard, due artisti della scena sperimentale inglese specializzati nel ricreare concerti del passato (celebre è il reenactement dell’ultimo show di Bowie nei panni di Ziggy Stardust), mettono in scena una giornata immaginaria di Nick Cave durante l’ideazione del disco Push the Sky Away. Il risultato è un affascinante ibrido, tra documentario e finzione, che traccia un percorso tra meccanismi insondabili del processo creativo.
Visto da noi: C’è Nick Cave che si sveglia e ci dice che alla fine del XX secolo ha smesso di essere umano, Nick Cave che va dall’analista, Nick Cave che mentre guida da un posto all’altro parla con persone importanti per la sua vita artistica (Ray Winstone, Blixa Bargeld, Kylie Minogue), Nick Cave che non mangia le anguille cucinategli dall’amico e chitarrista dei Bad Seeds Warren Ellis, Nick Cave che fa una capatina al suo archivio personale, Nick Cave che registra Push the Sky Away, Nick Cave che mangia una pizza davanti alla tv coi figli. C’è Nick Cave ed è tutto: con un personaggio come lui, i registi avrebbero anche potuto piazzargli davanti la macchina da presa, premere rec e andare a farsi una birra. Nick Cave è magnetico e staresti ore ad ascoltarlo parlare, anche se gli bastano dieci minuti per dirti cose sulla scrittura che neanche in un anno di lezioni. Anche quando ti dice che cannibalizza la sua vita (moglie inclusa), come se fosse sempre a cavallo di due mondi: in uno vive, nell’altro prende quella vita e la gonfia, la allunga, la distorce, la brucia. Finché diventa il testo di una canzone.
La memoria è un bene così fragile che, nella finzione del film, Nick Cave osserva i suoi ricordi con due archivisti dell’ “archivio” (volati da Melbourne e preoccupati per i materiali della collezione reale, protetta dalle porte di alluminio dell’Arts Centre di Melbourne).
Alla fine, dopo un montaggio esaltante del concerto all’Opera House di Sidney, Nick Cave passeggia di notte sulla spiaggia di Brighton e ci regala l’ultima perla: tutte le parole che ha scritto e che scriverà non sono che la superficie da cui ogni tanto la verità fa capolino come la gobba di un mostro marino che subito svanisce. Ogni canzone è il tentativo di stanare il mostro, creando uno spazio attraverso cui il mostro possa irrompere, uno spazio in cui realtà e immaginazione si intersecano.
La chicca: In una delle prime scene, Nick Cave entra in macchina, mette in moto e alla radio passa Can’t Get You Out of My Head di Kylie Minogue. Lui la spegne.
The Rover di David Michôd
(Australia/Usa, 2014, 103’)
Se il tizio con la barba vi è sembrato Fabio Volo, siete delle brutte persone.
Sinossi:In un outback post-apocalittico, un uomo è alla caccia dei balordi che gli han rubato l’auto. Con lui, il fratello di uno dei ladri, ferito e abbandonato dai compagni, con cui stringe un curioso legame. Mad Max del Terzo Millenio, un film on the road che non ha alcuna meta se non la disperazione, aspro e rotto da improvvise rasoiate di violenza. Dirige il David Michôd di Animal Kingdom; protagonisti Guy Pearce e un sorprendente Robert Pattinson.
Visto da noi: Basta mettere insieme “Australia” con “futuro di merda post qualcosa” con “automobili che scorrazzano nell’outback” che subito salta fuori Mad Max. Va bene, il film di Michôd è sicuramente debitore all’illustre precedente, ma è un’altra cosa, non pretende di esserne la versione aggiornata.
The Rover una meta ce l’ha, che poi coincida con la disperazione non ne siamo del tutto sicuri. Al protagonista (un Guy Pearce con i controcazzi) hanno rubato la macchina e lui la rivuole indietro, per cui si mette sulle tracce dei ladri. Si scoprirà solo alla fine il perché della sua ostinazione (e non stiamo qui a fare spoiler a caso, eh, sia chiaro). Però non sembra che la meta finale sia la disperazione. In un mondo in rovina, in cui non c’è più legge e gli uomini sembrano regrediti a uno stadio animalesco, c’è davvero disperazione? Se la disperazione è la normalità, non viene percepita come tale da chi abita quel mondo, perciò uccidere non fa differenza, almeno non più: il collasso è avvenuto dieci anni prima dei fatti narrati, per cui la speranza è morta da un bel po’ e alla disperazione, sinceramente, ci si può assuefare. È questa la forza del film: è crudo e abrasivo, duro e desolato come l’outback australiano.
In questo scenario messo piuttosto male, l’unico con un briciolo di speranza è Robert Pattinson nei panni di un ragazzotto non proprio sveglio: può stare sotto i raggi solari senza effetto glitter, non è assetato di sangue, dimostra di potere (e sapere) recitare da dio.
La chicca: Un nano tatuato che ha fatto risparmiare la produzione sui costumi: a lui basta una canottiera bella larga.