Abbiamo deciso di confrontare le sinossi ufficiali con le nostre impressioni quando si sono riaccese le luci in sala, per verificare quanto, a volte (ma non sempre), le aspettative siano distanti dalla realtà.
Infinitely Polar Bear di Maya Forbes
(Usa, 2014, 88′)
Una storia così vera che il trailer non esiste.
Sinossi: Istruiti ma squattrinati, a Boston negli anni ’70: Cameron soffre di disturbi bipolari, ha avuto un crollo nervoso e non trova lavoro, e Maggie non ce la fa a mantenere la famiglia (hanno due bambine). Accetta perciò una borsa di studio a New York e lascia le figlie alle cure del marito instabile. Buffa, commovente e imprevedibile, la storia dello strano ménage, raccontata da chi l’ha vissuta (la regista) è interpretata da Mark Ruffalo in stato grazia e da Zoe Saldana.
Visto da noi: Chi ha scritto la sinossi probabilmente dormiva quando Maggie lascia Cameron in seguito all’ennesimo crollo nervoso (segnalato da una biciclettata invernale di Ruffalo in costume da bagno rosso). Quando, perciò, Maggie parte per un MBA a New York e Cameron accetta di badare alle figlie non si tratta di un sacrificio familiare, ma di una prova che lui affronta nella convinzione di avere la possibilità di rimettere insieme i pezzi della famiglia.
Raccontare il disturbo bipolare attraverso gli occhi di una bambina, quindi in modo un po’ naif, è una prova interessante – così come è delicata la trasformazione di bipolar disorder in polar bear – anche se corre il rischio di edulcorare in modo eccessivo la situazione di disagio di chi vive la malattia, dipingendola solo come una cosa un po’ eccentrica che aiuta a creare quell’estetica indie che piace tanto ai fanatici del Sundance (musichine allegre ma anche un po’ tristi che rendono assoluti piccoli gesti iconici come passeggiare nel parco, scattare foto, ballare mentre tutto va un po’ in merda).
La chicca: Gli eroici polmoni di Mark Ruffalo che sopportano almeno un centinaio di sigarette. Tabagismo a parte, lui vale il prezzo del biglietto.
Jack Strong di Wladyslaw Pasikowski
(Polonia, 2014, 128′)
- Che sta facendo?
- Niente, fotografo documenti top secret.
Sinossi: Primi anni ’70. Mentre la guerra fredda è al culmine, un colonnello polacco sceglie di diventare una talpa per gli Stati Uniti. E tutta la sua famiglia sarà in pericolo. Ispirato alla storia vera del colonnello Ryszard Kuklinski, uno spy movie in stile classico e robusto, scritto diretto e interpretato (fra gli attori, anche Patrick Wilson) con grande mestiere. Alla larga da tentazioni vintage e da contorcimenti formali. Grande successo di pubblico in patria.
Visto da noi: Per i nostalgici di The Americans, questo film è una benedizione: come nella serie, motivazioni personali e fedeltà alla patria (in questo caso però si tratta di orgoglio nazionale polacco contro la dittatura sovietica) s’innestano sui meccanismi classici della spy story. Niente di innovativo, dunque, ma un film solido con un protagonista molto riuscito: è problematico, sfaccettato, mosso da motivazioni personali – un suo piano strategico viene usato, a sua insaputa, per sopprimere la Primavera di Praga – e perfezionista in un mondo che chiede solo uniformità e adesione cieca agli ordini. Unico appunto: i personaggi secondari, soprattutto il figlio più giovane e il generale russo super cattivo, hanno tratti più macchiettistici. Non fatevi ingannare dal titolo che ricorda pupazzetti testosteronici come Action Man.
La chicca: Quando la famiglia Kuklinski arriva al checkpoint Charlie nascosta in furgone e dei generali della Germania dell’Est sono particolarmente pignoli nel controllo, il conducente – un agente nero della Cia – guarda un pastore tedesco che ringhia verso il portellone e chiede all’ufficiale: “Sono gli stessi che usavate ad Auschwitz?”.
Kami No Tsuki/Pale Moon di Daihachi Yoshida
(Giappone, 2014, 114′)
«Ci serve una colonna sonora… come quella di The Social Network!»
Sinossi: Una bancaria, efficiente e timida, stimata dai superiori e ammirata dai colleghi, nasconde una vita matrimoniale più ordinaria che passionale. Il trasporto sessuale per il giovane nipote di un cliente la porta a commettere atti imprevedibili. Un melodramma con venature criminali che racconta l’impulso irrefrenabile a tradire la propria natura in nome della passione carnale, scoprendo di essere disposti a sacrificare tutto sull’altare dell’istinto.
Visto da noi: A questo punto é ufficiale: chi scrive le sinossi si droga. Sull’altare dell’istinto qui non si sacrifica proprio un bel niente. La brama di denaro che muove Rika è in realtà la seduzione della libertà che ne deriva. Se tutto è finto, tutto è finito prima ancora di cominciare – anche la truffa, la passione, il matrimonio – e, a quel punto, puoi fare davvero quello che vuoi, sei davvero libero. Tutto il film è racchiuso in una bellissima immagine: Rika che cancella uno spicchio di luna, all’alba, di ritorno dalla sua prima notte di trasgressione. La risposta con gli occhi a mandorla, quindi sempre composta e ben educata, a The Wolf of Wall Street.
La chicca: Strepitosi slow motion alla Wes Anderson che segnalano i grandi snodi narrativi: Rika che scende le scale della metropolitana, Rika che inizia a fare i magheggi in ufficio, Rika che dopo essersi buttata da una finestra scappa dai debiti.
Jauja di Lisandro Alonso
(Argentina, 2014, 108′)
Succedono molte più cose qui che nel resto del film.
Sinossi: Un misterioso capitano danese (Viggo Mortensen) accetta un lavoro nel cuore della Patagonia, ai tempi della guerra genocida (1882). Ma quando la figlia quindicenne fugge con un soldato, si mette sulle sue tracce perdendosi nel deserto incontaminato e leggendario. A sei anni da Liverpool, Lisandro Alonso torna a un cinema primitivo, di elementi naturali puri e immagini “antiche”, quasi tableaux vivants. Una struggente e abbagliante riflessione sulla condizione umana.
Visto da noi: Un cinema primitivo, di elementi naturali puri e immagini “antiche”, quasi tableaux vivants: leggi anche “sonno”.
La chicca: Viggo Mortensen che habla español.
Mulberry St di Jim Mickle
(Usa, 2010, 84′)
Verde is the new black.
Sinossi: Un’epidemia provoca il panico a Manhattan: trasforma le persone in roditori affamati di sangue umano. Alcuni inquilini di un condominio fatiscente di Down Town, freschi di sfratto, uniscono le forze per tentare di opporsi al virus, mentre la metropoli sfugge ben presto a ogni controllo. L’esordio di Mickle nel lungometraggio, un horror sporco e spiccio che sembra tornare ai tempi di certo indie gore dei primi anni ’80.
Visto da noi: La mancanza di tableaux vivants è compensata da diversi momenti à la Lucignolo: macchina da presa confusa, immagini che l’HD l’hanno visto da lontano, montaggio che sfida le soglie subliminali. Ultimo messaggio allo scrittore di sinossi: va bene che negli horror alla fine si tratta sempre di gente che si deumanizza e contagia gli amici per contatto fisico, e quindi zombie, vampiri, virus, entità sovrannaturali sono quasi intercambiabili, ma in questo caso i roditori non sono interessati al sangue in sé, vogliono mangiarsi proprio la carne delle persone.
Nonostante i difetti, un horror che si lascia guardare.
La chicca: Anche se un po’ didascalica, sentire The Rat dei The Walkmen mentre nel bar esplode l’epidemia rattificante è sempre un piacere.
Stake Land di Jim Mickle
(Usa, 2010, 98′)
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Dallo shopping nell’Upper East Side all’ammazzare vampiri: bella sfiga per Connor Paolo.
Sinossi: A causa di un collasso economico e politico, gli Stati Uniti sono diventati una terra di nessuno in cui un’epidemia ha trasformato le persone in vampiri. Un uomo, novello Van Helsing dall’enigmatico nome di Mister, cerca di sconfiggerne il più possibile e tenta di accompagnare un giovane sopravvissuto in Canada, nuovo Eden. Un horror apocalittico di ampio respiro. Fra gli interpreti, la reginetta del genere Danielle Harris e l’ex fiamma Kelly McGillis.
Visto da noi: Nonostante Mulberry St (che resta la sua prima prova) siamo ormai sicuri delle capacità tecniche di Mickle: sa dove mettere la macchina da presa. Il vecchio Jim è un buon mediano, ma non è un fantasista: svolge bene il compitino senza fare il salto di qualità. Anche qui, un film godibilissimo (finalmente gli hanno regalato la camera HD) che però resta dentro un genere senza innovarlo. Operazione decisamente possibile, come anche in questo festival hanno dimostrato Life After Beth e It Follows.
La chicca: La pesante critica al cristianesimo come lo intendono spesso in America – spettacolarizzato, assoluto, patriarcale, incarnato in un leader forte e carismatico (no no: non è Forza Italia) – strappa un applauso al buio della sala.