Cinema, Tv e teatro: Bud Spencer
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Bud Spencer

Sono le 10:51 di mercoledìì 15 giugno 2011. Il sole scalda l’asfalto, e il caffè del bar in via Archimede ci sta facendo riprendere lentamente coscienza di noi.

2 Giu
2012
Cinema, Tv e teatro

Sono le 10:51 di mercoledì 15 giugno 2011. Il sole scalda l’asfalto, e il caffè del bar in via Archimede ci sta facendo riprendere lentamente coscienza di noi. «Basta così, giovani?» ci chiede un barista cingalese con velleità da vitellone romano sfoggiando un tono di voce che ricorda vagamente Luciano Moggi. Annuiamo, paghiamo il conto ed usciamo. Antonio e Andrea tradiscono un’aria di soddisfazione, e ne hanno ben donde: dopo ben 4 mesi di telefonate con Nelly, l’assistente, sulla possibilità di un’intervista, finalmente sono riusciti a combinare l’incontro. Bud viaggia parecchio, a dispetto dei suoi 82 anni. Butto a terra la mia sigaretta ed entriamo in un ufficio al piano terra. La scrivania di Nelly è piena di lettere, fogli, pacchi, pacchetti, fotografie recenti e vecchie. «Ma voi quanti anni avete?» chiede lei. «24 di media» risponde Andrea. «E nun c’avete un cazzo da fa…» ribatte Nelly. «No» confermiamo noi orgogliosi.

«Nelly! Il vizio!» la voce tonante di Bud riempie la stanza. Nelly si alza di scatto, afferra il pacchetto di sigarette e le porta a Bud. Ci guardiamo attorno: dallo spiraglio della porta che dà nell’ufficio di Bud si intravedono tre poltrone di pelle bianca e una tastiera professionale che copre la visuale su una libreria piena di libri, dvd edizione speciale dei suoi film e tanti modellini d’aeroplani. La signora Nelly lavora con Bud da più di quarantadue anni, praticamente metà della vita del nostro eroe. Quarantadue anni che si palesano in piccole contrazioni facciali quando parla degli avversari di Bud in vasca, il suo matrimonio, i suoi successi. Appena ci sediamo ci racconta immediatamente un aneddoto magnifico: quando Bud arrivò a Hong Kong venne travolto da una folla di soldati americani attraccati con la loro portaerei. A bordo avevano la videocassetta di Trinità, un film che avevano visto e rivisto un milione di volte. Per loro era un eroe, quindi poté fare tutto ciò che un comune civile non avrebbe potuto fare: gli permisero di salire su un caccia, ma con la sua stazza non riuscì a chiudersi dentro l’aereo. Ridiamo. «Falli entrare» sentiamo da fuori.

 

Foto di Chiara S. Kurtovic

 

Ed eccolo là: è stato un atleta, è stato un musicista, è stato la mano sinistra del diavolo, è stato Banana Joe, è stato Chiarlie Firpo, ha vestito i panni di Salud, è stato Diomede per Dario Argento. Carlo Pedersoli è il nome che appare sui documenti, ma basta chiamarlo con il suo nome d’arte per far riecheggiare nell’aria l’eco dei suoi cazzotti. Un po’ come Chuck Norris, il suo nome è spesso associato a un personaggio che ha fatto della violenza spettacolo, riuscendo a trasformare il volgare svolgimento di una rissa in un’arte sublime quasi coreografica. Abbiamo imparato a temere Piedone quando sbuffava sudato nel commissariato di Napoli; abbiamo visto il suo volto contrarsi in un’espressione burbera e cupa alla sola vista di Trinità; abbiamo scoperto un’espressione angelica e quasi fanciullesca nella sua ingenuità ogni volta che un sorriso smuoveva un po’ la sua barba nera. E ora è qui, davanti a noi. Per la prima volta dopo anni passati davanti ai suoi film mi rendo conto di quanto sia imponente. E di quanto siano verdi quegli occhi sottili.

«Ma tu quanto sei alto? Un metro e novantasei?» mi chiede. «Sì, più o meno» rispondo. «Io ero uno e novantadue. Poi me so’ rincoglionito». Cominciamo bene.
La stanza è impregnata del suo odore, un deodorante che traspira attraverso la sua camicia di lino bianca. Il suo ufficio è come un’enorme stanza dei giochi: dvd su dvd in varie lingue dei suoi film, trofei sportivi e artistici, foto di famiglia.

Complimenti per il suo libro. Nelly ci ha detto che in Germania è al primo posto nella classifica di libri venduti con circa cento mila copie vendute. Non sapevo fosse uscito, com’è andato in Italia?

Ho venduto forse tre, no, quattro mila copie qui. In Germania è un best-seller.
Come mai non se ne parla qui in Italia? Perché qui in Italia si parla di te solo se sei frocio o comunista. Intendiamoci, io l’ho detto e ripetuto mille volte: non ho niente contro i gay. Quello che fa la persona che ho davanti nella sua camera da letto non sono affari miei. Quando ci parlo, il pensiero delle abitudini sessuali di chi ho davanti non mi sfiora neanche lontanamente. Siamo liberi, puoi fare tutto quello che vuoi.

E i comunisti, invece?

No, quelli mi stanno sui coglioni. Ma non per una presa di posizione, eh! Gesù Cristo è stato il primo comunista della storia, e in quello che dice non c’è niente che si possa definire sbagliato. Non ho niente di personale contro il comunismo, ognuno è libero di vivere come meglio crede. Però nel momento in cui mi costringi a vivere in quel modo, allora sbagli. Devo poter scegliere cosa fare della mia vita, senza alcuna costrizione. Per esempio, io non mi sono mai drogato. Perché la droga prende possesso di te, non sei più te stesso, non sei più libero, non sei più in grado di capire niente. Mentre io ho sempre voluto sapere e capire tutto. Ed essere libero.

Di tutte le cose che hai fatto nella tua vita, dei paesi in cui hai vissuto, qual è l’ambiente in cui ti sei trovato meglio?

L’acqua. Dentro l’acqua io sto benissimo. Ho nuotato tanto nella mia vita e ho vinto molti premi. Poi sono andato in Sud America, dai 17 ai 20 anni, e in quel periodo, che è il più importante nella vita di un atleta, ho smesso di nuotare.

Parlaci un po’ della tua permanenza in Venezuela.

Allora, piccola premessa: io ho iniziato l’Università a sedici anni. E come Luciano De Crescenzo, mio compagno di scuola e quasi vicino di casa alle elementari, ho saltato la seconda elementare e il quinto ginnasio. Mi ero iscritto a Chimica e mi piaceva anche molto, poi però la mia famiglia si è trasferita in Brasile e ho dovuto abbandonare gli studi. Ho provato a laurearmi in altro, questo è il mio libretto della facoltà di Sociologia qui a Roma.

(Il libretto è bellissimo: la sua foto del 1985 mostra un Carlo Pedersoli sorridente, solare, dai capelli leggermente più lunghi del solito e ribelli come quelli di tutti gli studenti. Ovviamente la sua caratteristica barba nera era sempre là. Sono stati verbalizzati tre esami, ma la calligrafia del docente si capisce poco. Sono tre trenta, di cui uno in letteratura.)

E come mai non hai finito gli studi?

Perché poco dopo il mio terzo esame si è laureata mia figlia. A quel punto non aveva più senso continuare.

Torniamo per un attimo al Sud America, perché il Venezuela?

Perché volevo sfuggire a una vita borghese priva di sale. Arrivai là in piena rivoluzione, la gente sparava in aria, sparavano tutti. Era il 2 gennaio: me lo ricordo ancora bene. Pensavo: «ma guarda ‘sti stronzi che ancora festeggiano Capodanno!» perché non sapevo ci fosse la rivoluzione. Ricordo che dovetti andare in giro con la felpa della nazionale con sopra scritto ITALIA a caratteri cubitali, perché potevo passare per un americano con il mio fisico. Incontrai un uomo che mi disse «stiamo costruendo la Panamericana, e uno dei miei è stato ammazzato, ti va di sostituirlo?». L’idea di sostituire qualcuno che era stato ammazzato non mi entusiasmava particolarmente, però accettai ugualmente. Era un lavoro d’ufficio, nel bel mezzo dell’Amazzonia. Ma dovevo farlo, dovevo scappare da una vita da trittongo. Sai cos’è un trittongo?

Sono tre vocali una accanto all’altra? O tre consonanti? Tre suoni simili?

Esatto. STR-onzo che cos’è?

Un trittongo?

Mi sentivo un trittongo, spendevo i soldi di mamma e papà: macchine, donne, feste, e cose simili. Sperduto in mezzo all’Amazzonia ho ritrovato me stesso…

E come hai vissuto questo cambiamento nella tua vita?

Guarda, il primo mese l’ho passato tutto a piangere. Piangevo tutte le notti, pensando «ma tu guarda se per scappare da una vita da trittongo mi sono dimostrato ancora più trittongo».
Irresistibile.

Una cosa di cui parli spesso ma mai troppo approfonditamente è la gara in cui hai battuto il record italiano dei 100 metri stile libero. Che gara fu?

Allora: bisogna dire che molti atleti prima di me tentarono di scendere sotto al minuto. Successe a Salsomaggiore, in una gara in cui molti speravano di battere quel record, ma si erano fermati a 1’2’’, o 1’1’’. L’ultimo fu Celio Brunelleschi a infrangere il record con 60’’ netti. Era là anche lui, e poco prima di salire sulla pedana, sapete, quella di partenza, l’ho sentito chiedere con il suo accento del nord «chi è quel napoletano lì?» indicandomi. Io mi sono girato verso di lui, che era più trittongo di me, e gli ho detto “adesso te lo faccio vedere io chi sono!” in dialetto, e sono arrivato primo con 59’’5. Era il 19 settembre 1950. Non ci pensavo più allo studio, perché pensavo «quanti ragazzi alla mia età hanno la possibilità di andare a fare un’Olimpiade? Nessuno!». Così decisi di andare anche a Helsinki. I miei tempi là sono scesi ancora: a Helsinki sono arrivato a 58’’.

Hai sempre fatto nuoto?

No, ho provato anche altri sport. Ho giocato a rugby, ho fatto delle gare di pugilato… Però non era uno sport che faceva per me. Vedete, io avevo una caratteristica: potevo mandare knock-out sia con il destro che con il sinistro. Bastava che assestassi un buon colpo e i miei avversari già iniziavano a barcollare. Anche in allenamento! E là se sei un pugile vero, appena vedi segnali di un qualche cedimento, un abbassamento della difesa, devi colpire. E io non ce l’avevo questa cattiveria, quindi dopo neanche dieci gare ho smesso. Preferisco il nuoto. Pensa che per partecipare alle Olimpiadi di Helsinki sono partito in treno.

In treno fino in Finlandia?

Sì, di legno. Mi sono fatto tutto il viaggio con Marisa Boniperti.

Marisa Boniperti?

Sì, sai Boniperti? Il giocatore della Juventus? Lo chiamavano Marisa.
Passano alcuni secondi di incomprensione e paura di sapere qualcosa che non si vuole sapere, pur sapendo che forse non sapendola non sapremo come sarebbe stato se l’avessimo saputa.

Al cinema come ci sei arrivato?

(Bud distoglie lo sguardo, il suo volto si contrae imbronciato esattamente come nei film. Un sorrisetto ci si disegna sul volto. Ci sentiamo tanto Trinità.)

E se mi lasci parlare te lo dico! Ho cominciato con piccole cose, con il mio fisico lavoravo molto come generico o come comparsa. Due mila lire per un ruolo da generico, cinque mila da comparsa, che fanno più o meno sessanta euro dei giorni nostri. Mi ricordo di quando lavorai a Quo Vadis?, ero un legionario. Era Agosto, e l’armatura, lo scudo, la lancia e le ore passate da fermo in piedi iniziavano a farsi sentire. Davanti a me c’era un gruppo di ragazze mezze nude, con questi vestiti scollati che mi provocavano un po’. E io sudavo. A un certo punto si è avvicinato il regista che con il suo accento americano mi fa “io e te faremo grandi cose!”. A quel punto sono sbottato, gli ho detto: “vaffanculo te, quo vadis, i legionari…” mentre buttavo a terra lo scudo, la lancia e tutto il resto. Mi disse che voleva denunciarmi, perché gli avevo rovinato la scena. Poi arrivò Colizzi che mi propose di lavorare a Dio perdona… io no! Gli serviva un attore con il mio fisico disposto a lavorare a giugno e luglio. In quel periodo io dovevo pagare due cambiali: una a giugno e una a luglio, quattro milioni in totale. Così gli chiesi quella cifra. Lui rifiutò, disse che mi avrebbe pagato massimo un milione, e non accettò. Pochi mesi dopo, mi pare ad Aprile, mi chiamò: non aveva trovato nessun altro che coprisse quel ruolo, e quindi mi avrebbe pagato le cambiali.

 

Bud Spencer — IABO per DUDE MAG

 

Quello è anche il primo film in coppia con Terence Hill.

Sì, ma lui venne scritturato per sostituire Peter Martell, che si ruppe un piede poco prima dell’inizio delle riprese. Fu il nostro primo film insieme e mai avremmo immaginato di farne tantissimi altri. Come coppia non abbiamo mai litigato, mai una discussione. Sapete perché? Perché io non sono un attore! Non me ne frega niente se la macchina mi prende bene, se Terence ha più primi piani di me, o altro. Un altro attore con cui mi sono sempre trovato bene è Eli Wallack. Con lui ho girato I quattro dell’Ave Maria. Mi ricordo che mi dava un sacco di consigli, mi spiegava come fare le scene, e io un bel giorno gli ho detto «ma io non sono un attore, perché perdi tempo con me?» e lui mi rispose «perché se tu sei un cane, anche io che sono al tuo fianco divento automaticamente un cane». E aveva ragione. Ogni volta che passa per l’Italia mi chiama, abbiamo un bel rapporto.

Per fare tutti quei film western e quelle scazzottate di una bellezza unica quanta preparazione c’era?

Beh, per preparare un minuto di botte dovevamo prepararci per almeno due settimane. E tutti gli stuntman che hanno lavorato con me, ad esempio Riccardo Pizzuti, hanno dato un contributo fondamentale alla buona riuscita dei film.

È vero che durante le riprese di Pari e Dispari hai volato per la prima volta, e senza aver mai preso lezioni di volo?

Sì, è vero. Ti racconto la scena: io dovevo portare in accelerazione sulla pista questo aereo, con la macchina da presa che mi avrebbe seguito durante tutta l’accelerazione. Poi avrei dovuto fermarmi, scendere dall’aereo, far salire un pilota vero truccato e pettinato come me, e lui avrebbe dovuto portare in volo l’aereo al mio posto. In quei giorni il nostro alloggio era a circa una mezz’oretta di volo dal set, quindi tutte le sere avevo la possibilità di vedere cosa faceva il pilota durante il decollo, durante l’atterraggio, che pulsanti premeva eccetera. Così un bel giorno, invece di rallentare e fermarmi, ho decollato. Come dire: un trittongo non si smentisce mai. Il produttore è finito all’ospedale per lo shock: «il film è finito» diceva, perché mi davano per spacciato. Io mi sono fatto un bel giretto là intorno, e poi sono atterrato a quaglia, ovvero rimbalzando sulla pista diverse volte.

Entra Nelly che avvisa Bud dell’arrivo di un certo Stalin.

Stalin?

Sì, il mio autista.

E si chiama Stalin?

Io ho avuto tre autisti nella mia vita: Benito, Adolfo e ora Stalin. Stalin cucina da Dio, infatti non appena smetterà di lavorare per me si aprirà un ristorante da qualche parte.

Entra Stalin, un ometto di probabili origini sudamericane che va spedito alla destra di Bud.

E tu come te la cavi in cucina?

Bene, ma Stalin è più bravo. Stalin! Metti il cd.

Quale cd?

Questo è un album di canzoni cantate da me che uscirà a ottobre credo, con la mia etichetta. I musicisti sono bravissimi, ho preso solo i migliori.

(Passiamo diversi minuti ad ascoltare canzoni come “Futtetenne”, in cui Bud consiglia a tutti di prendere con filosofico stoicismo le cose brutte della vita. È tutta colpa dell’ozono è esplosiva: Dionne Warwick duetta con Bud facendo la voce della Madre Terra in una canzone che tratta con ironia la modernità, l’esplorazione spaziale, i rapporti umani. E qui è successo qualcosa che non pensavamo sarebbe mai potuto accadere: Bud è talmente preso dal ritmo jazz da fingere di suonare un sassofono a occhi chiusi, anticipando le proprie parole nella canzone, lanciandosi in ipnotizzanti assoli vocali. Siamo estasiati: è come se avessimo assistito a Francesco Totti che ci mostra quanto è abile nel découpage o nella pittura su maiolica.

Bud Spencer is playing his air sax. Your argument is forever invalid.
Dopo questo intervallo impagabile in cui, se li avessimo avuti, gli avremmo volentieri tirato i nostri reggiseni, cambiamo tema.)

Bud, cosa ne pensi dell’epoca in cui viviamo oggi? Che cosa hai da dire a quelli della nostra età?

Assolutamente niente. Voi siete molto più avanti di quanto non lo sia io. Avete Internet, avete a vostra disposizione una quantità di informazioni che io all’età vostra neanche mi sognavo. È questo che molti adulti non hanno capito: loro non possono insegnarvi più niente, perché voi siete molto più preparati di loro su tutti i fronti. Noi possiamo solo aiutarvi a capire il periodo che state attraversando, ma non possiamo aiutarvi oltre. Io dopo quarantadue anni non so se mia moglie mi ami o no. So solo che io amo lei, e questo mi basta. Ai miei tempi eravamo tutti talmente ingrifati da sposare una perché magari aveva un bel culo! Mai sposare una perché c’ha un bel culo! È un errore madornale. Ma all’epoca era diverso, voi ora scopate subito, quindi dopo un po’ lo capite se state con quella persona solo per il sesso o se c’è qualcos’altro sotto. Ai miei tempi no, i maschi erano talmente allupati che pensavano «non me la dà! Devo sposarla, così me la dà!». E poi magari scoprivi di averla sposata solo per un fatto ormonale. Non c’è niente di più sbagliato.

Una vita incredibile, che difficilmente possiamo immaginare ai giorni nostri. Ma quanti mestieri hai fatto?

Guarda, faccio prima a dirti quali non ho fatto: il ballerino d’opera e il fantino. Quando ho cominciato a girare film western non sapevo andare a cavallo. Quando ho girato I quattro dell’Ave Maria riuscivo a malapena a stare in sella. E appena ti ci siedi sopra percepiscono al volo se sei uno che sa cavalcare o no. Il cavallo del film l’ha capito immediatamente che non sapevo montare, così per tutto il primo giorno di riprese ha tentato di disarcionarmi. All’epoca pesavo 150 kg (ora ne peso 120), quindi lo capivo benissimo. Il secondo giorno arrivai sul set, presi il cavallo, lo preparai, e lo portai fuori. Non appena misi il piede sulla staffa, si è girato verso di me e si è immediatamente sdraiato per terra. Si è rifiutato di lavorare ancora con me. Tutti quelli che stavano sul set in quel momento mi dissero che era la prima volta che assistevano ad una scena del genere.

A parte il tuo progetto musicale, hai qualcos’altro in mente per il futuro?

Beh, posso parlarvi del mio prossimo libro. Nella mia biografia (Altrimenti mi arrabbio. La mia vita, edito da Aliberti – ndr) Carlo Pedersoli parla di Bud Spencer, come se Carlo si confrontasse con Bud e gli dicesse «guarda che non sei tu ad aver fatto tutte quelle cose, ma è Carlo ad averle fatte con il tuo nome». Mentre il mio prossimo libro è ispirato da Cartesio. Sapete chi è Cartesio, no?

Certo, Descartes!

Lui scrisse Cogito Ergo Sum, cioè «penso quindi sono«. Ecco, io scriverò Mangio Ergo Sum. Perché Cartesio… era una testa di cazzo! Mi spieghi come fai a pensare se prima non mangi? 

Dario Matteo Sparanero
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